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arte contemporanea, collettiva CASTELLO ESTENSE ​ Largo Castello Ferrara 44100

Ferrara - dal 24 aprile all'otto maggio 2008

Beppe Vesco

Beppe Vesco
il Falconiere
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CASTELLO ESTENSE
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Largo Castello (44100)
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"..Vesco ha anche cercato di andare oltre la citazione, e si è cimentato in una modernizzazione assoluta: ritraendo, alla maniera antica, oggetti del tutto contemporanei..." O. Calabrese
orario: tutti i giorni 10,30-13.00 e 15.30 - 19.00
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 24 aprile 2008. ore 17.30
catalogo: Beppe Vesco a cura di O.Calabrese, H.Parret, M. Bettini, Gli Ori,pp.123, Ediz. 2005
editore: GLI ORI
curatori: Andrea Fabbri, Francesca Mariotti
autori: Beppe Vesco
patrocini: Comune di Ferrara e Provincia di Ferrara
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
L’Associzione Ferrara Pro Art in collaborazione con la Galleria dell’Uva e con l’Associazione Arte Italiana di Ferrara presentano per la prima volta nella città Estense il maestro Beppe Vesco, artista palermitano di grande cultura e prestigio.
La mostra curata da Francesca Mariotti e Andrea Fabbri, permetterà di ammirare diverse tele, disegni e grafiche del favoloso mondo cavalleresco rappresentato da Vesco, oltre alle nature morte ed ai paesaggi di cui è grande esecutore. La particolare maestria di Vesco saranno egregiamente presentate dalla sua ultima monografia curata da Omar Calabrese.
L’inaugurazione della mostra sarà il 24 aprile 2008, alle ore 17.30 nella Sala dell’Imbarcadero con la presenza dell’artista.
Interverrà all’inaugurazione il Prof Gianni Cerioli.
Gradevole esibizione di Giulio Arnofi, alla chitarra classica su musiche andaluse.
Buffet curato dalla Pasticceria “Il Duca d’Este” di Ferrara.

Beppe Vesco nasce il 9 agosto 1949 a Palermo.
Terminato il liceo si trasferisce a Roma dove frequenta la Facoltà di Architettura conseguendo la laurea nel 1975. Nei successivi tre anni insegna come esercitatore presso l'Istituto di Urbanistica della Facoltà di Architettura di Palermo e tiene un corso speciale di incisione all'Istituto d'Arte di Monreale. Affina le tecniche di lavoro frequentando gli studi di diversi pittori; tra questi il maestro messicano Francisco Corzas, con il quale stabilisce un sodalizio denso di esperienze tecniche e umane di grande importanza. In diverse riprese lavora con Corzas nel suo studio di Città del Messico, a New York, insieme con altri artisti come John Grillo, Vita Giorgi, Aboularach, Leonel Gongora, e a Milano, frequentando la stamperia di Giorgio Upiglio. Insegna oggi Anatomia artistica all'Accademia di Belle Arti.

da Le icone di Beppe Vesco - Herman Parret
“….I fondi della tela - bruno, ocra, nero, rossiccio - non hanno una mera funzione decorativa, né di significato: nessuna figurazione, nessuna suggestione narrativa né integrazioni semantiche a partire dai colori. I fondi della tela riempiono la superficie e la loro non esistenza pone in primo piano ciò che veramente ricopre l'interesse dell'artista: i personaggi. Alcuni animali sorgono dalla superficie. Gatti dall'aria beata, cani malvagi, come in Cani rabbiosi (1990), capre, gufi, pipistrelli, aquile e falconi, un'animalità prossima alla dimensione del male su cui si leva questa testa di bestia, il muso del cavallo, di cui in seguito proveremo a proporre un'interpretazione. Tuttavia la pittura di Vesco rivela essenzialmente un coro di personaggi, di uomini e donne, senza risate né sorrisi, privati dell'interiorità e del Sé, senza emozioni né amore, generosità e abbondanza di cuore, in gruppo forse ma senza interazione reciproca, sollecitando non tanto lo sguardo degli altri personaggi, quanto l'interesse dello spettatore. Gli uomini e le donne di Vesco implorano la nostra pietà, noi che siamo di fronte alla tela: noi, gli spettatori, siamo invitati a farci garanti di questo teatro di fantasmi. Questi occhi scuri, neri, spesso assenti, ci coinvolgono: noi che siamo al di fuori della tela. Poi, a un tratto, lo sguardo si fa obliquo, o il personaggio sbircia di nascosto o chiude gli occhi, ma più spesso troviamo occhi che, dal fondo delle orbite oscure, truccati e inquietanti, implorano il nostro interesse. Questi volti sono senza pathos: né stupore, né aggressività, nessuna euforia né disforia, bambole, fantocci, pupi siciliani, fantasmi giocolieri, apparenze di un mondo extraterrestre dove l'allegria è bandita e dove felicità e infelicità non hanno luogo………”

