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Venezia - dal 19 febbraio al 22 maggio 2005
Constantin Brancusi - L’opera al bianco
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COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM
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Dorsoduro 701 (30123)
+39 0412405411 , +39 0415206885 (fax)
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Sono circa 90 le fotografie di Constantin Brancusi (1876-1957) che la Collezione Peggy Guggenheim presenta in Brancusi. L’opera al bianco, prima mostra in l’Italia sull’artista rumeno
orario: 10-18. Chiuso il martedì
(possono variare, verificare sempre via telefono)
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biglietti: intero € 10; senior oltre i 65 anni € 8; studenti € 5 ; gratuito 0-12 anni
vernissage: 19 febbraio 2005.
catalogo: Skira
ufficio stampa: Alexia Boro
tel. 041-2405404
press@guggenheim-venice.it
curatori: Paola Mola, Marielle Tabart
autori: Constantin Brâncuºi
note: in collaborazione con il Musée national d’art moderne, Centre Georges Pompidou
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Sono circa 90 le fotografie di Constantin Brancusi (1876-1957) che la Collezione Peggy Guggenheim presenta in Brancusi. L’opera al bianco, prima mostra in l’Italia sull’artista rumeno, dal 19 Febbraio al 22 maggio 2005. Curata da Paola Mola, studiosa dello scultore, e specialista dell’opera di Adolfo Wildt e di Medardo Rosso, e da Marielle Tabart conservatrice dell’Atelier Brancusi del Centre Georges Pompidou di Parigi, la mostra è dedicata all’opera fotografica di Brancusi, che oltre a scultore fu fotografo di straordinaria capacità immaginativa e tecnica, e in rapporto con fotografi del calibro di Man Ray o Charles Sheeler. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Musée national d’art moderne, Centre Georges Pompidou.

Fotografia e scultura: binomio inscindibile del pensiero dell’artista, anche se più spesso l’accento è caduto sull’opera scultorea di Brancusi ritardando la scoperta della seduzione che le sue immagini, ottenute dall’alchimia del processo fotografico, sanno emanare. La mostra Brancusi. L’opera al bianco si propone di colmare proprio questa lacuna, il cui superamento è sentito e cercato dal panorama culturale italiano. Lo spessore scientifico e la capacità divulgativa dell’esposizione si rivelano nel raccontare la fotografia come opera e non semplicemente come documento sulla scultura. Brancusi, del resto, cercava nella fotografia la somiglianza, non l’esattezza: una dimensione spazio-temporale della rappresentazione che condivide con la scultura l’esserci oltre il momento, ma che per esprimere la materia, la luce, il reale cerca visioni inusuali, strumenti e tecniche rari.

L’artista, che giunse a possedere fino a quattro macchine fotografiche contemporaneamente, e sviluppava personalmente le fotografie nella camera oscura dell’atelier, ci ha lasciato 1865 negativi e stampe originali (conservati nei Fondi del Musée national d’art moderne di Parigi) in cui si scopre uno straordinario spirito sperimentale: inversione e sovrapposizione di negativi, solarizzazioni, stampe in controparte, a contatto e a ingrandimento. All’interno di questa visione la fotografia acquista, dunque, il valore di opera autonoma, non subordinata alla scultura ma in grado, anzi, di portare a compimento il lavoro sulla scultura stessa. La fotografia diventa scultura ultima: emanazione luminosa di un processo fisico che segna l’esito ultimo della ricerca sperimentale di Brancusi.

Amatissimo all’estero e in Italia a tutti i livelli della cultura, dal più raffinato a quello popolare, e fonte d’ispirazione dei maggiori artisti italiani, Brancusi non ha mai ricevuto una adeguata celebrazione delle sue opere nel nostro paese, tranne alcune, antiche apparizioni alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano. In Brancusi. L’opera al bianco il percorso fotografico si accompagna a 5 opere scultoree, in una sorta di controcanto tra due tecniche artistiche, due espressioni dell’intimità e del genio dell’artista. La rarità della mostra è sottolineata anche dal valore dei prestiti: delle sculture in gesso, conservate presso l’Atelier Brancusi, lasciato in eredità nel 1957 e ricostituito poi al Musée national d’art moderne, La baronessa (inizio anni Venti), esposta alla Brummer Gallery di New York nel 1933 in occasione della seconda mostra di Brancusi curata dall’amico Marcel Duchamp, e Il torso di adolescente (1919-1924) lasciano per la prima volta il Centre Georges Pompidou. La musa addormentata (post 1910), gesso esposto all’Atelier, e i due bronzi della Collezione Peggy Guggenheim, Maiastra (1912?) e l’Uccello nello spazio (1932-40), completano infine l’itinerario espositivo.

L’esposizione si articola in 8 stanze che si propongono come punto di vista, possibilità di osservazione, luogo in cui specifici aspetti della ricerca brancusiana vengono messi a fuoco: tra gli altri, la percezione spazio-temporale, la smaterializzazione della forma, la luce, il rapporto con l’arte cinematografica. Nella prima stanza, ad esempio, la scultura è osservata nel suo emergere come “rilievo” dal fondo dell’atelier, nella seconda il confronto è tra gesso e fotografia, ne la stanza di Prometeo l’attenzione si concentra sulla produzione in serie, la dissoluzione e l’ombra. Nelle ultime due sale si indaga il rapporto di Brancusi con il cinema attraverso alcune immagini non di sculture e la proiezione di film contemporanei, per chiarire il legame dello scultore con la sperimentazione e l’avanguardia cinematografica.

La fotografia è ricordo e registrazione ma, soprattutto, è ricerca formale, opera d’arte. Grazie all’originale impianto di Brancusi. L’opera al bianco, le fotografie potranno infondere nell’osservazione dell’oggetto reale, le sculture stesse, alcuni desideri dell’artista o i suoi pensieri sull’opera, come in una sorta di metalinguaggio silenzioso. Ma perché al bianco? Il bianco riguarda Brancusi, è parte della sua vita e del suo lavoro, per tanta parte in gesso e in pietra, dell’atelier pieno di polvere, dei suoi vestiti bianchi e della sua barba. Ma anche simbolo di quella luce finale che l’artista cerca per una vita di rendere visibile. Opera al bianco è, infine, sintagma che indica la trasmutazione in argento e come la stampa fotografica avviene nei sali d’argento, così queste immagini, che paiono uscite dalle mani di un mago, si presentano come pura alchimia.

Il catalogo, che accompagna la mostra, edito da Skira con la Collezione Peggy Guggenheim, nella versione in italiano e in inglese, contiene un saggio di Paola Mola, la schedatura delle opere a cura di Marielle Tabart, una nota tecnica di Francesca Parrino, oltre alle ottime riproduzione delle opere, e si propone come un indispensabile strumento per la conoscenza e l’approfondimento dell’opera fotografica di Brancusi.
 
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