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arte contemporanea, collettiva NELLIMYA: LIGHT ART EXHIBITION ​ Via Ur Strdón 11 Cademario 6936

Cademario () - dall'undici aprile al 25 maggio 2013

Luisa Valentini - Despues de la noche. Dopo la notte

Luisa Valentini - Despues de la noche. Dopo la notte -
Luisa Valentini, Laguna, 2006
 [Vedi la foto originale]
NELLIMYA: LIGHT ART EXHIBITION
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Via Ur Strdón 11 (6936)
+41 0919118809
info@nellimya-exhibition.ch
www.nellimya-exhibition.ch
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personale
orario: giovedì: 10.30–13.30 / 15.00–21.00
sabato: 10.30–13.30
domenica: 15.00–18.00
In altri giorni si riceve volentieri su appuntamento
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 11 aprile 2013. h 18.00 - 21.00
autori: Luisa Valentini
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Testo di presentazione di Silvio Raffo e Readind Poetico di Alida Andreoli

A Rose is a Rose is a Rose is a Rose
di Silvio Raffo

Le opere di Luisa Valentini propongono richiami fortemente personalizzati ad archetipi universali della letteratura e dell’arte, in primo luogo la Rosa.
“A Rose is a Rose is a Rose is a Rose” così la criptica, la cubista Gertrude Stein si esprime a proposito del fiore più esaltato e più osannato dalla letteratura universale. Quasi a sancirne l'indefinibilità per quanto attiene all'essenza del fiore archetipico, del fiore primario su cui ogni poeta ha avuto qualcosa da dire.
Con l'invocazione "Rosa fresca aulentissima" inizia la letteratura italiana (in Sicilia). La "candida rosa" del paradiso dantesco è un palcoscenico luminosissimo, abbagliante di petali a ciascuno dei quali corrisponde un'anima beata.
Per non parlare poi delle metafore. "La verginella è simile alla rosa", dichiara un cavaliere saraceno nel poema dell'Ariosto, "Orlando furioso", deplorando il fatto che la bramata fanciulla, Angelica, si sia lasciata "cogliere" da un altro, perdendo quindi la sua meravigliosa freschezza e il suo candore.
Senza dubbio la rosa più originale - la più metafisica ed enigmatica della letteratura moderna - è quella dei versi di Federico Garcia Lorca:

La Rosa
non cercava l’aurora:
quasi eterna sul ramo,
cercava altra cosa.
La rosa
non cercava né scienza né ombra:
soglia tra carne e sogno,
cercava altra cosa.
La rosa
non cercava la rosa.
Immobile nel cielo
cercava altra cosa.

Ci sarebbe poi la "rosa alchemica" di Yeats. Ci sarebbero chissà quante altre rose...
E quella di Luisa Valentini?
"UT PICTURA POESIS" recitava un motto barocco: la poesia è come una pittura, ma vale anche il contrario: anche un disegno, un dipinto, una scultura sono come una poesia.
La rosa di Luisa mi sembra paragonabile a quella di Lorca, è proprio un "confine di carne e di sogno": la nettezza delle linee che compongono la sua forma è pari alla forza evocativa dell'immagine complessiva. Abbiamo la sensazione di toccarla, e nello stesso tempo ci porta altrove: ci porta all'essenza archetipica del fiore, all'essenza del mistero indicibile della Prima Rosa del Creato.
L'arte ha sempre questa carica potenziale di ambiguità "magica": sia la parola sia l'immagine sono suoni, linee e insieme qualcos'altro: segni e simboli.
Quei trifidi alti, flessuosi, ammiccanti non potrebbero essere degli alieni-replicanti nella scenografia surrealista di un teatro beckettiano?
E quei fiori di loto, così mollemente fluttuanti nell’acqua invisibile che li culla in una sorta di laguna amniotica, non alludono anch’essi a qualcosa di arcano e primigenio?
Non per nulla il loto è il fiore dell’oblio, ma anche della meditazione nelle filosofie orientali, simbolo della “stasi”, della particolarissima pausa del tempo in cui l’io si dimentica di sé e al tempo stesso si riappropria della sua essenza.
Ed è ancora l’acqua, il liquido elemento riproposto sotto varie forme solide, sempre allusivamente ammiccanti, l’archetipo che ci ammalia in altre fantasmagoriche installazioni: immagini che prospettano in modo diretto o indiretto, non solo una palingenesi (birth_rebirthing) ma addirittura l’eternità come nella foglia di Gingo Biloba.


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A Rose is a Rose is a Rose is a Rose
Silvio Raffo

The works of Luisa Valentini suggest some vigorously personalised references to certain universal archetypes of literature and of art, primarily the Rose.
“A Rose is a Rose is a Rose is a Rose” wrote the cryptic Cubist Gertrude Stein when describing the flower that has been celebrated and praised more than any other by world literature, almost as though she were approving the aura of indefinability that surrounds the essence of the archetypal flower, of the primary flower, the one that all poets have singled out as a topic for their verses.
It was with the invocation of the Rosa fresca aulentissima (the fresh and perfumed rose) that Italian literature can be said to have begun (in Sicily). The “candid rose” of Dante’s Paradise was a brightly illuminated stage, dazzling with petals, every one of them corresponding to a blessed soul.
Not to mention metaphors: “The young virgin is like unto a rose”, declares a Saracen knight in Ariosto’s masterpiece Orlando Furioso, deploring the fact that the maiden he yearns for, Angelica, has allowed herself to be wooed by another, so has lost her wondrous freshness and candour.
The most original rose – the most metaphysical and enigmatic one – in modern literature is unquestionably the one mentioned in Federico Garcia Lorca’s verses:

The Rose
sought not the dawn:
almost eternal on the branch,
it sought something else.
The rose
sought neither knowledge nor shade:
the threshold between flesh and dream,
it sought something else.
The rose
sought not the rose.
Motionless in the heavens
it sought something else.

Then there is Yeats’ Alchemical Rose.
And who knows how many more other roses...
So what about Luisa Valentini’s?
A Baroque motto declaims Ut Pictura Poesis: poetry is like a picture: But the opposite also holds true: a drawing, a painting or a sculpture is also like poetry.
I find Luisa’s rose to be comparable to Lorca’s: it is exactly “the threshold between flesh and dream”; the clarity of the lines that make up its form is equivalent to the evocative strength of the overall image. We feel we are actually touching it and, at the same time, it takes us somewhere else: it takes us to the archetypal essence of the flower, to the essence of the ineffable mystery of the First Rose of Creation.
Art always has this potential spirit of almost magical ambiguity; both the word and the image are sounds, lines and also something else: signs and symbols.
Those tall, pliable, enticing triffids: might they not be alien replicants in the surrealist scenery of a theatrical work by Beckett?
And those lotus flowers, floating so gently in the invisible water that cradles them in a sort of amniotic lagoon: do they not also hint at something arcane and primeval?
Not for nothing is the lotus the flower of oblivion, but also of meditation in Oriental philosophies, the symbol of stasis, of that very special hiatus in time when the ego forgets the id and at the same time regains possession of its essence.
And it is once again water, the liquid element suggested in various and always allusively enticing solid forms, that is the archetype that bewitches us in other phantasmagorical installations: images that directly or indirectly propose not only a birth-rebirthing, but no less than eternity, as in the gingko biloba leaf.
 
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