da Don Chisciotte, ovvero l'uomo che indossa il proprio cranio - Maurizio Bettini
“Tale è la forza del rimpianto,/che talora partorisce anche /l'effigie di volti sconosciuti,/com'è accaduto con Omero” Plinio il Vecchio
Don Chisciotte era calvo? Trattandosi di persona che si consacrò al mestiere delle armi, per di più nella Spagna del XVI secolo, questa domanda è in realtà assai meno bizzarra di quanto potrebbe sembrare. Prova ne siano, in primo luogo, gli studi del dottor Giovanni Huarte de San Juan…… Cervantes non lo dice da nessuna parte, che Don Chisciotte fosse calvo.
Descrivendo il suo eroe nel capitolo I, l'autore si limita infatti a notare che il "nostro gentiluomo rasentava la cinquantina, era di complessione robusta, asciutto di corpo, magro di viso, molto mattiniero e amante della caccia"3. Di capelli e calvizie non si parla. Al massimo, da questa rapida descrizione - e sempre tenendo alla mano l'Esame degli ingegni del dottor Giovanni Huarte de San Juan - si può inferire che Chisciotte fosse di temperamento caldo e asciutto. A questo punto, però mi sono ricordato di Beppe Vesco. E sono tornato a contemplare il ritratto che egli ha dedicato all'eroe di Cervantes.
Gran bel Chisciotte, non c'è che dire. Beppe Vesco è un uomo sedotto da ciò che Plinio il Vecchio, citato sopra nel motto, definisce desiderium, ossia "rimpianto": rimpianto per le fattezze di personaggi mai esistiti, ma anche per quelle di personaggi semplicemente dimenticati, inghiottiti dal tempo senza che nessuno si fosse preoccupato di tramandarne l'effigie. I ritratti immaginari di Vesco sono un vero e proprio monumento alla memoria dell'ignoto. E anche il suo Chisciotte lo è. Osserviamolo.
Ha il viso magro e affilato, e fin qui ci siamo con la descrizione di Cervantes; ha il corpo che si intuisce snello proprio a motivo della casacca-armatura che indossa - la quale eccede di gran lunga la proporzione con il viso - però ha contemporaneamente un posa robusta: e anche qui ci siamo con la descrizione di Cervantes. Oserei dire che perfino il carattere "mattiniero" del gentiluomo cervantino traspare da una certa atmosfera aurorale che pervade il cielo, assai poco luminoso, che sta alle spalle della figura di Vesco; e soprattutto dai colori ancora nascenti che si riverberano sul suo ampio pettorale. "Gran madrugador", dice Cervantes, e a confronto dell'espressione originale, così ironica e poderosa, l'italiano "molto mattiniero" è ben povera traduzione. Le luci e i colori di Beppe Vesco fanno molta più giustizia a Cervantes di quanto non gliene facciano i suoi traduttori.
Eccolo qui, dunque, il "gran mattinatore" di Beppe Vesco, con in pugno una spada la cui lama suggerisce più la latta che l'acciaio, e un piccolo scudo schiacciato sul petto. Una mano-non-mano lo sorregge e, insieme, ne traccia l'ombra di un'insegna. Probabilmente Don Chisciotte, anzi Alonso Chisciana detto "Il buono", ha appena terminato di pulire e lucidare quelle vecchie armi - ereditate da un dimenticato antenato - e le ha indossate in gran fretta per mettersi in posa di fronte all'artista….”

Da Tradizione e innovazione - Omar Calabrese
“Chi si imbatta per caso nelle opere di Beppe Vesco non potrà non avere l'immediata impressione di una pittura "tradizionale", magari persino accademica. Vesco, d'altronde, non fa certo mistero delle sue scelte tecniche e di contenuto: ama la rappresentazione figurativa; si mantiene all'interno dei generi classici (ritratto, natura morta, paesaggio), sia pure con varianti un poco astratte, indefinite, espressioniste; accentua o nasconde la mano che dipinge, secondo procedure di simulazione e dissimulazione care al miglior virtuosismo dell'arte antica. Lo stesso accade per la scultura, settore nel quale si è cimentato di meno, ma sempre con spirito della medesima natura.

