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Castelfranco Emilia (MO) - dal 15 dicembre 2007 al 17 febbraio 2008
Immagini divine. Devozioni e divinità nella vita quotidiana dei romani, testimonianze archeologiche dall'Emilia-Romagna


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MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO - PALAZZO PIELLA
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Corso Martiri 204 (41013)
+39 059959367
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L'esposizione illustra, in nove sezioni, quei particolari aspetti della religiosità romana che si legavano direttamente alla sfera privata e alle credenze individuali, distinguendosi, spesso anche sensibilmente, dalle manifestazioni collettive dei culti ufficiali
orario: sabato 16-18 e domenica 10-12. Su richiesta per gruppi e scolaresche anche in altri orari (tel. +39 059959367)
(possono variare, verificare sempre via telefono)
prenota il tuo albergo a Castelfranco Emilia (MO):
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biglietti: free admittance
vernissage: 15 dicembre 2007. ore 18
catalogo: a cura di Jacopo Ortalli e Diana Neri
curatori: Diana Neri, Jacopo Ortalli
patrocini: Museo Civico Archeologico di Castelfranco Emilia in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, le Università degli Studi di Bologna e Ferrara e l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
genere: archeologia
web: www.archeobo.art....nco_immagini_divine.htm

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comunicato stampa
Ecco una mostra che coniuga al rigore scientifico, elementi e spunti alla portata del più vasto pubblico dei non addetti ai lavori. Tema complesso, quello della religiosità nel mondo romano. Tema che i curatori sono riusciti a trattare in modo ampio e chiaro, offrendo -e proponendo- una serie di risposte attraverso lo studio di una serie selezionata di oggetti "parlanti" e spesso curiosi. Non le vestigia dei templi -con le loro architetture monumentali, le iscrizioni votive dedicate pubblicamente nei santuari, le grandi statue degli dei oggetto di venerazione- bensì un'attenta scelta di quei materiali -comunque ispirati alla religione e all’iconografia del pantheon romano- che accompagnavano i cittadini nella loro vita quotidiana o che rappresentavano una stabile componente degli spazi abitativi.
L'esposizione illustra, in nove sezioni, quei particolari aspetti della religiosità romana che si legavano direttamente alla sfera privata e alle credenze individuali, distinguendosi, spesso anche sensibilmente, dalle manifestazioni collettive dei culti ufficiali.
È una documentazione assai varia, che a manufatti di alta qualità artistica vede affiancarsi reperti di tipo ordinario, a volte di fattura assai modesta; ciò che più interessa è in ogni caso il valore documentario di queste testimonianze, essenziali per percepire alcuni dei più intimi tratti del credo personale o per comprendere la familiarità che sussisteva con le numerose raffigurazioni di divinità disseminate nelle città e nelle case.
Il quadro complessivo che viene offerto spazia dunque dalle ultime tracce della devozione preromana ai piccoli simulacri riposti nei larari all’interno delle domus, dalle nuove forme di culto tese a celebrare e legittimare il potere imperiale, che trovano un significativo riflesso anche nel ricchissimo repertorio di riferimenti religiosi presenti sulle monete, alle divinità giunte dal lontano oriente durante l’età imperiale. Altre attestazioni assumono poi uno speciale risalto dal punto di vista culturale e sociale, come nel caso dei piccoli oggetti legati a pratiche popolari di tipo magico e scaramantico o delle tante componenti di complemento domestico: arredi e suppellettili, anche di grande pregio formale, in cui l’immagine della divinità assumeva soprattutto valenze decorative o simboliche, spesso allusive alle gioie della vita e ai piaceri del banchetto. Al tramontare del paganesimo si ricorda infine la religione cristiana, la cui affermazione pure si manifestò attraverso la comparsa di specifiche figurazioni su oggetti d’uso od ornamento personale e sulle monete.
Al di là della loro rappresentatività documentaria, di valenza generale, i materiali selezionati per la mostra provengono tutti dalla regione, così da offrire una completa panoramica archeologica della religiosità privata cispadana in età romana.
Una mostra, comunque, che al valore scientifico affianca notevoli spunti di riflessione ed elementi di curiosità. Il tema della religione dei Romani è uno dei più attraenti ma anche più complessi. Molti degli studiosi che in passato hanno affrontato la questione sono stati influenzati, anche inconsapevolmente, dai principi della religione moderna, in particolare da una concezione cristiana che nulla a che fare con la sensibilità, il pensiero e la prassi dell’antico paganesimo politeista, giungendo così a interpretazioni arbitrarie se non fuorvianti. Tra i fattori che rendono impegnativo lo studio della religiosità nel mondo romano ci sono certamente le recondite componenti ideologiche, emotive e spirituali che in misura maggiore o minore accompagnavano il rapporto dell’uomo con il soprannaturale. C'è poi la particolare natura delle fonti letterarie che offrono una grande massa di informazioni ma trattano quasi solo dei culti ufficiali e della ritualità di tipo pubblico, facendo sporadici cenni alle manifestazioni religiose private e popolari, ai contesti culturali più periferici o marginali e alle dinamiche che nei secoli portarono all’arricchimento e alla diversificazione del credo tradizionale. C'è infine l'ambiguità delle stesse fonti archeologiche, perché se è vero che possiamo contare su numerose testimonianze materiali di carattere architettonico, epigrafico, iconografico e votivo, è anche vero che è assai difficile superare i limiti della loro comprensione esteriore e tentarne una decodifica soggettiva che ci illumini sull’atteggiamento dei singoli individui che con esse ebbero a che fare.
