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Milano - dal 18 ottobre 2007 al 6 gennaio 2008
Urban Manners
[leggi la recensione]

Nalini Malani
Mother India: Transactions in the Construction of Pain, 2005
Video installazione, 5 proiezioni, sonoro / Video installation, 5 projections, sound
5’ 30’’ sec
Courtesy dell’artista/ the artist
 [Vedi la foto originale]
HANGAR BICOCCA
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info@hangarbicocca.it
www.hangarbicocca.it
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artisti contemporanei dall'india
orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 19.00, giovedì dalle 14.30 alle 22.00, lunedi chiuso
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: intero 6 euro, ridotto 4 euro
vernissage: 18 ottobre 2007. ore 19
ufficio stampa: MARA VITALI
curatori: Adelina von Fürstenberg
autori: Sheba Chhachhi, Atul Dodiya, Anita Dube, Probir Gubta, Subodh Gupta, Ranbir Kaleka, Jitish Kallat, Bharti Kher, Nalini Malani, Raqs Media Collective, Reena Saini Kallat, Raghubir Singh, Vivan Sundaram, Hema Upadhyay, Avinash Veeraraghavan
note: In collaborazione con ART for The World Europa
genere: arte contemporanea, collettiva

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comunicato stampa
Una nuova importante iniziativa inaugura in autunno all’Hangar Bicocca Spazio di Arte Contemporanea di Milano. Il 18 ottobre apre infatti URBAN MANNERS. Artisti contemporanei dall’India, un progetto di Hangar Bicocca in collaborazione con ART for The World Europa, ideato e curato da Adelina von Fürstenberg.

La mostra presenta i lavori di quindici artisti indiani emblematici - SHEBA CHHACHHI, ATUL DODIYA, ANITA DUBE, PROBIR GUBTA, SUBODH GUPTA, JITISH KALLAT, REENA KALLAT, RANBIR KALEKA, BHARTI KHER, NALINI MALANI, RAQS MEDIA COLLECTIVE, RAGHUBIR SINGH, VIVAN SUNDARAM, HEMA UPADHYAY, AVINASH VEERARAGHAVAN - proponendo un percorso in cui emergono tutte le contraddizioni dell’India contemporanea.

Gli artisti invitati a Milano sono scultori, pittori e video artisti, le cui opere sono ispirate alle tematiche che contraddistinguono l’attuale società indiana, ma non solo, quali, ad esempio, l’immigrazione, la salvaguardia ambientale, l’eredità del Mahatma Gandhi, la perdita dei valori tradizionali, la povertà e la ricchezza nel mondo globalizzato.

L’India odierna non è infatti solo più quella poverissima realtà uscita dalla dominazione coloniale, nota esclusivamente per l’esportazione delle proprie idee filosofico-religiose. Le metropoli indiane sono oggi in preda a un forte vento di modernizzazione e, accanto alle strutture locali premoderne, sorge una società postmoderna e urbana che si distingue da quella in cui l’antica India primordiale e superstiziosa sussiste ancora.

Allo stesso modo, l’arte postmoderna indiana è una risposta alla contraddizione di fondo che oppone la città alla campagna, la modernità alla tradizione, la spiritualità al mondo materiale, il sottosviluppo alla tecnologia più all’avanguardia.

Gli artisti indiani invitati condividono con gli altri artisti, che operano nella contemporaneità e provengono da tutto il mondo, gli strumenti propri della civiltà globale della comunicazione. Tuttavia, il rapporto nel mondo odierno tra globalizzazione e tradizione in India è ancora più esasperato che in altri paesi, data la presenza di una tradizione di sapienza antichissima e, allo stesso tempo, di forme di progresso tra le più avanzate.

Guardando queste installazioni si ha la sensazione che gli artisti indiani abbiano raggiunto un’autonomia e un’indifferenza nell’uso dei materiali e dei mezzi espressivi che li pongono nell’avanguardia dell’arte contemporanea.

In mostra una serie di opere molto diverse tra loro ma accomunate da un’aura di grande intensità: alcune sono poetiche come i bellissimi light box con paesaggi immaginari in movimento di Sheba Chhachhi o le straordinarie installazioni di Subodh Gupta con semplici oggetti di uso quotidiano come secchi del latte, valigie, utensili da cucina, che si riferiscono allo stato attuale di trasformazione della società indiana o i personaggi in sincrono col proprio riflesso nelle doppie proiezioni di Ranbir Kaleka o ancora il lavoro sulla fragilità della condizione umana di Reena Kallat con dodici sari su cui è riportato un testo in alfabeto Braille, accompagnati da libri di ricette, suoni e profumi.

