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arte contemporanea, collettiva GALLERIA ZAMAGNI ​ Via Dante Alighieri 29/31 Rimini

Rimini () - dal 14 giugno al 13 luglio 2019

Zino - Bad Dream

Zino - Bad Dream

 [Vedi la foto originale]
GALLERIA ZAMAGNI
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Via Dante Alighieri 29/31
+39 05411414404
m.me/zamagniarte
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Prima mostra della galleria che ha aperto i battenti ad aprile: un tripudio di una fantasia lisergica fatta di strisce di scotch colorato (tecnicamente Tape Art) per sovvertire il presente e destare dal sonno culturale in cui pare caduta la società
orario: Lunedì - Venerdì 9:00-13:00 e 16:00-20:00
Sabato 9:00-13:00 e 16:00-19:00
Domenica
15:00-19:30
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 14 giugno 2019. ore 18.30
curatori: Alice Zannoni
autori: Zino
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Zamagni Galleria d’arte e cornici è lieta di inaugurare venerdì 14 giugno alle ore 18:30 la prima mostra della galleria dopo aver aperto i battenti ad aprile 2019 con un evento che ha messo in mostra gli artisti della scuderia e mostrato al pubblico i suoi nuovi spazi in via Dante Alighieri a Rimini.

A tenere il battesimo della galleria la mostra personale di Zino (Luigi Franchi, Teramo 1973) a cura di Alice Zannoni che trae spunto dagli appunti dell’artista per dare il titolo all’esposizione, Bad Dream, facendo rifermento a una citazione di Guy Debord tratta dal saggio "La società dello spettacolo"; dice il filosofo francese: «Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime altro che il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno».

Quale sia lo spettacolo e quale sia la vacuità dello show che viviamo tutti i giorni lo mostra l’artista con il nuovo ciclo di lavori che divengono un tripudio di una fantasia lisergica fatta di strisce di scotch colorato (tecnicamente Tape Art) per sovvertire il presente e destare dal sonno culturale in cui pare caduta la società. Zino si appropria del citazionismo per dar voce alla propria poetica, così che venti classici old master dell’arte - dalla Venere di Botticelli, alla Medusa, dal David di Michelangelo, al Sibilla sistina, al Marc’Aurelio, alla Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, fino alla più recente statua della libertà, solo per nominarne alcuni – divengono emblemi di un modello cognitivo e comportamentale basato sulla finzione talmente ben strutturato che inganna anche se stesso.

Il paradosso - scrive Alice Zannoni - è che oggi si fa comunicazione della non-comunicazione e le immagini hanno preso il sopravvento determinando un valore apparentemente immenso, ma che dura appena pochi istanti, al repertorio più banale della quotidianità o, peggio ancora, banalizzando ciò che invece ha valore. Se l’assioma regge, poiché “l’essenza dell’istante è abolirsi”, abbiamo inventato una strategia per farci fuori fregiandoci della supremazia del qui e ora e ovunque, on line, on air, like, follower, star del nulla e chi più ne ha più ne metta.

Le opere di Zino con la voluta connotazione di comunicazione immediata per effetto del “già visto” non conduce a una negazione dell’arte bensì alla creazione di un antidoto di cui si può tranquillamente abusare per uscire dall’illusione di quello spettacolo che rende un po’ tutti noi assonnati.

La mostra inaugura con il patrocinio del Comune di Rimini.


Testo critico mostra Zino | Bad Dream
Il titolo della mostra Bad Dream, letteralmente incubo, mi è stato suggerito dall'artista stesso
qualche mese fa quando mi presentò il suo progetto mandandomi una cartella via email così
nominata, composta da un testo che raccontava in sintesi il nuovo ciclo e da una serie di lavori già
conclusi. Prima di leggere la spiegazione poetica, guardo le immagini. Conoscevo già Zino, l'artista,
seguivo lo sviluppo del suo lavoro ed ero ansiosa di vedere i risultati della sua ricerca.
Immediatamente mi sono chiesta: «Perché Bad Dream? Dove sta il brutto sogno in opere che di
primo impatto visivo, con il colore sgargiante di cui son fatte, appaiono piuttosto il corrispettivo del
tripudio di una fantasia lisergica? E perché incubo se i soggetti rappresentati sono tutti provenienti
dalle migliori pagine di storia dell'arte?».
La risposta sta in un'affermazione di Guy Debord che Zino stesso aveva citato nei suoi appunti: «Lo
spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime altro che il suo
desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno» 1 . Il libricino da cui è tratta la
frase - La società dello spettacolo - è uno di quei testi fondamentali che hanno segnato l'epoca del
'68 mettendo i punti fermi rispetto all'analisi di una società che iniziava a dare i primi segni
cedimento nel passaggio di una staffetta evolutiva in cui i rapporti venivano definiti da una scala
con i pioli traballanti. E, se all'epoca della pubblicazione, siamo nel 1967, lo spirito critico del
filosofo si colloca in una visione politica di ispirazione marxista che ne qualificava l'essenza, ciò
che è incredibile è che a più di cinquant'anni di distanza il contenuto di quel saggio è quanto mai
una realtà consolidata che è entrata a far parte del quotidiano di ognuno di noi. Per andare al sodo
della questione Debord aveva individuato il problema di una società sempre più avvezza ai miraggi
del capitalismo, di una società che sempre più s'è accomodata nella culla del benessere, di una
società incantata dallo show di una realtà sempre più fugace ed edulcorata che accumula tutto,
anche immagini, a fronte di quello che le immagini stesse stanno a significare, portando così a un
paradosso per cui l'eccesso trova spazio nella sua negazione, ovvero nell'azzeramento.
Molti i pensatori concordi nel valutare i rischi della spettacolarizzazione esistenziale (che poi
significa show morale, civico, culturale) e se pensiamo che all'epoca internet non esisteva,
WhatsApp era lontano anni luce e i selfie – detti autoscatti – stavano dentro a un rullino per
settimane prima di vedere la luce, gli scenari ipotizzati non possono che confermare, ad un
confronto con il presente, il nostro dolce torpore mentale, in alcuni casi vero e proprio coma, di cui
siamo artefici e vittime. Puntuale come sempre, Marshall McLuhan parla di numbing effect, ovvero
di stordimento collettivo dovuto ad un'eccessiva sollecitazione che ha portato alla narcosi delle
sensibilità sensitive e affettive... e in effetti la nostra percezione rispetto al tema dell'estetico (dove
estetica significa percepire con i sensi) è diventata più che altro un'efficacissimo anestetico. Serafico
anche Agamben con la sua definizione di “degrado della civiltà” per esprimere il senso di collasso
dei tempi che corrono.
E cosa c'entra tutto ciò con le opere di Zino? Che c'entra la Venere di Botticelli? Che responsabilità
ha la sibilla ancorata da oltre 500 anni alla volta sistina? E Giulio Cesare? Solo per citare alcune
opere in mostra... di cosa sta parlando l'artista? Dove sta l'incubo di questo spettacolo che ci
impedisce si essere desti?
Sta nel paradosso della situazione, sta nel nuovo modello cognitivo e comportamentale basato sulla
finzione e talmente ben strutturato che inganna anche se stesso. La realtà oggi presuppone un grado
di menzogna che autorizza l'esibizione individuale senza nemmeno mettere in discussione l'ipotesi
di pertinenza, sostanza e verità del contenuto, tanto che diventa difficile distinguere se si “crede di
credere” o se si “finge di credere” e basta scorrere qualsiasi social per vedere che i soggetti
(persone, cose, luoghi e anche opere) diventano delle matrici, il che è ben diverso dall'essere icone
che per statuto ontologico veicolano significati. Anche i “protagonisti” scelti da Zino sono matrici,
erano icone, erano e per certi versi lo sono ancora perché restano i capisaldi della cultura classica,
1 Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967, Dalai Editore, 2008

