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arte contemporanea, collettiva ART GALLERY 37 ​ Via Michele Buniva 9/ter/f Torino 10124

Torino - dal 5 al 13 settembre 2017

Sandra Assandri - Tracce. Collage digitali

Sandra Assandri - Tracce. Collage digitali
Senza titolo, collage digitale.
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ART GALLERY 37
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Via Michele Buniva 9/ter/f (10124)
+39 338/8300244
artgallery37@virgilio.it
www.artgallery37.com
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L'antropologa visiva Sandra Assandri ci mostra un lato nascosto della Cavallerizza Reale di Torino, patrimonio UNESCO e centro culturale alternativo. Fermare una memoria perduta nel tempo attraverso la precisione del digitale, precisione che lascia comunque aperta la domanda: cos'è davvero reale?
orario: martedì-sabato 16-19.30
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 5 settembre 2017. h 19.00
curatori: Marilena De Biase
autori: Sandra Assandri
genere: fotografia, arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Tracce.
Collage digitali di Sandra Assandri
A cura di Marilena De Biase

Inaugurazione martedì 5 settembre ore 19.00
Presentazione della poeta Anna Raffaella Belpiede

La galleria Artgallery37 riapre dopo la pausa estiva per una nuova stagione artistica ricca di eventi culturali non convenzionali. Il primo appuntamento vede come protagonista l’antropologa visiva Sandra Assandri con un progetto sulla Cavallerizza Reale di Torino. Poche città possono vantare un luogo come la Cavallerizza, patrimonio UNESCO dal 1997. Dal 2014 viene occupata da un gruppo di cittadini con l’obiettivo di opporsi alla vendita di quello che viene dai cittadini considerato un “bene comune” e contribuire attivamente alla sua riqualificazione e al suo riutilizzo, secondo il modello e gli strumenti della progettazione partecipata e della cittadinanza attiva: vi si organizzano assemblee cittadine, dibattiti, iniziative teatrali, musicali e artistiche aperte alla cittadinanza.
Sandra Assandri si è concentrata sugli spazi degradati e sugli oggetti abbandonati trovati nei primi mesi dell’occupazione, rielaborando il materiale con fotografie e scansioni per raccontare la storia meno nota della Cavallerizza. Il progetto si intitola, appunto, “Tracce” ed è una testimonianza, un tentativo di preservare la memoria sfocata della Cavallerizza fissandola con la precisione del digitale.
Dopo un primo anno intenso con mostre di artisti internazionali e provenienti da ogni parte d’Italia, ci è sembrato giusto ripartire da Torino, per presentare un luogo e una storia di cui si parla molto ma che probabilmente non è stata mai mostrata con questi occhi.


Genesi del progetto
Sandra Assandri
Il progetto nasce, nel 2014, alla Cavallerizza Reale di Torino, occupata, allora, da pochi giorni. Osservare quegli ambienti, forzatamente abbandonati dai residenti, mi ha portata a voler fissare in qualche modo l'aspetto dei luoghi e la condizione degli oggetti che ancora vi si trovavano.
Si sarebbero potute semplicemente fotografare le situazioni osservabili. Ho preferito lavorare in un altro modo selezionando oggetti disparati tra i moltissimi che ancora rimanevano e che raccontavano la vita quotidiana degli antichi residenti. Erano orfani di un passato non troppo lontano ma comunque non ricostruibile fedelmente nei particolari. Con questi e con alcune immagini di scorci e di particolari architettonici, ho realizzato composizioni ibride unendo vecchie fotografie trovate e cose dimenticate per creare testimonianze ipotetiche di momenti passati, di verosimili accadimenti e di vite vissute.
Organizzare le tracce rimaste in una sorta di racconto non era semplice, ma questi oggetti, ormai privi di cure e di affetti, appartenevano comunque a questi luoghi. Mi piaceva pensare si potesse tessere una narrazione verosimile di questo recente passato. La prima operazione e' stata fotocopiare gli oggetti. In un momento successivo, con Marilena De Biase, abbiamo utilizzato lo scanner elaborando le varie tavole e cercando di mantenere un'ipotetica continuità stilistica. Preparando queste immagini è stato inevitabile interrogarsi sul senso della memoria e sugli strumenti che possono aiutare a preservarla: la lotta contro l'oblio richiede strumenti efficaci. Abbiamo cercato di restituire una parvenza di vita a cose e spazi che, nel momento dell’abbandono, non si erano affidati alle tecnologie. Usare lo scanner permetteva di ottenere una registrazione più immediata e più materica dell'esistenza di questi oggetti, quasi-personaggi che si stavano lentamente dissolvendo.
I criteri di raccolta sono stati, all'inizio, abbastanza casuali, legati ad una personale percezione e lettura simbolica delle cose ancora presenti nei luoghi. La scelta non pretende di essere rappresentativa e la combinazione degli oggetti resta (e vuole essere) un'interpretazione assolutamente arbitraria di un mondo non più reale e ormai ignoto. Il vecchio oggetto, si presta a raccontare la vita interiore di chi lo ha usato. E' testimonianza residua di relazioni familiari o sociali e conserva memorie implicite di conoscenze, pensieri, eventi ed emozioni. Ce le ripropone in modo metaforico ribadendone la fisicità.
L'intenzione non era un ricostruire verosimilmente momenti passati o un mettere ordine in un mondo caotico, ma disporre liberamente dei vari elementi creando tra loro relazioni per affinità o per contrasto, un tentativo di salvataggio, almeno virtuale ed immaginifico, prima che inevitabili entropie completassero la loro opera demolitrice.
Le immagini raccolte rappresentano, a mio avviso, quello che in un'ottica buddhista potrebbe essere ricondotto al concetto di “impermanenza”. La caducità del risultato non è in contraddizione con l’accuratezza del segno, la cui specificità permane nel mezzo digitalizzato. Nonostante la precisione tecnica dell'acquisizione digitale restano aperti interrogativi su come la realtà possa essere rappresentata e manipolata attraverso una visione solo apparentemente oggettiva che è quella fotografica. E resta aperta la domanda: cos'e' davvero reale?


