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arte contemporanea, collettiva CASTELLO ODESCALCHI ​ Piazza Mazzini 14 Bracciano 00062

Bracciano (RM) - dal 13 giugno all'undici novembre 2007

Costumi a corte

Costumi a corte

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CASTELLO ODESCALCHI
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Piazza Mazzini 14 (00062)
+39 0699802379 , +39 0699804348
castello@odescalchi.it
www.odescalchi.it
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La mostra, che comprende più di quaranta anni di attività, presenta i costumi prodotti dagli abili artigiani della sartoria Farani
orario: dal Martedi al Sabato 10.00 – 12.00 / 15.00 - 18.00
Domenica e festivi 9.00 – 12.30 / 15.00 - 18.30
Dal 1° Ottobre la chiusura pomeridiana è anticipata di un’ora
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: intero € 7,00
ridotto € 5,00
vernissage: 13 giugno 2007. ore 19.30
editore: ELECTA
ufficio stampa: ELECTA
curatori: Alessandra Torella
patrocini: Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Regione Lazio – Assessorato alle Piccole e Medie Imprese,
Commercio e Artigianato
Comune di Bracciano
genere: arti decorative e industriali

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comunicato stampa
Io Abito Qui.

Quando sono approdato per la prima volta nel boudoir della Sartoria Farani ho avuto la sensazione di entrare nell’antro di un’antica bottega rinascimentale. Piccole donne armate di antiche macchine da cucire davano forma ad abiti ed indumenti che rimandavano magicamente a mondi passati pur corrispondendo ai sogni generati dal nostro presente. Alchimisti ed apprendisti intenti a preparare tinture con colori della terra, volteggiando tra tessuti e spilli che venivano sapientemente disposti su grandi tavoli.

La direzione che recentemente ha guidato il mio percorso artistico, mi ha fatto entrare nel mondo caleidoscopico della sartoria Farani, il desiderio di vestire il sogno, mi ha portato nel ventre del sarto. Ad aspettarmi c’era Giuti Piccolo, un’avventuriero che, come Jules Verne, ogni giorno affronta viaggi che lo portano avanti e indietro esplorando norme e trasgressioni di stili e forme che da secoli combinano spettacolo ed artificio nel forgiare l’immagine dell’eleganza associata alla rappresentazione di culture ed epoche .

Giuti è un uomo capace di creare manufatti che evocano e ripropongono ere remote o per lo meno dimenticate trasformando un ricordo effimero in una realtà empirica, palpabile e straordinariamente attuale. Vestendo sapientemente e raffinatamente le storie di registi, costumisti ed artisti con abiti che costituiscono l’apparato esterno, l’immagine e il cuore delle loro storie, Giuti non solo riporta a nuova vita usi e costumi dimenticati ma li ricontestualizza in maniera tale da rendere i personaggi che indossano le sue (ri)creazioni storiche i protagonisti di un teatro umano ubiquo in cui passato e presente si fondono e si coagulano in una realtà intima e familiare in cui attori e spettatori si identificano naturalmente.

Nel suo laboratorio, in occasione di un nuovo progetto, i miei ritratti fotografici, da sempre inseriti in scenografie minimal, per la prima volta sono stati vestiti, ambientati e ‘sospesi’ all’interno di un periodo/spazio storico precisi.

Sotto la guida della costumista Silvia Polidori e dello stesso Giuti, sono stato catapultato nella costruzione di una nuova architettura del corpo fatta di tessuti e carne, dove l’attore vestito viene posseduto dall’abito stesso da cui scaturisce una personalità inedita. La trasformazione o meglio la trasfigurazione avviene immediatamente dopo la vestizione. Ho letto negli occhi dei miei modelli l’immortalità di quelle vesti e di chi le aveva indossate prima di loro. Una sorta di circolo infinito della vita e della storia. Per mezzo dell’obiettivo fotografico avevo in quell’istante il potere di continuare un racconto iniziato chissà quando e chissà da chi per poi farlo mio. Mi sono sentito come un pittore cinquecentesco davanti alla sua modella e alla sua tela, ho sentito l’odore stordente della trementina per miscelare i colori ad olio… quasi uscissero da quelle forme di tessuto, da quei colori e da quelle cuciture… poi il click della macchina fotografica ha riacceso lo scorrere del tempo, incastonando nel pixel la magia di questo incontro… questo è quello che è successo entrando nella Bottega Farani, questo è quello che da oggi per me significa abitare l’abito.