Altre più forti ed esplicitamente riferite alla politica, alla guerra e alla violenza come le teche museali con grandi opere su carta, frammenti di manifesti di film di Bollywood, ma anche ossa umane e frammenti di arti di Atul Dodiya o le cupe installazioni di Anita Dube fatte di oggetti industriali, artigianali ma anche organici che danno vita a neri agglomerati, simbolo delle città in rovina o l’installazione con cinquemila ossa sintetiche a forma di lettere dell’alfabeto con cui Jitish Kallat rievoca l’importante discorso di Gandhi sulla condotta della “disobbedienza civile” da opporre al brutale “Salt Act” deciso dagli inglesi nel 1930. Ma vi si trova anche un artista più figurativo come Probir Gupta la cui opera è un atto d’accusa al trionfo della chiesa istituzionalizzata e alla perdita dei valori cristiani, con un debole Cristo sovrastato da una casta di potenti sacerdoti. O una artista come Bharti Kher che affronta tematiche come la questione di classe, il femminismo, il consumismo realizzando sculture di animali a grandezza naturale rivestite dal bindi, la tipica decorazione tradizionale indiana che le donne portano sulla fronte.

Ma ci sono anche video-installazioni di grande drammaticità come Mother India di Nalini Malani, un lavoro sul linguaggio della sofferenza espresso dalle centinaia di donne indiane e pakistane violentate durante le guerre di indipendenza nazionali. O They called it the XXth Century dei RAQS Media Collective, tre esperti indipendenti di media che lavorano dal 1992 sugli spazi urbani, ricreando il senso di straniamento delle città moderne e proponendo una riflessione su ciò che succede quando la modernità incontra la sua ombra. O anche Twelve Bed Ward dove Vivan Sundaram si misura con la protesta sociale e ambientale installando dodici letti sulle cui reti poggiano scarpe usate, fiocamente illuminate da altrettante lampade.

E la scena cambia ancora con le straordinarie fotografie di Raghubir Singh, celebre fotografo indiano scomparso nel ’99, autore di immagini toccanti che rendono pienamente la bellezza del suo paese e le sue multiformi tinte. O con la splendida scultura di fiammiferi di Hema Upadhyay che riflette su chi si ritrova senza radici in un’epoca frammentata. O infine con le fotografie digitali di Avinash Veeraraghavan che presenta movimentate e surreali scene urbane da interpretare secondo il proprio personale sentire. L’immagine di URBAN MANNERS è una creazione originale di questo artista.

Lavori tutti di grande impatto e densi di significato, modernissimi e al tempo stesso carichi di tradizione, che esprimono dunque con forza le due anime dell’India contemporanea, pienamente restituite anche dall’allestimento della mostra - a cura dell’Architetto Uliva Velo – caratterizzato da colorate strutture di diverse forme geometriche.


Adelina von Fürstenberg, ha incominciato ad interessarsi all’arte indiana nel 1988 organizzando Alekya Darshan, prima mostra europea sulla giovane arte indiana al Centro d’arte contemporanea di Ginevra nella sua sede del Palais Wilson, e da allora ha continuato a seguire attentamente il percorso dell’arte contemporanea in India ed in particolare quello di questi quindici artisti invitati a Milano. Nel 1999 con ART for The World ha portato a Nuova Delhi la mostra internazionale itinerante The Edge of Awareness negli spazi della Lalit Kala Academy, collaborando con Peter Nagy che allora si era appena stabilito in India con la sua galleria Nature Morte. Nel 2004 Adelina von Fürstenberg ha organizzato all’Indian Habitat Center una mostra di Video Art europea (tra gli artisti Stefano Boccalini, Dimitris Kozaris, Armin Linke, Gianni Motti) e, tra il 2003 e il 2005, ha costruito una serie di Playgrounds/ parchi giochi creati da artisti per la Fondazione Deepalaya, realizzati nelle scuole per i bambini di strada del quartiere musulmano di Kaklaji e della zona rurale della regione di Haryana.

Per la scelta delle opere di Raghubir Singh e di Vivan Sundaram, Adelina von Fürstenberg ha collaborato con Deepak Ananth, curatore indiano della mostra Indian Summer a Parigi nel 2005.
 
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