Creare immagini, raccontare storie – riflessioni sul mezzo tecnico
Marilena De Biase
A ben pensarci la creazione di immagini è la vera peculiarità dell'essere umano, la ragione che davvero ci distingue dal resto del mondo animale. Fin dalle caverne le immagini sono state il tratto distintivo dell'uomo che, attraverso la volontà del racconto, il desiderio di documentazione (quindi non un mero bisogno estetico-decorativo) ha lasciato il primo incredibile segno di sé, della propria storia. Le immagini hanno sempre raccontato storie; pensiamo ai grandi cicli di affreschi che raccontavano al popolo analfabeta le sacre scritture o celebravano le storie dei potenti.
La pittura è stata quindi per secoli la forma più potente di comunicazione, almeno fino all'avvento della fotografia, fino a quando si crearono le condizioni affinché all'arte si evolvesse passando dal documentare la realtà verosimile, al documentare le emozioni, realizzando un grande valore aggiunto al racconto delle storie.
Ora siamo nell'epoca del digitale, in cui personalmente mi sono integrata da subito (con entusiasmo fin dalla fine degli anni '80) esplorando l'aspetto della progettualità tridimensionale fino alla realtà virtuale. Questa precisazione per dire che ho subito profondamente il fascino dell'elaborazione elettronica dell'immagine scattata dal reale o “creata” con il ricorso a frammenti del reale che si possono mescolare tra loro, re-inventati di sana pianta, prodotto esclusivo della fantasia creativa. Intendiamoci, nulla che non si potesse fare anche con la pittura con il collage anche multimaterico (le avanguardie del '900 hanno prodotto meraviglie in tal senso). Lo straordinario e che oggi gli oggetti possono essere iperrealistici (la scansione specialmente a volte ha questo effetto) pur essendo manipolati, cambiati di scala, mettendoli in dialogo tra loro e con il contesto “virtuale” di cui li si circonda. Si può creare un linguaggio illusorio, suggerendo emozioni attraverso una verità/messaggio (poiché risulta straordinariamente verosimile) che può essere invece inganno. Certo tutto questo può essere usato intenzionalmente per indurre a pensare; mi chiedo però,se oggi l'era digitale non induca invece a rincorrere il fantastico a raccontare storie ed emozioni che si possono sostituire allo scomodo reale, specialmente là dove i soggetti rappresentati realmente possono essere composti tra loro in modo verosimile, inseriti in paesaggi irreali, mondi “virtuali” imperscrutabili, diciamo pure “finti” cioè inesistenti, ma assolutamente (falsamente) realistici, difficili da decodificare per chi non possiede le chiavi tecniche. (fake non solo le news)
Pertanto questa possibilità di sublimazione, storicamente propria dell'Arte, che oggi non è solo legata alla riproducibilità tecnica, che di fatto ne consente la diffusione, la massificazione, mi sembra che (al di là del fascino innegabile che esercita su chi ci lavora) contenga in se un rischio, forse un pericolo... di indurre ad una confusione/sostituzione del reale con un più comodo o confortante virtuale, perdendo progressivamente di vista la realtà talvolta drammatica e ingombrante dei nostri tempi; storie irreali ma verosimili, magari compiacenti, in sostituzione della storia vera, scomoda e difficile.
La domanda quindi è: quali storie vogliamo raccontare?
Certamente sta a chi manipola, pensa, progetta le immagini, (l'artista?) sviluppare ed assumere un'etica nel racconto che, cosciente della potenza del mezzo espressivo, sia anche di servizio all'approfondimento. Solo così si realizza, a mio parere, in questa società così complessa, il ruolo specifico ed insostituibile dell'arte.
 
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