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La Spezia - dal 29 settembre al 30 novembre 2006
Non mi avrete. Disegni da Mauthausen e Gusen. La testimonianza di Germano Facetti e Lodovico Belgiojoso


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PALAZZINA DELLE ARTI
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Via Del Prione 236 (19121)
+39 0187778544 , +39 0187257629 (fax)
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Durante la prigionia a Mauthausen e Gusen Facetti e Belgiojoso hanno scritto e disegnato informazioni e immagini dei campi mettendo a rischio le proprie vite e utilizzando povere reliquie di carta e matite sottratte agli uffici
orario: dal mercoledì alla domenica ore 10-12 e 16-19, martedì solo pomeriggio, lunedì
(possono variare, verificare sempre via telefono)
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biglietti: 3 €, ridotto 2 € (con visita anche al Museo del Sigillo)
vernissage: 29 settembre 2006. ore 18
editore: SILVANA EDITORIALE
curatori: Luigi Piarulli, Marzia Ratti
autori: Lodovico Belgiojoso, Germano Facetti
genere: altro, doppia personale, disegno e grafica

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comunicato stampa
Venerdì 29 settembre 2006 alle ore 18 alla Palazzina delle Arti alla Spezia (Via del Prione, 236) verrà inaugurata la mostra “Non mi avrete. Disegni da Mauthausen e Gusen. La testimonianza di Germano Facetti e Lodovico Belgiojoso”. La presentazione per il pubblico e per la stampa è prevista alle ore 16,30.

La mostra resterà aperta sino al 30 novembre e quindi, nella primavera 2007, verrà esposta a Torino nella sede del Museo Diffuso.

Germano Facetti, noto alla cultura europea per essere stato art director innovatore della Penguin Books tra il 1960 ed il 1972 e, prima, collaboratore dello studio milanese BBPR (Belgiojoso, Banfi, Peresutti, Rogers), ha trascorso l’ultima parte della sua vita nelle colline di Sarzana (La Spezia), dove è morto lo scorso 8 aprile.

La gioventù di Facetti è stata segnata dall’arresto per motivi politici nell’autunno del 1943 e dalla conseguente deportazione ai campi di Mauthausen – Gusen (febbraio 1944 – maggio 1945), dove, malgrado l’esperienza terribile, ha potuto coltivare una fraterna amicizia con il grande architetto milanese Lodovico Barbiano di Belgiojoso.

Lodovico Belgiojoso, nato a Milano il 1 dicembre 1909, è ricordato tra i grandi protagonisti della storia dell’architettura contemporanea italiana. Ha fondato lo studio B.B.P.R. – che ha sempre conservato nella sigla l’iniziale dell’architetto Banfi, morto Gusen II poco prima della liberazione – ed è famoso per opere come la Torre Velasca o il Quartiere Gratosoglio di Milano, realizzati secondo i dettami dell’architettura realista. È morto a Milano il 9 aprile 2004.

Durante la prigionia a Mauthausen e Gusen Facetti e Belgiojoso hanno scritto e disegnato informazioni e immagini dei campi mettendo a rischio le proprie vite e utilizzando povere reliquie di carta e matite sottratte agli uffici. Tali ricordi sono stati conservati da Facetti che, all’indomani della liberazione, ha cominciato a raccogliere documenti, fotografie, dati dalle divise tedesche abbandonate sulle rive del Danubio, iniziando a costruire un poderoso archivio di storia politica, economica e sociale del Novecento, che è stato di recente acquisito dall’Istituto Piemontese della Storia della Resistenza e della Società Contemporanea.

Il taccuino con i disegni della prigionia nei campi di Mauthausen-Gusen, al quale era stato dedicato anche un interessante filmato di Anthony West (1997), “Yellow box. Breve storia dell’odio” è l’oggetto della mostra spezzina: verrà esposto in originale e mostrato attraverso pannelli singoli, progettati dallo stesso Facetti, che uniscono alle immagini toccanti commenti tratti dai ricordi dei protagonisti e da altre fonti storiche e letterarie del campo.

Germano Facetti voleva far conoscere questo documento, per lui comprensibilmente doloroso, per ribadire la verità dei fatti, per contrastare il revisionismo storico e ogni altra forma di mistificazione.
Il taccuino di Mauthausen-Gusen


Il taccuino contiene i disegni di Lodovico Belgiojoso e quelli del più giovane Facetti, che ai primi si ispirava per esercitare la sua mano, pensieri, poesie scritte nel campo, fogli di inventario dei componenti bellici che i prigionieri producevano col lavoro forzato, i nomi e gli indirizzi dei compagni che speravano di potersi rivedere a guerra finita, fotografie di militari tedeschi e di alcuni aguzzini dei campi che Facetti aveva raccolto subito dopo la liberazione.

Il taccuino è rivestito con la stoffa della casacca di Facetti, su cui è cucito il numero di matricola e il nome.

Attraverso quel piccolo libro e gli altri che Facetti confezionava per i compagni, la ragione di esistere e di resistere, dunque di sopravvivere, si poteva trovare e affermare: “Ero in grado di fabbricare dei piccoli libri, anche per gli altri. Per annotare, per tenere desta la memoria, per poterci scambiare qualcosa. Scambiarci quei libri voleva dire possedere qualcosa, quindi esistere, quando eravamo spogliati di tutto”.

Questo forte esercizio di volontà e di consapevolezza lo accomuna ad altri artisti che hanno duramente sperimentato la prigionia nei campi nazisti, come il pittore milanese Aldo Carpi, autore di un “Diario di Gusen” con immagini e disegni di propria fattura o come il disegnatore satirico francese Bernard Aldebert, autore di un altro ricordo illustrato dell’orrore del campo di Gusen II.
 
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