Matteo Basilé, Marzo 2007









La Sartoria Farani





Piero Farani inizia la sua carriera come attore radiofonico alla Rai di Torino. All’inizio degli anni ‘50 scende a Roma in cerca di fortuna e come tanti altri giovani sconosciuti, frequenta la scalinata di Trinità dei Monti: è lì che conosce Zeffirelli, Paolo Poli, Cobelli, Gian Maria Volontè e, soprattutto, Danilo Donati che si stava affermando come uno dei piu’ interessanti scenografi e costumisti del momento. E’ proprio Donati che lo porta, in veste di assistente, in una sartoria teatrale, Anna Mode, all’epoca diretta dalle sorelle Allegri. Per Farani è una folgorazione, un colpo di fulmine, intuisce di aver trovato la propria strada e in quella sartoria resterà per cinque anni, prima come collaboratore, poi come direttore. Nel ‘62, incoraggiato dalla crescente fama di Donati e dai molteplici impegni futuri, decide di mettersi in proprio ed inaugura la sua sartoria nella storica sede di Viale Mazzini. Da Anna Mode aveva conosciuto il tagliatore Benito Trochei, giovanissimo, che decide di seguirlo nella nuova avventura. Sono gli anni 60, che si caratterizzano per le grandi collaborazioni di Donati per Pasolini, Zeffirelli, Fellini, Lattuada che si traducono in molteplici premi, primo fra tutti l’oscar per”Romeo e Giulietta”. Ma sono anche gli anni d’oro per Cinecittà con le grandi produzioni internazionali come “Barbarella”, primo film tratto da un fumetto e rivoluzionario dal punto di vista dei costumi: ancora oggi le immagini di J.Fonda compaiono in tutti i libri di storia della moda e del costume. Ma sono anche gli anni del boom televisivo, le storiche Canzonissime, gli indimenticati Studio Uno, trasmissioni che hanno fatto epoca e che portavano la firma di costumisti del calibro di Coltellacci, Folco, Donati. E ancora gli sceneggiati, antenati delle odierne fiction, primo fra tutti La vita di Leonardo, con scene e costumi di Ezio Frigerio, che aveva già creato i capolavori di Strehler al Piccolo di Milano. Gli anni 70 prendono una piega diversa, la storia insegna, e la sartoria Farani si sposta alla prosa e alla lirica; grazie ai grandi costumisti italiani come Lele Luzzati e Santuzza Calì, Franca Squarciapino e Mauro Pagano, Andrea Viotti e Maurizio Balò, Luigi Perego e molti altri, si collabora per i piu’ importanti teatri europei e i registi sono altrettanto grandi; Luis Pasqual, Gabriele Lavia, Koncialowski, Scaparro e molti, molti altri. Agli inizi degli anni 80 Farani, lungimirante come nessun’altro, si preoccupa della continuazione della sua sartoria e dopo tanti tentativi andati male, si concentra su Luigi Piccolo che oggi continua la tradizione con lo stesso entusiasmo e la stessa follia imprenditoriale. E dove Farani aveva iniziato, Piccolo continua; così la linea produttiva della sartoria (Farani si è sempre distinto per l’inventiva e l’originalità grazie a Donati) si occupa anche della ricostruzione filologica, del taglio storico: accanto ai grandi costumisti si proteggono e si aiutano i giovani: si continua la collezione di abiti autentici, di libri antichi, di riviste di moda che partono dai primi dell’800, di costumi etnici. Cambiano i tempi, le persone, le mode, ma i concetti sono quelli tradizionali legati ad un’unica parola: artigianato. Il principio che spinge tutto avanti è la salvaguardia di una cultura in via di estinzione. La passione per il lavoro al di là dei guadagni, la cura del particolare. E nella storia della sartoria, proprio mentre Farani si ammalava, Piccolo ammette di aver avuto la fortuna di incontrare Lina Cardone, giovane, infaticabile ed entusiasta continuatrice di tutto quello finora raccontato. Augurandoci che come è successo alcuni anni fa per la cucina, per gli chef, oggi star indiscusse nel panorama culturale italiano, anche l’artigianato, il nostro “mestiere”, recuperi il giusto interesse e la meritata attenzione.

___________


“…non sono un sarto, io non so cucire…ho una base perché mia madre aveva fatto scuola di taglio a Parma intorno al 1903 – 1904. Una volta l’anno tagliava tutto per le sue figlie, per se stessa, per me e per mio padre. Chiamava una sarta da Parma, stava in casa per molto tempo, la mamma gessava, tagliava mentre la sartina cuciva e io ho imparato queste cose lì”.

