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arte contemporanea, collettiva CIVICA RACCOLTA CARMELO CAPPELLO - PALAZZO ZACCO ​ Via San Vito 158 Ragusa 97100

Ragusa - dal 14 ottobre al 14 novembre 2017

Bruno Caruso nelle collezioni iblee

Bruno Caruso nelle collezioni iblee

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CIVICA RACCOLTA CARMELO CAPPELLO - PALAZZO ZACCO
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L’esposizione, pensata per celebrare i novant’anni di Caruso, raccoglie lavori che abbracciano oltre sessant’anni di carriera
orario: martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 8.00 – 14.00, 15.00 – 19.00; sabato ore 9.00 – 13.00, 15.00 – 19.00
Giorno di chiusura: domenica, lunedì e festivi
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 14 ottobre 2017. ore 18
curatori: Andrea Guastella
autori: Bruno Caruso
genere: arte contemporanea, personale
email: andreguast@yahoo.com

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comunicato stampa
Si inaugura sabato 14 ottobre 2017, alle ore 18.00, presso la Civica Raccolta “Carmelo Cappello” di Palazzo Zacco a Ragusa, la rassegna Bruno Caruso nelle collezioni iblee, a cura di Andrea Guastella.
L’esposizione, pensata per celebrare i novant’anni di Caruso, raccoglie lavori che abbracciano oltre sessant’anni di carriera – il quadro più antico data 1955 – concessi gentilmente in prestito da collezionisti iblei, due ritratti fotografici di Giuseppe Leone e la riproduzione di tre liriche inedite di Aldo Gerbino ispirate alla sua arte. In copertina un ritratto dell'artista del fotografo romano Dino Ignani.
I visitatori potranno inoltre soffermarsi su un video di Giancarlo Busacca con interventi critici di Andrea Guastella dedicato ai dipinti e ai disegni esposti in mostra.
Il corto, presentato in occasione dell’inaugurazione, sarà proiettato a ciclo continuo nell’aula video di Palazzo Zacco.


Dalla presentazione di Andrea Guastella: “Nato l’8 agosto del 1927, da pochi mesi Bruno Caruso è pervenuto alla venerabile età di novant’anni. Anni che lo hanno visto percorrere da un capo all’altro il mondo alla ricerca di una verità sull’uomo che muta, forse, nelle sole apparenze, nei tratti che distinguono una cultura dall’altra ma che, come sembra attestare il segno deciso dell’artista, costante nel tempo, viene ridotta senza scampo a una misura personale.
Non esistono centomila Bruno Caruso: ne esiste uno soltanto. Sono le storie a intrecciarsi, i racconti che egli interpreta con la stessa libertà degli autori e che con lena instancabile propone in tutta Italia. In Sicilia, poi, l’artista è di casa. Le sue mostre palermitane – ma anche catanesi, siracusane, ennesi, messinesi, agrigentine – non si contano. Solo Ragusa non è mai stata toccata neppure di striscio. Perché? Si è forse trattato di un banalissimo caso. O, più probabilmente, nel periodo di massimo fervore creativo dell’artista, tra gli anni Cinquanta e Novanta, il capoluogo ibleo scontava più di altri la sua condizione, per certi versi felice, di perifericità spaziale e culturale.
A questa mancanza, la presente esposizione intende rimediare. Ma intende pure rendere giustizia a un collezionismo in terra iblea ben radicato e di sicuro avveduto: non sono presenti, tanto per capirci, i lavori di Caruso che, pur degni della sua mano – come Caravaggio, anch’egli è persuaso che per dipingere una canestra di frutta occorra la stessa abilità che per plasmare un volto umano – sembrano cedere a istanze decorative o commerciali. La totalità dei soggetti agli atti sono figure, talvolta stravaganti, altre giocose, altre segnate dall’esperienza del dolore. Dietro ciascuna di esse è possibile leggere, con un po’ di pazienza, riferimenti precisi.
Padre Anacleto da Caprarola, una china non datata, è ad esempio il protagonista di una novella di Mario Pratesi raccolta nel volume In Provincia del 1883, presto paragonato (ma con poca giustizia) alla Vita dei campi di Verga. Come baciai il piede a Pio IX, altra splendida china non datata, dove colpisce, anche più dello sguardo sornione del bimbo, il grafismo decorativo della firma dell’artista, ripete invece il titolo di un amaro racconto di Olindo Guerrini. E che dire dei Forconi, con quel borghese azzimato e in carne inseguito dai bifolchi, che pare rubato allo stilo di George Grosz?
Strumenti di morte, come in Interno con armeria, sono sempre pronti all’uso. Spesso – lo testimoniano visioni di lotta e prigionia – sono utili alla guerra guerreggiata. E tuttavia l’unica, universale guerra è quella che, opponendo stupidamente uomo a uomo, non esita a convertirsi in farsa, in messinscena.
Proprio quanto accade ai protagonisti dell’Opera da tre soldi di Brecht sceneggiata da Caruso a Palermo nel 2003 con la regia di Piero Carriglio di cui qui si presentano i protagonisti: I mendicanti di Dreigroschenoper che, con intento provocatorio non meno forte di quello brechtiano, ostentano le loro menomazioni fisiche, i loro sentimenti schietti, la loro libertà.
“Il mio sangue”: così scrive Caruso a matita tra le pieghe della china. Lo stesso sangue dei suoi pazzi, degli alienati degli ospedali psichiatrici e insieme quello copiosamente versato dal Che o da Archimede, la cui sola colpa era voler sollevare il mondo, magari con l’ausilio di una leva, dalla miseria del presente.
Ovviamente non c’è solo questo. C’è la schiena nodosa di un Cristo battezzato – uno dei lavori di un enorme ciclo, purtroppo disperso, dedicato alla Scrittura sacra – e la quiete di un contadino di Castelbuono che, incidendo un albero, ottiene il prosaico Miracolo della manna.
C’è il sorriso sornione di Chagall “uccello” che guarda il mondo dall’alto della Torre Eiffel e c’è il sorriso, altrettanto incantato, di un giovinetto poggiato a una pila di travi di un lavoro del ‘55.
Infine c’è l’eros, l’amore fisico di Joie de vivre, l’olio che ha difeso Caruso nella mostra di Sgarbi Artisti di Sicilia, e di due magri nudi femminili degni di Verga e Lampedusa o dello stesso Camilleri.
Non è forse la visita a una mostra di Caruso l’unica incursione artistica che il famoso Commissario si riserva ne La paura di Montalbano e, a pensarci bene, in tutti gli altri polizieschi dello scrittore agrigentino?
Dall’alto di una finestra del suo appartamento sul Colosseo, dove lo ha colto l’obiettivo di Giuseppe Leone, Caruso contempla il presente e il passato. No, dopo tanto dipingere non è cambiato nulla: bellezza è una maceria. Ma l’artista, lo ha ben colto Leone in un secondo scatto, più recente, non sembra preoccuparsene. Non è mai tardi per farsi una risata. Auguri maestro, buona vita”.


