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arte contemporanea, collettiva PALAZZO BALDESCHI AL CORSO ​ Corso Pietro Vannucci Perugia 06121

Perugia - dal 17 settembre 2005 all'otto gennaio 2006

Gian Domenico Cerrini - Il "Cavalier Perugino" tra classicismo e barocco

Gian Domenico Cerrini - Il "Cavalier Perugino" tra classicismo e barocco
PALAZZO BALDESCHI AL CORSO
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oltre 70 opere del Cavalier Perugino insieme ad alcuni dipinti che testimoniano l’ambiente artistico in cui si è formato
orario: 10-19
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: intero € 8.00; ridotto € 6.00 (per studenti universitari con tesserino, ragazzi con un'età inferiore ai 18 anni e adulti con un'età superiore ai 65 anni, gruppi di minimo 15 unità e possessori della card cittadina); per le scuole € 3.00; gratuito per i bambini fino a 6 anni, disabili con accompagnatore, accompagnatori dei gruppi, insegnanti accompagnatori, giornalisti con tesserino. Sarà inoltre riconosciuto l’ingresso con tariffa ridotta ai possessori del biglietto della mostra Arnolfo di Cam
vernissage: 17 settembre 2005.
editore: SILVANA EDITORIALE
ufficio stampa: STUDIO ESSECI, CIVITA
curatori: francesco federico mancini
autori: Gian Domenico Cerrini
telefono evento: +39 0243353522
genere: arte antica, personale

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comunicato stampa
Il “Cavalier Perugino” torna a Perugia.
Per iniziativa della locale Fondazione Cassa di Risparmio, dal 17 settembre 2005 all’8 gennaio 2006 la grande retrospettiva su Gian Domenico Cerrini - il “Cavalier Perugino” appunto - resterà aperta al pubblico. La mostra, attesa da tempo, preceduta da una organica campagna di restauro e di approfondimento, propone oltre 70 opere del Cavalier Perugino insieme ad alcuni dipinti che testimoniano l’ambiente artistico in cui si è formato.

Ad ospitarle sono i magnifici saloni di Palazzo Baldeschi al Corso, la celebre dimora situata nel cuore storico della città che la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia ha recentemente acquisito e che in questa occasione apre ufficialmente al pubblico. L’allestimento della mostra è curato dagli architetti Daria Ripa di Meana e Bruno Salvatici. Le sale del piano nobile e gli ambienti recentemente restaurati saranno destinati in seguito all’esposizione delle collezioni d’arte della Fondazione e ad altri importanti eventi espositivi.

“…la produzione autentica di questo pittore lo dimostrerà di qualche rilievo nel suo tener fede ai modi della seconda generazione dei bolognesi in Roma, mentre sta già per sollevarsi il polverone del barocco…”. Così scriveva Roberto Longhi nel 1925, anche se, al pari di altri maestri operanti a Roma intorno alla metà del Seicento (Sassoferrato, Cozza, Camassei, Gimignani, Romanelli) il Cavalier Perugino manifesta “oltre la cultura classicista di fondo, un certo spirito di indipendenza nei confronti delle tendenze dominanti, (…) una libertà mentale che produce alla fin fine la sua originalità”, come ha giustamente osservato Evelina Borea (1978).

Il giovane Gian Domenico si educò certamente nella bottega di Guido Reni, ma la sua formazione appare molto più complessa, includendo suggestioni che spaziano da Lanfranco al Guercino, da Domenichino al Sacchi. Dosando con intelligenza le varie componenti, Cerrini mette a punto uno stile assai originale che, come ha osservato Hermann Voss, lo studioso al quale si deve la “moderna” riscoperta del pittore (1924), “è facilmente riconoscibile per i contorni ondulati, piuttosto morbidi, nei quali egli inserisce campi di colore chiaro e lattiginoso”. Il suo modo di esprimersi – aggiunge Marco Chiarini (1978) – è “caratterizzato dai soliti toni spenti di lilla e di azzurro cinereo, dalle stesse forme nelle quali gli ampi panni formano anse arrotondate e dallo stesso carattere morbido delle luci che accarezzano i corpi come disossati”. Già il Pascoli (1736), del resto, aveva indicato come peculiare del Cerrini l’ “armoniosa sua maniera assai vaga nelle migliori sue opere per lo grazioso girar delle teste, per la composizione, e pel colorito”.

L’ingresso nel giro della più qualificata committenza romana degli anni trenta-quaranta del Seicento fu indubbiamente facilitato dallo stretto e prolungato rapporto che l’artista intrattenne con i maggiori esponenti della famiglia Spada, primo fra tutti il cardinale Bernardino. Gli inventari antichi ricordano opere del maestro nelle più prestigiose collezioni romane: Azzolini, Barberini, Chigi, Colonna, Corsini, Costaguti, Marefoschi, Omodei, Pallavicini, Spada.

Molto importante per la sua carriera fu il contatto con Giulio Rospigliosi. Ci sono buoni motivi per credere che sia stato proprio il futuro papa Clemente IX a commissionargli la decorazione della cupola di Santa Maria della Vittoria a Roma, opera che Gian Domenico realizzò tra il 1654 e il 1655. Contigua alla Cappella Cornaro, dove Gian Lorenzo Bernini aveva da poco realizzato (1652) la famosa Estasi di santa Teresa, questa decorazione “appare intavolata con un senso spaziale un po’ secco e arcaizzante, ma appunto per questo più notevole in un momento che già s’intendono gli scoppi delle prime melagrane barocche”, come osserva acutamente Roberto Longhi (1925).

Le critiche che in ambiente romano si levarono contro questa “ardita” realizzazione pittorica, portarono alla pubblicazione di un libretto di poesie in difesa dell’artista (1656), anche se il vero destinatario dei componimenti poetici fu lo stesso cardinal Rospigliosi. Per sfuggire alle critiche, chiaramente finalizzate a gettare discredito sul pittore “di provincia” che aveva osato sfidare le grandi imprese decorative del barocco romano, Gian Domenico si trasferì a Firenze. Qui trovò accoglienza presso la corte medicea e qui si trattenne dal 1656 al 1661, realizzando numerose opere di sobria tenuta classicista. La “ventata barocca” lo travolse al suo ritorno in Roma. I dipinti di questo periodo si caratterizzano per la presenza di figure dai panneggi convulsamente agitati. Forme in movimento e colori squillanti denunciano - come ha scritto Evelina Borea (1978) - “il cedimento lento ma progressivo alle pressioni delle nuove tendenze”.
 
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