Piero Farani nasce a Cadeo, piccolo centro vicino Piacenza, nel 1922. La passione per i tessuti e quello che ne seguirà sembra nascere proprio nell’infanzia.

La prima esperienza come “sarto teatrale” la fa realizzando i costumi per le marionette della famiglia Prati noti burattinai di Fidenza che, in più di “quaranta bauli”, conservavano dopo ogni spettacolo decine di burattini.

Le vicende della vita e soprattutto quelle della guerra, dopo un inizio come attore alla radio, nella storica sede di Torino, lo portano a Roma, dove si trasferisce negli anni 50, affascinato dal mondo dello spettacolo.

E come lui a Roma c’erano molti altri giovani talenti che cercavano la loro strada, passavano i pomeriggi seduti sui gradini della scalinata di piazza di Spagna e cercavano di sbarcare il lunario con lavori saltuari: Franco Zeffirelli, Mauro Bolognini, Danilo Donati, Giancarlo Corbelli, Gian Maria Volontè.

E’proprio l’incontro con Danilo Donati, che dopo aver fatto l’assistente di Visconti, firmava i suoi primi lavori, a segnare la svolta: fu Danilo a presentarlo ad Anna e Teresa Allegri proprietarie ed anime della sartoria Annamode. Da semplice assistente in breve tempo diventò direttore e nel 1962 aprì una sua sartoria in Viale Mazzini.

Ed è in Viale Mazzini che verranno realizzati i lavori più famosi.

Farani aveva ragione a dire di non essere un sarto, perché non era solo un sarto e la sua più che una sartoria era un’officina, una bottega, un luogo di sperimentazione. Farani e Donati insieme stravolgono il concetto stesso di costume. Creazioni di sfrenata fantasia e libertà totale dietro le qual i c’era la straordinaria cultura figurativa di Donati e il suo amore per l’arte contemporanea italiana, era stato allievo di Rosai a Firenze, che gli permettevano di reinventare epoche e mondi tradendoli e rendendoli credibili e aderenti alla realtà storica nello stesso tempo, fantasia e filologia insieme.In Farani Donati trovò quelle capacità tecniche capaci di virtuosismi impossibili e quella stessa libertà d’immaginazione. Il risultato della loro collaborazione è qualcosa di fortemente innovativo rispetto alla tradizione dell’abito teatrale, soprattutto per quanto riguarda i materiali e il loro uso. I costumi perdono la loro natura sartoriale e diventano pittura, scultura: i tessuti si trasformano o vengono accostati a materie altre che a loro volta dimenticano di essere nate plastiche, carta, paglia, metallo o conchiglia. Non c’è limite all’uso dei materiali. Per la loro trasformazione Piero Farani attrezzerà la sua sartoria di telai arcaici per tessere le tele utilizzate nell’Edipo di Pasolini, di una grande macchina di ferro alimentata da quattro improbabili bombole di gas per plissettare le tuniche del Satirycon di Fellini, poi le sarte e i tagliatori saranno affiancati da fabbri, che fondono il piombo per fare gioielli arcaici e tagliano lamine di metallo per copricapi ed armature per Le mille e una notte di Pasolini, falegnami per fare busti spessi due centimetri per le ciociare delle Storie scellerate ancora di Pasolini e poi tintori e pittori che trasformano i colori industriali dei tessuti nelle più raffinate palette desunte dai capolavori dell’arte italiana, ma che anche stingono , invecchiano, sporcano,patinano regalando a quei costumi una storia, una vita precedente.

Certo è difficile definire un approccio così artistico e imparentato con la corrente più materica dell’arte contemporanea come semplice artigianato.

Questo lavoro così diverso da tutto quello visto sino ad allora, ebbe grandi consensi e riconoscimenti basti ricordare i due Oscar a Danilo Donati per “Giulietta e Romeo” di Franco Zeffirelli e per “Il Casanova” di Federico Fellini, e poi Bafta Awards, David di Donatello e Nastri d’argento, ma anche oggi, sebbene in un contesto ben più difficile, la qualità continua nel teatro come nel cinema ad essere premiata.

Nel 1980 Farani ha donato all’Università di Parma, allo CSAC, un gruppo di oltre duecento costumi, fra i più significativi della sua produzione. Lavoro di grandi costumisti che negli anni hanno frequentato la sua sartoria fra tutti Ezio Frigerio e poi Franca Squarciapino, Santuzza Calì, Lele Luzzati e Maria de Matteis.

Nel novembre del 1997 Farani muore.