Disegnatore impagabile, pittore, scultore e scrittore memorialista Bruno Caruso è uno degli artisti italiani più noti al mondo. Nasce a Palermo nel 1927 e a cinque anni inizia a disegnare. A 19 ha modo di conoscere l’arte di George Grosz e di Otto Dix, che incontra di persona. Nel 1947 è a Praga per il Festival della Gioventù e illustra alcune opere di Kafka, perfezionandosi nello studio e nella pratica dell’acquaforte. Nello stesso anno esegue una serie di disegni sull’occupazione nazista del Ghetto di Praga e sul cimitero ebraico della città. Laureatosi in Giurisprudenza nel dopoguerra, stringe sincera amicizia con Vittorini e Quasimodo e, da vero bibliofilo, intraprende una raccolta di libri sull’arte e di opere illustrate con acqueforti o xilografie. Nel 1953, per incarico della Regione Siciliana, si occupa del progetto di stampa della rivista Sicilia. Diviene amico dei poeti De Libero, Sinisgalli, Ungaretti e dei pittori Clerici, Gugel, Colombotto Rosso, Vespignani, Porzano, Ben Shahn e Jack Levine e di grandi fotografi quali Herbert List e Brassaï. Dal 1953 al 1958 collabora con il coreografo Aurelio Milloss. Riprende negli anni ‘90 l’attività teatrale presso il Teatro Stabile di Palermo. Dal 1953 al 1958 esegue una serie di disegni di denunzia sul Manicomio di Palermo e intraprende una campagna per la revisione della psichiatria insieme con Franco Basaglia. Il suo costante impegno civile lo conduce a battersi contro tutte le forme di sopraffazione e di violenza, scendendo in causa contro la mafia, ma anche a manifestare con documenti e volumi la sua solidarietà al popolo vietnamita. I suoi interessi di artista e di studioso vanno dalla scultura classica alla miniatura persiana e indiana ai disegnatori giapponesi Hokousai e Hiroshige, ma soprattutto alla grande pittura italiana, in particolare al Seicento, a Caravaggio e ai suoi seguaci. Ha svolto e svolge una vasta attività di illustratore di opere della letteratura italiana ed europea dell’Ottocento e del Novecento, da Machiavelli a Ungaretti. Ha ricevuto la laurea honoris causa della Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Palermo, la Medaglia d’oro di Benemerito della Cultura dal Presidente della Repubblica Italiana, e nel 2003, il premio Archimede, assegnato dalla Regione Siciliana ai siciliani più illustri nel mondo. Numerosissimi i riconoscimenti da parte di accademie e istituzioni straniere. È Accademico di San Luca dal 1993.
 
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