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arte contemporanea, collettiva SPAZIO E ​ Alzaia Naviglio Grande 4 Milano 20144

Milano - dal 29 settembre al 17 novembre 2018

Artisti in permanenza - Mese di settembre

Artisti in permanenza - Mese di settembre
SPAZIO E
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Alzaia Naviglio Grande 4 (20144)
+39 02.58109843 , +39 (fax), +39
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Per stile diverso, qualità e originalità quest’anno lo Spazio E ha selezionato una dozzina di artisti tra pittori, scultori e fotografi.
orario: sabato e domenica ore 11-19
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 29 settembre 2018. ore 18.00
curatori: Valentina Carrera
autori: Ivano Beselli, Sabrina Bonetta, Valentina Carrera, Claudio Galbusera, Paolo Lo Giudice, Marco Lombardo, Michela Meloni, Giuseppe Orsenigo, Virgilio Patarini, Anna Pluda, Rossana Rubino, Lyudmila Vasilieva
genere: fotografia, arte contemporanea, collettiva

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comunicato stampa
Per stile diverso, qualità e originalità quest’anno lo Spazio E ha selezionato una dozzina di artisti tra pittori, scultori e fotografi. Questi artisti vengono proposti in permanenza nel corso della stagione 2018-2019 con appuntamenti bimestrali in cui, oltre a rinnovare le opere esposte, si ha la possibilità di approfondire la conoscenza di due o tre di loro: un evento “Focus” con una presentazione critica e un dialogo aperto con gli artisti.
Per il secondo incontro “Focus”, previsto per il 29 settembre, gli artisti di cui si avrà la possibilità di conoscere la poetica sono Paolo Lo Giudice e Lyudmila Vasilieva.


Paolo Lo Giudice
Paolo Lo Giudice è un medico. Non solo in termini professionali perché questa è la sua attività quotidiana, ma anche perché il suo atteggiamento verso la vita e quindi la sua produzione artistica derivano dal doveroso e incisivo, se non chirurgico, sguardo tipico della formazione medica. Conoscendo la sua professione, verrebbe da dire che Lo Giudice è un pediatra, che per rendere la sofferenza dei bambini più lieve popola il loro mondo di animali fantastici, colorati cani, uccelli, cinghiali e canguri. Sarebbe possibile, non è neanche sbagliato pensarlo, ma non è veramente così e non è qui che risiede il nucleo del suo agire.
Si potrebbe dire, e adesso siamo più vicini alla realtà, che Lo Giudice è un anatomopatologo, che dopo aver riscontrato la malattia propone la sua Arte come cura possibile.
Ci troviamo davanti a una negazione e a un mistero: le stesse sensazioni che colgono che si trova davanti ad una scultura di Lo Giudice, frutto di un paziente lavoro di recupero di parti metalliche e plastiche per un loro sapiente assemblaggio in forme diverse. I suoi soggetti sono estranei all’origine dei materiali e formano un mondo fantastico popolato principalmente da animali e scene dalla forte carica emotiva (come una coppia in dolce attesa seduta in panchina o una barca di immigrati).
Come un Vesalio contemporaneo Lo Giudice scopre l’anatomia, non quella umana come fece il grande medico rinascimentale, ma quella sociale. L’artista affonda le mani in una delle piaghe più purulente della società, i rifiuti e il loro riciclaggio: recupera ciò che non è recuperabile e ne fa qualcosa di nuovo, qualcosa di interessante, qualcosa che seppur non abbia una finalità oggettiva, è funzionale per il godimento estetico e per l’esperienza ludica.
Si configura così l’immagine di un Patch Adams, che si muove sorridente tra i corridoi di una società malata a causa dell’inquinamento e dell’indifferenza proponendo come cura una responsabilizzazione derivante da una presa di coscienza abbinata al gioco, ad uno spirito leggero che impedisca di perdere, a causa delle preoccupanti situazioni ambientali, il contatto con il vero senso della Vita: essere felici.
(Alessandro Baito)

Lyudmila Vasilieva
Russa di origini e ucraina di formazione.
Una femminilità completa che traspare in ogni tela, sia questa tendente al figurativo o più abbandonata ad un linguaggio informale.
Il suo paese d’origine è un piccolo centro del Nord, Velikie Luki, incastonato tra Mosca, San Pietroburgo, Minsk, Tallinn e Riga: una stella a cinque punte che potrebbe far pensare al soffocante socialismo russo. L’influsso di tante realtà invece va a forgiare una personalità, quella della Vasilieva, che di fronte ad una stella non può percepire altro che l’uomo vitruviano, una personalità che mette sempre e comunque in primo piano la cultura e non la politica e se spinta a parlare di politica lo fa per la necessità di favorire la cultura in quanto fonte di benessere sociale.
La città che però rappresenta la Vasilieva più di ogni altra è Odessa, in Ucraina, sul Mar Nero, dove sin da giovane la pittrice riparò abbandonando la bruma settentrionale. Odessa, città portuale e ricca, cosmopolita e centro turistico soprattutto per le sue fantastiche architetture.
Eppure le due forze plasmatrici di cui possiamo vedere la risultante nell’opera della Vasilieva sono altre. In primis la celebre scalinata Potiomkin, accesso alla città dal mare, grazie alla famosa pellicola di Ejzenstein simbolo, anche se per licenza poetica considerando che la repressione militare ebbe luogo in città, sentitissimo simbolo della rivoluzione russa del 1905 contro lo zarismo: e così i figurativi dal sapore quasi classicheggiante della Vasilieva si rompono nella stessa tela per essere scomposti in intense linee di colore, campiture puramente emozionali che sembrano il solco lasciato dal passaggio di quel tragico passeggino.
L’altro simbolo, più nascosto, meno pubblicizzato, della città è il dedalo di gallerie che corre sotto le strade, più di 2000 chilometri di impossibili catacombe dove più di una persona ha perso l’orientamento fino a morirne d’inedia. E’ il labirinto della morte, è il sottosuolo e l’Oltretomba, il terrore dell’abisso, un simbolo esistenziale noto ad ogni artista: ciascuno dà la sua risposta e quella della Vasilieva è la grazia, l’eleganza, l’equilibrio del Colore, del Bello, della forma pura dello Spirito che si eleva sopra ogni forma di terrore. Il labirinto di Odessa come il labirinto del Minotauro, Creta e il mito di Europa, le origini della cultura con la Grecia e poi Roma, le scale infinite verso il cielo e la scala di Giacobbe dove si muovono gli angeli, Icaro che vuole raggiungere il sole con le sue ali di cera, il Mar Nero e le sue leggende, Atlantide... una infinità di rimandi che hanno contribuito alla formazione della Vasilieva così come in quello che si può considerare il suo maestro, un altro straniero che ha studiato ad Odessa: Vassilij Kandinkij, riparato a casa della zia appena adolescente in seguito al divorzio dei genitori.
Nelle geometrie della Vasilieva si possono ritrovare echi molto forti delle lunghe e astratte linee kandinkijane, con la differenza sostanziale di una diversa gestione degli spazi vuoti: dove la scomposizione del Reale di Kandiskij portava anche ad una vertigine di fronte alle incertezze della vita, atteggiamento tipico dell’epoca delle Rivoluzioni Industriali e tipiche di un certo modo di sentire maschile, la Vassilieva oppone una fiducia femminile che il Vuoto non esiste ma tutto è unito e armonizzato dall’amore per la Vita e per una delle sue manifestazioni più complete, il Bello.
(Alessandro Baito)
 
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