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arte contemporanea, collettiva GRANDE MIGLIO IN CASTELLO ​ Via Del Castello 9 Brescia 25121

Brescia - dal 28 ottobre 2006 al 17 gennaio 2007

Alberto Gianquinto - Opere scelte 1962-2003

Alberto Gianquinto - Opere scelte 1962-2003

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GRANDE MIGLIO IN CASTELLO
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Sono circa quaranta le opere scelte per raccontare, attraverso i suoi momenti più significativi, dal 1960 alla sua morte, l’arte di Alberto Gianquinto (Venezia 1929 - Jesolo 2003), uno dei più importanti protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento
vernissage: 28 ottobre 2006.
ufficio stampa: STUDIO ESSECI
autori: Alberto Gianquinto
genere: arte contemporanea, personale
web: www.lineadombra.it

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comunicato stampa
Sono circa quaranta le opere scelte per raccontare, attraverso i suoi momenti più significativi, dal 1960 alla sua morte, l’arte di Alberto Gianquinto (Venezia 1929 - Jesolo 2003), uno dei più importanti protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento.
Pittore estremamente colto e intellettuale, socialmente impegnato, ha maturato nel tempo un linguaggio che era chiaro e riconoscibile anche ai suoi esordi. Già nel 1958 Giuseppe Mazzariol lo definiva “una personalità di artista definita e intimamente necessitata”.
La sua pittura parte sempre da un dato oggettivo senza però mai essere realista. Un paesaggio, un bagnante, un omaggio a Guevara: non c’è nulla che venga dichiarato pienamente. Anche quando il pittore dipinge qualcosa di estremamente concreto e a lui vicino, come i potatori o le amate colline asolane, tutto rimane solo suggerito.
In questo processo di poetica evocazione è fondamentale la concezione, e la resa, dello spazio entro il quale vive la composizione. Nell’opera di Gianquinto tutto sta su un solo piano. Non c’è una profondità dichiarata. È uno spazio che non ha terza dimensione, perché vive di pura riflessione interiore. Così sulla tela si deposita solo quel colore che è strettamente necessario. Ma dove l’analisi dell’artista si ferma, perché non oltre deve andare, lì il colore si attenua fin quasi a far emergere la tela che lo sostiene.
È stato detto più volte che Gianquinto è debitore di un luminismo di chiara matrice veneta, e che la drammaticità della sua pittura ha un riferimento non troppo velato al tormento dell’arte di Tintoretto. E che alla fine egli abbia sublimato la lezione di Monet e di Bonnard. Tutto questo vale come aiuto alla critica, ma è forse più onesto riconoscere, con Tassi, che l’opera di Gianquinto non si presta a nessuna definizione esatta, se non forse quella di musicale poesia: in lui “poetico è sempre l’uso del colore, la scelta, la dose e la sostanza del colore, e l’ombra che passa, il gesto che si forma, l’atmosfera e la luce”.
 
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