erano e sono le radici della nostra storia, ma sono diventati per lo più matrici, dove la parola perde il
suo significato di madre generatrice per divenire sinonimo di stampo che riproduce la stessa
impronta. Se applicato all'essere umano, per natura unico, non è molto edificante pensare che siamo
un po' tutti moduli, significa essere spersonalizzati, significa essere massa (acritica), significa
svuotare la cultura demitizzandola in nome del simulacro e dell'apparenza.
Il paradosso è che oggi si fa comunicazione della non-comunicazione e le immagini hanno preso il
sopravvento determinando un valore apparentemente immenso, ma che dura appena pochi istanti, al
repertorio più banale della quotidianità o, peggio ancora, banalizzando ciò che invece ha valore. Se
l'assioma regge, poiché “l'essenza dell'istante è abolirsi” 2 , abbiamo inventato una strategia per farci
fuori fregiandoci della supremazia del qui e ora e ovunque, on line, on air, like, follower, star del
nulla e chi più ne ha più ne metta.
Il problema non è il mezzo, ma l'uso che se ne fa e a tal proposito Mario Perniola con una frase
concisa mette in luce il problema: «Internet è allo stesso tempo l'affermazione globale e immediata
dell'intero patrimonio culturale dell'umanità e lo sprofondamento in un abisso inconcepibile per la
mente umana» 3
Zino ci sta dicendo questo con il nuovo ciclo di opere: descrive la mistificazione delle immagini,
usando le immagini stesse, strumentalizzando così il paradosso a favore di una critica sociale che
dovrebbe funzionare come una sveglia per destare l'assenza di coscienza perché, continuando con le
parole di Debord, «Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui
mediato dalle immagini» 4 ; quindi se nella logica dello spettacolo si sta solo a guardare, che tipo di
rapporti ci si può aspettare senza la presenza di dialogo e interazione?
Ecco dove sta l'incubo, il bad dream che l'artista esplora con un linguaggio “adrenalinico” dove la
tecnica, ovvero l'uso si strisce di scotch (Tape Art), diventa funzionale sia a un appeal estetico che
richiama al colore, alla trasparenza e all'artificiosità della materia (ma questo è ciò che sta in
superficie), sia a una più profonda analisi dell'immagine originale che viene sezionata in porzioni
prima di essere ricostruita come fosse passata al vaglio di uno scanner che ne indaga le propensioni
e il costrutto culturale; in questo modo l'arte si pone al servizio della causa umana attraverso un
processo di simbolizzazione della tecnologia che rende interpretabile il presente e che corregge i
“malcostumi” della tecnocrazia.
Dal punto di vista semiotico l'operazione di Zino con l'uso delle icone della cultura classica viene
definita détournement, ovvero citazione, e serve all'artista per appropriarsi dei fatti storici, della
bellezza, della storia, decontestualizzandola e inserendola in un nuovo insieme di significati che le
attribuiscono un nuovo valore. La connotazione di comunicazione immediata, per effetto del “già
visto”, non conduce a una negazione dell'arte, bensì alla creazione di un antidoto di cui si può
tranquillamente abusare per uscire dall'illusione di quello spettacolo che rende un po' tutti noi
assonnati.

Alice Zannoni

2 Emo, in Mario Perniola, Estetica italiana contemporanea, Bompiani, 2017
3 Mario Perniola, Estetica italiana contemporanea, Bompiani, 2017
4 Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967, Dalai Editore, 2008
 
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