Come trarre indizi precisi e non ambigui sui fondamentali presupposti dei culti e dei riti? Come sapere l'intimo sentimento dei fedeli che li praticavano o vi assistevano? I reperti in mostra sussurrano storie piene di fascino e di magia.
Come il tempietto miniaturistico con statuetta di Venere della fine del I sec. a.C., di norma esposto al Museo Civico "della Nave Romana" di Comacchio. Realizzato con lamine di piombo, è dotato di un anello saldato al piano di copertura che doveva consentire di appendere l’oggetto. I quattro lati del podio, decorati da un fregio di bucrani alternati a festoni entro una cornice dentellata, si innalzano su una coppia di peducci a zampa leonina. Le colonne, due sulla fronte, cinque sui lati e tre sul retro, scanalate nella parte superiore del fusto, poggiano su basi modanate e terminano con capitelli ionici a doppia voluta. Sul podio, davanti alla cella, la statuetta di un Cupido alato e con una torcia rovesciata nella mano destra, è posta a custodia del simulacro di Venere collocato all’interno. La dea, seminuda, è rappresentata in atto di trattenere con la mano destra la veste ricadente al suolo e di sollevare il braccio sinistro al di sopra di un’erma su piedistallo raffigurante Priapo in esibizione fallica.
Il tempietto, insieme ad altri cinque esemplari analoghi, faceva parte del carico di una nave commerciale romana naufragata alla fine del I secolo a.C. nella zona di Comacchio ed è stato recuperato nel 1980 durante i lavori di drenaggio sul fondo del canale collettore di Valle Ponti. Per la tecnica di lavorazione e per lo stile decorativo, si presume che i tempietti fossero destinati all’acquisto da parte di devoti per essere esposti all’interno di larari domestici.
Peraltro il larario domestico delle singole familiae romane ospitava senza problemi le immagini di culto delle più disparate divinità, quelle tradizionali e quelle nuove, a seconda delle particolari inclinazioni degli appartenenti alla famiglia stessa. La religione romana pagana era estremamente permeabile e le varie forme di culto non erano mai incompatibili tra di loro. Non era infrequente che un sacerdote di un culto ufficiale di Roma, facesse nel suo privato un’offerta a una nuova divinità oppure che un monumento sepolcrale rinvenuto in terra occidentale, ritualmente dedicato agli Dei Mani -tradizionali interlocutori del mondo dell’Oltretomba-, ospiti una scrittura corsiva, vergata a mano libera, che saluta il defunto in greco, la lingua della liturgia delle divinità orientali. Di sicuro, i culti orientali che si diffondono nell’impero romano soprattutto a partire dalla seconda metà del I sec. d.C. presentano elementi di esotismo che non potevano non colpire la fantasia popolare. Gli “dei venuti da lontano”, principalmente da Oriente, hanno così tanto successo nelle province dell’impero romano che il loro culto è attestato pressoché ovunque, nelle forme più disparate.

Il mondo romano mostra una grande familiarità con le immagini divine, dal grande complesso santuariale al piccolo, semplice oggetto, magari da portare addosso come talismano. Il settore più curioso di questa esposizione è forse quello dedicato alle connessioni tra religione e superstizione, a quella linea di confine tra divinità e magia che nel mondo antico -ma anche in molte culture contemporanee- è così sottile da diventare a volte indistinguibile.
Ogni divinità, dagli dei della religione ufficiale agli spiriti e demoni dei culti familiari, senza distinzioni di importanza, ha caratteristiche e attributi specifici, rigide formule per invocazioni e preghiere, precisi animali da offrire e da sacrificare. Il rispetto di questi rituali rende certo il risultato, sia che si tratti dei rapporti con le divinità celesti ed infernali, sia che si miri a qualcosa di molto più semplice ma fondamentale nella vita quotidiana (guarire da un raffreddore o da un mal di stomaco). I Romani hanno infinite divinità, ciascuna con una funzione specifica: la nascita di un bambino era controllata da dee che ne proteggevano il vagito, la poppata, le funzioni corporali ed ogni altro atto, e non ci si doveva dimenticare di nessuna. C'erano spiriti e genii per non far cagliare il latte, per cuocere bene il pane o per accendere il fuoco. Per avere il loro appoggio bastava una piccola offerta o un preciso gesto rituale o scaramantico, senza il quale però tutto sarebbe andato male: una religione di tutti i giorni, spesso sconosciuta o appena citata dalle fonti, ma che riempiva tutti i momenti, fra superstizione pratica e magia spicciola.