A questo punto, però, deve sorgere una domanda. Il nostro artista è per caso inattuale? È davvero accademico? La sua insistenza nelle tecniche di un tempo lo trasforma in un passatista, o ancor peggio in un nostalgico reazionario? La mia personale risposta, ovviamente, è: no. E per due diverse e convergenti motivazioni, una di carattere generale, e una specificamente destinata ad analizzare il suo lavoro…….
L'arte "tradizionale", insomma, convive perfettamente con l'arte "innovativa", e sarebbe una bella gara quella di decidere a quale tipo di opere i due aggettivi si adattano meglio. Ciò che è tradizionale per forma potrebbe essere particolarmente innovativo per contenuto, e ciò che è innovativo per forma potrebbe rivelarsi del tutto tradizionale per contenuto. Tocca adesso agli aspetti specifici che riguardano Beppe Vesco, ma prima di entrare nel merito voglio anticipare che a mio avviso il nostro artista è a tutti gli effetti un innovatore, e appartiene a pieno titolo alla sfera della "contemporaneità". È innovatore perché interviene in modo autonomo sui generi artistici. È contemporaneo perché riflette una importante tendenza del gusto, che è quella di un sapiente uso delle virgolette, di una erudizione estetica di grandissima densità culturale….
La rivisitazione dei generi
La maggior quantità di dipinti di Beppe Vesco, da un punto di vista statistico, ruota attorno al ritratto e alla natura morta. La cosa non deve meravigliare più di tanto. Il fatto stesso che l'artista veda nella pittura manierista e in quella barocca la propria fonte (soprattutto tecnica) di ispirazione rende coerente anche la scelta tematica. Ricordiamo, infatti, che il massimo sviluppo del ritratto avviene per l'appunto col manierismo, che allarga la visione della figura umana dal primo schema rinascimentale (volto e busto, frontale o di profilo) introducendo le mani "parlanti", la taglia di tre quarti, per poi avventurarsi nella figura intera, che sarà poi sviluppata pienamente nel periodo barocco. Quanto alla natura morta, questa nasce proprio agli inizi del Seicento, dopo qualche rarissimo e isolato caso cinquecentesco, e ha in area spagnola, francese e fiamminga il suo massimo splendore. Tuttavia, Vesco procede ad una interessante revisione di entrambi i generi. Cominciamo con il ritratto. Un numero considerevole di opere è costituito da ritratti reali. Ma l'artista li rivede e li ricrea in una cornice particolare. Gli individui tendono a mantenere "esatte" le caratteristiche fisionomiche, ma la loro identità si trasforma attraverso i colori dell'incarnato (tendente ad una rappresentazione irreale, visionaria, sognante) e soprattutto attraverso i dettagli descrittivi (oggetti di contorno, abbigliamento, acconciature). Si può quasi affermare che il sottogenere prescelto per il ritratto sia quello "in figura di": come se ogni personaggio interpretasse il ruolo immaginario di qualcun altro. Anche questo è un vezzo di molta pittura manierista, che era abituata a far recitare ai ritrattati il ruolo di uomini-simbolo (mitologici, storici e religiosi). Nel caso di Vesco non è possibile individuare dei nomi propri specifici, se non in qualche circostanza nella quale la libertà creativa è maggiore (un esempio su tutti è quello dell'autoritratto in veste di Caravaggio)…. Fondamentale, a mio parere, è poi il lavoro sulla natura morta. Dopo vari tentativi di carattere episodico, quasi esercizio accademico, Vesco ha estratto - proprio come è avvenuto nel corso della storia dell'arte - uno splendido esempio di natura morta dal ritratto. Si tratta di un pezzo della serie dedicata a don Chisciotte, nel quale l'eroe cervantino è rappresentato soltanto dal famoso elmetto a forma di conca metallica tagliata sul fronte, e da una fantastica luce vitale che quasi lo risucchia. Come si diceva, si tratta di un ritratto (lo affermò, nei lontani anni Sessanta, Ignazio De Logu nel volume Natura in posa, ma lo ha ripetuto Jurgis Baltrusaitis in Anamorfosi), solo che il nome del ritrattato emerge dall'insieme degli attributi indiretti che gli appartengono, e non dall'effigie diretta….Prima compare il "ritratto attraverso le cose", poi si passa al "ritratto delle cose". In questo procedimento, Vesco ha riletto alcuni dei massimi inventori del genere, partendo dal già citato Sanchez-Cotán, creatore del bodegón, ovvero la natura morta di frutta, verdura e cacciagione spagnola, per arrivare alla versione francese di un Philippe de Champagne, massimo interprete dell'idea di vanitas.
Peraltro, Vesco ha anche cercato di andare oltre la citazione, e si è cimentato in una modernizzazione assoluta: ritraendo, alla maniera antica, oggetti del tutto contemporanei.
Vesco ha spesso affrontato, però, anche la pittura narrativa, la pittura di storia. Sono fondamentali, nel suo percorso artistico, le grandi tele piene di personaggi e di racconto. A volte, la trama è esplicita: come nella serie più volte rammentata del don Chisciotte. In altri casi - la maggioranza - la narrazione è del tutto potenziale. L'autore mette in scena, a volte con impianto teatrale molto esplicito, relazioni di personaggi, e relazioni di personaggi e di cose. È un po' come se Vesco riunisse i generi del ritratto e della natura morta. Salvo che i generi sono per l'appunto degli "estratti" da storie, che diventano autonomi e isolati. In lui avviene il contrario: le singole figure erano isolate, e vanno in cerca del proprio racconto. Allo spettatore spetta il compito di concretizzare lo schema astratto presentato pittoricamente. D'altronde, la cosa è facile e divertente. Vesco offre una vasta gamma di archetipi: l'eroe, la bella, il guerriero, il buffone, il poeta, l'artista, il caratterista, i loro animali, i loro oggetti. Ciascuno di essi contiene implicitamente una possibilità di espansione, come in un magico teatro dell'arte, in un pittorico Carro di Tespi….”.
 
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