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arte contemporanea, collettiva GIACOMO GUIDI ARTE CONTEMPORANEA ​ Corso Vittorio Emanuele Ii 282/284 Roma 00186

Roma - dal 17 maggio al 30 giugno 2007

Ciriaco Campus - Senza titolo + Magazzino
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GIACOMO GUIDI ARTE CONTEMPORANEA
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Corso Vittorio Emanuele II 282/284 (00186)
Palazzo Sforza Cesarini
+39 0668801038
info@giacomoguidi.it
www.giacomoguidi.it
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Videoinstallazione
orario: dal lunedì al sabato 11-13 e 16-20
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 17 maggio 2007. ore 19
editore: GLI ORI
curatori: Alberto Abruzzese
autori: Ciriaco Campus
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
La mostra si divide in due parti: La prima, "Senza titolo" nella parte superiore/piano terra della galleria La seconda, "Magazzino" nella parte inferiore/interrato della galleria "Senza titolo": Gli spettatori che entrano nella galleria si trovano di fronte ad uno sbarramento di controllo. Accedono allo spazio espositivo uno alla volta attraverso un varco, ripresi da un telecamera posizionata in alto sulla parete. L'immagine di ogni spettatore viene ritrasmessa nel monitor collocato a fianco della cinepresa non in diretta ma in differita. In effetti ogni singola immagine della ripresa "sparisce" per una quindicina di secondi prima di essere trasmessa dal monitor. Perciò lo spettatore che entra non vede mai la propria immagine bensì quella della persona o persone che lo hanno preceduto. La differita, in un sistema di controllo: uno spazio/tempo cioè, nel quale l'immagine registrata sparisce e non si sa bene che cosa le accade, è uno dei due elementi principali che costituiscono la videoinstallazione "Senza titolo". Una volta superato il "varco sorvegliato" lo spettatore si trova all'interno della mostra vera e propria con "l'opera esposta". Si tratta di un parallelepipedo/monolite in cristallo opaco color blu notte scuro, sul fronte del quale è visibile solamente lo schermo di un televisore al plasma da 50 pollici. Sullo schermo scorrono una dopo l'altra (salvo periodiche pause di pochi secondi) una serie infinita di immagini (circa mille), che vengono sistematicamente piegate e schiacciate, con l'animazione, da una pressa industriale anni '60. Le immagini sono state scelte sulla base non solo dell'interesse personale (anche se attorno a questo fanno perno) o di quello specifico di una generazione, ma più in generale sulla base del vissuto collettivo e più precisamente del suo immaginario televisivo, essendo quasi tutte le immagini il frutto di quella memoria. Questo "immaginario televisivo" (al macero?), presente e muto, assieme alla pulizia asettica del parallelepipedo fanno da contrappunto al rumore assordante della pressa. "Magazzino": La parte inferiore, interrato/magazzino, è inteso come il deposito dello studio di Campus. Le opere sono collocate sovrapposte le une alle altre, in parte imballate. Alcune sono visibili appese alle pareti, altre sono appoggiate a terra. Su un lato anche un tavolo per imballare con carta e pluriboll. Questa installazione attiva lo spettatore a discostare le opere sovrapposte per poterle visionare, facendo venire meno l'atteggiamento del "distacco" nel rapporto con l'opera - atteggiamento tipico messo in atto nei luoghi deputati ad ospitare l'arte . In questo senso il deposito/studio, collocato all'interno di una galleria, si trasforma da luogo della produzione culturale in spazio commerciale di consumo. "Senza titolo + Magazzino" prosegue la ricerca di Ciriaco Campus sull'ibridazione tra i dispositivi dell'arte e i dispositivi della comunicazione, lavorando in questo caso sugli innesti di immagini pubbliche e private, pezzi di memoria collettiva e individuale che, senza soluzione di continuità, formano il nostro habitat fisico e mentale. Ibridazioni prive di vistose tracce della sutura, e che coinvolgono la stessa galleria dove le varie dimensioni del "controllo" da videosorveglianza, dell'immaginario televisivo, dello studio d'artista e dello spazio commerciale, rivivono tutti una simbiosi basata sulla prassi, quasi impercettibile, del "trapianto senza rigetto" che, secondo l'artista, è l'aspetto più sottile dei nostri processi culturali.
 
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