La magia è il mezzo per mettersi in contatto con dei, spiriti e genii, e chiedere loro favori oppure convincerli o costringerli ad ubbidire. La maggior parte delle attività e gesti collegati alla magia e alla superstizione spicciola erano opera dei singoli, gesti spesso automatici, come quello apotropaico contro il malocchio, derivato dalla tradizione e dalle credenze popolari e comuni. Quasi tutte le pratiche utilizzano la magia "simpatica". Si dà potere ad un oggetto attraverso un rito e questo oggetto lo manterrà per sempre. Alcuni materiali possiedono già in sé questi poteri, come le pietre preziose, raffinato prodotto della natura che pare condensare al proprio interno le energie della natura e dei pianeti: di pietra è formata la maggior parte degli amuleti e dei talismani. Queste gemme magiche -cosiddette gemme gnostiche- sono amuleti che favoriscono la buona sorte e la fortuna, cui si attribuisce proprietà di guarigione e di difesa, di protezione da malattie e influssi maligni e che, per la loro funzione, devono essere portate in modo ben visibile. Anche se il loro potere è intrinseco, vengono di solito potenziate con incisioni di simboli, immagini e iscrizioni il cui significato e collegamento simbolico è spesso criptico; per il loro collegamento con le costellazioni e le posizioni dello Zodiaco sono utilizzate anche a scopi divinatori. Tra le incisioni ricorrenti troviamo le divinità e gli spiriti solari, nelle varianti di epoca medio e tardoimperiale, dal dio Sole come Elios ai demoni di derivazione orientale, fra i quali prevale il dio Gallo-Serpente (cui è attribuito il nome Abraxas) o il dio egizio Cnubi. A questa categoria di oggetti appartiene la bellissima gemma magica di forma ovale della fine II-III secolo d.C. (foto), in diaspro verde scuro ed incisa su entrambe le facce, proveniente dal Museo Nazionale di Ravenna. Sulla faccia maggiore l'immagine del dio Gallo-Serpente, un demone solare con testa di gallo, tronco umano rivestito con corazza, gambe a forma di coda di serpente ritorta e, in basso, l'iscrizione ARPACAS; sulla faccia minore l'iscrizione IAW. L'immagine e le iscrizioni, cui era attribuito un valore difensivo, rendono la gemma sicuramente magica soprattutto nei riguardi del malocchio e delle magie negative in genere.
Gli amuleti erano usati soprattutto con funzione profilattica, per proteggersi da malattie e accidenti, sia casuali che provocati dagli uomini. Era considerata opera di maleficio, ad esempio, la morte improvvisa che veniva attribuita a Veneficium, una parola che non significa solo avvelenamento ma soprattutto morte avvenuta per cause inesplicabili e che può quindi essere attribuita ad opera di magia malefica. Il maleficio come tale, l’influenza negativa che può anche portare ad esiti nefasti, può anche essere involontaria come nel caso del Fascinum, che può essere causato anche solo da parole imprudenti, ma più spesso da un sguardo maligno (cioè dal malocchio, l’oculus malignus). Gli effetti del malocchio sono sempre tremendi e vanno dai disastri naturali alle morti improvvise, dal far seccare le messi al far morire i neonati; la maledizione può essere trasmessa con lo sguardo, con il fiato, con la voce o con semplici gesti, ed era tradizionalmente attribuita a persone o popoli specifici o a caratteristiche fisiche personali. La protezione dal Fascinum avveniva in vari modi. Il più semplice era sputare tre volte per terra ma anche effettuare con la mano il gesto apotropaico "della fica", consistente nel chiuderla a pugno, serrando il pollice fra l’indice e il medio, uno dei simboli più diffusi in assoluto. Per distrarre lo sguardo maligno i romani ricorrevano ampiamente ad amuleti specifici, soprattutto di forma fallica. L’immagine del fallo in erezione è considerata da molte culture un potentissimo elemento propiziatorio. Nel mondo greco classico l’erma itifallica, di Hermes o di Dioniso, difendeva con il suo potere propiziatorio le città, i templi, le case, ed era collegata principalmente al culto dionisiaco; nel mondo romano il fallo è associato al culto di Priapo, dio della fecondità, apportatore di felicità, ricchezza e abbondanza. Per esercitare la loro funzione protettiva gli amuleti personali dovevano essere portati ben visibili al collo oppure appesi o esposti in case, botteghe o mezzi di trasporto (come l'amuleto della foto, generalmente utilizzato appeso ai carri o inserito sopra una porta). La mostra illustra come, sul tema, la fantasia dei Romani si sia esercitata al massimo, personalizzando e trasformando il fallo in tutti i modi e le combinazioni possibili: unendolo ad altri simboli apotropaici (come la testa di toro e di lupo, la mano che fa le fiche, la lunula) oppure umanizzandolo (trasformato in guerriero o gladiatore, dotato di ali e di attributi, fra i quali altri falli). Il dio Priapo è una divinità familiare, glorioso simbolo di allegria e buona fortuna, difensore dei confini e dei diritti, feroce in modo sarcastico con chi gli si oppone o viola la sua protezione.

 
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