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arte contemporanea, collettiva GALLERIA ALBERTO PEOLA ​ Via Della Rocca 29 Torino 10123

Torino - dal 14 marzo al 18 maggio 2019

Simone Mussat Sartor - Memorie private

Simone Mussat Sartor - Memorie private
Simone Mussat Sartor, Private memories #16, 2018, polaroid, cm 30x50, courtesy Alberto Peola Arte Contemporanea
 [Vedi la foto originale]
GALLERIA ALBERTO PEOLA
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Via Della Rocca 29 (10123)
+39 0118124460 , +39 01119791942 (fax)
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www.albertopeola.com
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La galleria Alberto Peola presenta Memorie private, la seconda personale dell’artista Simone Mussat Sartor (Torino, 1972).
orario: Martedì - Sabato (15:00 - 19:00)
Mattino su appuntamento
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 14 marzo 2019. ore 19:00
curatori: Marco Rainò
autori: Simone Mussat Sartor
genere: fotografia, arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
L’oggetto

Un ciclo fotografico intitolato Private Memories, composto da venti abbinamenti di tre istantanee – più uno di quattro – tutte realizzate utilizzando, a seconda dei casi, una Kodak Instamatic, una Polaroid 600 o una Polaroid Spectra.
Le immagini del lavoro, realizzate nel corso di un arco temporale di due anni, sono esemplari unici scelti fra una serie di scatti analoghi e hanno come invariabili soggetti protagonisti Nina, Zoe e Phoebe – 17, 10 e 7 anni, oggi – le figlie dell’autore.

L’atmosfera

Esattezza e indeterminatezza sono i poli distanti – in questo caso, e in modo immaginifico, i punti terminali di due traiettorie che si divaricano partendo dalla medesima origine – tra cui oscillano le ventuno “memorie private” di Simone Mussat Sartor.
L’esattezza, qui, è soggiacente – si potrebbe anche dire che è presente in filigrana – al progetto dello scatto, manifestandosi in un’invisibile trama di segni di costruzione, di ideali tratti geometrici che fungono da sinopia della composizione: nell’aspirazione a voler ritrarre i diversi soggetti nel medesimo qui e ora, mediante la ripetizione di un’identica posa, fissa e millimetricamente determinata, nello stesso scenario e in abiti uguali, ogni fotografia testimonia un programmatico progetto di esattezza, che assume i connotati di un’ossessiva volontà – o necessità? – di ordinare, regimentare e governare tutto, dall’inquadratura alle posture delle tre distinte silhouette.
L’istantanea finale, studiata nel minimo dettaglio, racconta di una ricerca di precisione dichiarata, che si rivela e rafforza nel confronto incrociato – e nel “trova le differenze” – tra le immagini che formano i trittici.L’indeterminatezza, è presente nello scatto – anzi, più precisamente è emanata – come una sua proprietà incidentale ma pervasiva; motivata tecnicamente dalla natura dello sviluppo istantaneo, si dichiara attraverso un vago, caratteristico alone, un indefinito scolorare lattiginoso – anche accompagnato da qualche minimo sintomo di macchia o sbavatura – che immerge l’immagine in una dimensione temporale sospesa e trasognata, in parte diluendo i contorni delle figure e i toni dei colori.
È nella distanza tra le divergenti “traiettorie” dell’esattezza e dell’indeterminatezza che si genera una tensione palpabile, una frizione che resta nell’aria e che risulta utile a connotare esteticamente questo ciclo di fotografie: è in questo contrasto tra qualità antitetiche che prende consistenza il tratto visivo dominate – e sottilmente conturbante – del progetto, quel timbro lievemente liquido che informa l’atmosfera generale e fissa la temperatura di queste immagini.

Le corrispondenze

Entro questa atmosfera – o forse si potrebbe scrivere entro questo paesaggio – nello spazio precisamente definito e delimitato dalle cornici bianche delle Instamatic e delle Polaroid, è forte il tema del ricordo: si tratta di memorie, come suggerisce il titolo del ciclo, di momenti in cui i soggetti – Nina, Zoe, Phoebe e Simone, il padre, regista delle scene testimoniate e autore delle istantanee – hanno condiviso un tempo e un luogo. C’è il pensiero, forse anche un desiderio esplicito, di fermare un momento, di non dimenticare, ma il tutto è progettato per ritagliare e far emergere dallo scorrere rapido del continuo divenire qualcosa che non può comparire nella fotografia, che ha a che fare con la traccia non visibile del legame fraterno e più in generale del vincolo familiare. Si intuisce, negli scatti, un carattere di assonanza tra i soggetti, di corrispondenza reciproca: un qualcosa suggerisce l’idea che tra questi “vertici” possano tirarsi delle linee di collegamento, come si fa nel delineare le sagome delle costellazioni unendo i punti delle singole stelle o le traiettorie di navigazione tra le isole di un arcipelago. La fotografia, seguendo questa metafora, assume la qualità di un documento paragonabile ad una carta celeste o nautica, una mappa che designa, esplicita e che può essere interpretata.
Parafrasando ciò che afferma Wittgenstein – «Quando vedi l’occhio, vedi qualcosa uscirne. Vedi lo sguardo dell’occhio.»[1]– qui, ad uscire dai corpi ritratti, sembra essere un’idea, oppure un’offerta, di corrisposta relazione tra simili. In queste teoriche triangolazioni tra soggetti, astratte ma immanenti, è la cronaca poetica di un rapporto privato. Di più: di una trama di affetti.