La sartoria Farani vive oggi una seconda gioventù. Già dall’inizio degli anni 80 Farani sceglie come suo più stretto collaboratore Giuti Piccolo che è oggi il titolare dell’azienda, e che, senza dimenticare né abbandonare lo stile proprio della sartoria, aggiunge un grande amore per il costume filologico e, nello stesso tempo, accanto ad un’organizzazione del lavoro più moderna non perde la qualità artigianale del lavoro e quel certo clima familiare.Vengono acquisiti nuovi spazi e quelli esistenti riorganizzati.

Piccolo negli anni ha raccolto un gran numero di pezzi autentici, una collezione di circa 700 abiti che va in massima parte dall’inizio dell’Ottocento al secondo dopoguerra e che accanto ad abiti di Dior o Balmain affianca certe creazioni anonime scelte perché vi è stata vista un originalità, un taglio o un ricamo in qualche modo speciali. Una collezione che rappresenta un valido supporto per quel lavoro di ricostruzione storica che oggi si affianca al lavoro di pura invenzione.

Accanto a costumisti affermati ed alle produzioni per i grandi teatri lirici italiani e non solo o cinematografiche, si dà spazio e fiducia a quelli che sono considerati giovani talenti, prima fra tutti Alessandra Torella, cresciuta nella sartoria ed assistente di Donati che oggi firma per il teatro lirico e per il cinema, o Alessandro Ciammarughi, prima assistente di Samaritani ed oggi richiestissimo scenografo e costumista teatrale o ancora Maria Filippi che collabora abitualmente con Carla Fracci e Beppe Menegatti, solo per citarne alcuni ; bisogna dire che spesso questa fiducia si trasforma in una specie di investimento sul futuro, infatti si decide spesso di lavorare comunque in piena libertà anche se i budget non lo permetterebbero.

Negli ultimi anni si è deciso di aprire le porte della sartoria e, attraverso una serie di fortunate mostre di far conoscere il lavoro artigianale che c’è dietro la realizzazione di un costume.

Spesso il cinema, il teatro e più in genere lo spettacolo, vengono molto mistificati ed è solo il lavoro di alcuni ad essere valorizzato, in realtà alla base c’è il lavoro, quell’artigianato nobile, le cosiddette arti applicate, che spesso sono il veicolo attraverso il quale viene promossa e conosciuta la creatività italiana nel mondo. Il senso di queste mostre non è dunque meramente celebrativo quanto piuttosto divulgativo e si vuole diffondere la conoscenza di un patrimonio, che non abbiamo remore a definire artistico, e difenderlo.









DAL CATALOGO DELLA MOSTRA “COSTUMI A CORTE”

Castello Odescalchi di Bracciano, 13 giugno – 15 settembre 2007

PRESENTAZIONE DEL VICE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO E MINISTRO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI

FRANCESCO RUTELLI

In più di quaranta anni di attività, i costumi prodotti dagli abili artigiani della sartoria Farani e disegnati da grandi costumisti e artisti hanno impreziosito film che hanno segnato la storia del nostro cinema. Il valore di questo lavoro è riconosciuto a livello internazionale ed è ancora oggi un veicolo di promozione della cultura italiana e delle qualità italiane all’estero.

Questo patrimonio rappresenta in qualche modo la storia del nostro Paese soprattutto perché gli abiti della sartoria Farani hanno vestito i sogni di grandi registi e dato vita a personaggi ed immagini che fanno parte della nostra memoria collettiva: la giacchetta di lana fuori misura del Totò di Uccellacci e Uccellini e l’abito arcaico di Silvana Mangano che interpretava la Giocasta di Edipo re - entrambi film di Pier Paolo Pasolini -, le marsine settecentesche di Donald Sutherland nel Casanova e il frac blu di Marcello Mastroianni in Intervista di Fellini, fino agli abiti medioevali di Roberto Benigni e Massimo Troisi in Non ci resta che piangere.

Grazie al lavoro di questa sartoria, costumisti come Danilo Donati, Ezio Frigerio, Lele Luzzati hanno lasciato il loro segno.

La Sartoria Farani, come altre storiche sartorie italiane, ha un altro merito, supportato dalla passione e dalla dedizione, che è quello di conservare e divulgare un patrimonio al quale sino ad oggi nel nostro paese, pure patria della moda, non è stata dedicata tutta l’attenzione necessaria: la collezione di abiti autentici.

In questa mostra al Castello Odescalchi di Bracciano le collezioni esposte sono dunque quelle di abiti per lo spettacolo e di abiti d’epoca, gli uni accanto agli altri a rappresentare due mondi così importanti: lo spettacolo e la moda, caratterizzati dalla forza creativa che ha radici tanto profonde nella nostra storia.
 
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