Il ritratto

Queste testimonianze fotografiche appartengono alla categoria del ritratto. I tre soggetti ricorrenti, sono raffigurati in posa, secondo tagli differenti, in scenari variabili. Ad esempio: il loro volto attraverso la piccola finestra di un portone in legno dipinto d’azzurro; la loro sagoma integrale, quasi in controluce, sulla soglia di una chiesa; le loro gambe, solo quelle, in verticale davanti a un orizzonte marino.
Lo sguardo dei soggetti si rivolge, di volta in volta, a chi fotografa oppure in direzioni altre, fuori campo. Ma è la presenza di questi soggetti e il loro reciproco assimilarsi in un gioco di mutua corrispondenza, come scrivevamo, a essere centrale in queste immagini.
Questi ritratti, non si concentrano sulla definizione del singolo, non focalizzano sulla persona, ma funzionano in chiave olistica per esprimere, mediante le figure rappresentate, un sentimento: «Il ritratto non è il richiamo di un’identità (memorabile), più di quanto non sia richiamo di un’intimità (immemorabile).»[1]

I figli sono, anche e in parte, un proprio sembiante, una proiezione del sé, il riflesso – più o meno simile – del nostro volto, che ci è invisibile sempre a meno che non incontri il suo riflesso nella superficie specchiante.

«Io “mi somiglio” solo in un volto sempre assente per me e al di fuori di me, non come un riflesso ma come un ritratto portato davanti a me, sempre in anticipo su di me. Il ritratto ritrae questo anticipo e questo portarsi in avanti, questa prora che apre nei flutti la sottile scia, che subito scompare, di un “sé”.» [2]

La simmetria

Nina, Zoe e Phoebe sono portatrici di un’eredità genetica paterna, anche “replicanti” di alcuni tratti tipici – fisici, caratteriali, comportamentali – del loro genitore.
Tra loro e l’uomo dietro la macchina fotografica, nel momento della ripresa, si definisce una zona sgombra, un’area libera in cui sembra possibile tracciare un ideale, immateriale asse di simmetria che consenta di immaginare un vicendevole rispecchiarsi tra i soggetti in campo e, al contempo, renda possibile tra loro un qualcosa di assimilabile ad un transfert.
La fotografia, risultante di questa correlazione, si pone come ulteriore esito di una riflessione per simmetria, perché in essa è come se si confondessero e coniugassero in miscela le singole “presenze” di chi ritrae e di chi è ritratto.
In questo processo, si rintraccia il tema della perdita dell’unità del soggetto, ma anche quello della proliferazione o della moltiplicazione connaturati alla filiazione: «accanto ad ogni particella di coscienza umana, può essere disposto un asse di simmetria, così che l’immagine riflessa di quella particella appare al lato opposto dell’asse. Entrambe le parti, immagine e riflesso, formano una nuova particella della coscienza accanto alla quale può nuovamente essere posto un asse di simmetria […] Perciò, accanto ad ogni lato di ogni asse di simmetria, si crea un’entità riflessa, vicino alla quale, ancora e ancora, si vanno formando in modo esplosivo sempre nuovi assi di simmetria, all’infinito.» [3]
Le “memorie private” di Simone Mussat Sartor, nel loro riprodursi per istantanee, costituiscono un originale atlante visivo: le sue immagini – allo stesso tempo esatte ed indeterminate – organizzate in trittici e rese nei registri stemperati delle loro impalpabili tonalità acquose, mettono in scena una delicata, preziosa intimità, ricorrendo ad una grammatica espressiva che rivela una carica emotiva, e sentimentale, d’eccezione.

Marco Rainò





[1] Ludwig Wittgenstein, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi, Milano, 1990

[2] Jean-Luc Nancy, Il ritratto e il suo sguardo, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002

[3] Dieter Roth, Mundunculum, DuMont Schauberg, Colonia, 1967
 
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