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arte contemporanea, collettiva FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA ​ Campo Santa Maria Formosa 5252 Venezia 30122

Venezia - dal 24 maggio al 28 settembre 2008

Maria Morganti - Diario cromatico
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FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA
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Campo Santa Maria Formosa 5252 (30122)
+39 0412711411 , +39 0412711445 (fax)
fondazione@querinistampalia.org
www.querinistampalia.it
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L’artista sostituisce cinque opere sovrapporta presenti nelle sale del museo con cinque monocromi delle stesse dimensioni e tutti nel dominio del rosso, dipinti in accordo con i quadri antichi
orario: da martedì a sabato dalle 10 alle 20, domenica dalle 10 alle 19,
chiuso il lunedì
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: intero 8 euro, ridotto 6 euro
vernissage: 24 maggio 2008. ore 18
editore: GLI ORI
curatori: Chiara Bertola
autori: Maria Morganti
telefono evento: +39 3398046499
genere: arte contemporanea, personale
email: ufficiostampa@querinistampalia.org

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comunicato stampa
Con Diario cromatico di Maria Morganti e Il suono della lingua di Mariateresa Sartori prosegue la programmazione di Conservare il futuro, il progetto promosso dalla Fondazione Querini Stampalia e dalla Regione del Veneto e incentrato sul rapporto fra arte antica e arte contemporanea, tra un passato da tutelare e un futuro da progettare.

Dopo Giulio Paolini, Remo Salvadori, Elisabetta Di Maggio, Kiki Smith, Giuseppe Caccavale, Georges Adéagbo, Stefano Arienti, sono ora due artiste che vivono e lavorano a Venezia a confrontarsi con la memoria e la storia della Fondazione, e lo fanno entrando in relazione ciascuna con uno specifico luogo di questa istituzione: la Morganti “colloquia” con il museo e la sua pinacoteca, la Sartori lo fa con l’antica biblioteca.

Luogo di molti luoghi, luogo delle mille differenze – si leggono nella sua storia, nelle sue architetture, nella varietà delle sue attività – la Fondazione rappresentare qui un campo di sperimentazione ideale.




Diario cromatico

di Maria Morganti


Due anni - dall’estate 2006 all’inverno 2008 - di appunti scritti osservando alcuni dipinti del museo della Fondazione mentre “sentiva” i colori per poi trasferirli, una volta arrivata in studio, sulla tela.

E’ il progetto di Maria Morganti, semplice ma per questo rigoroso e intenso, come sottolinea la curatrice Chiara Bertola.

L’artista sostituisce cinque opere sovrapporta presenti nelle sale del museo con cinque monocromi delle stesse dimensioni e tutti nel dominio del rosso, dipinti in accordo con i quadri antichi.

Ogni tela scaturisce da assidue frequentazione degli ambienti della pinacoteca, da cui ogni volta l’artista riporta in studio la memoria di un determinato colore. Strato su strato si raggiunge l’esito finale.

Questo processo è reso evidente dalla presenza di un bordo in alto ad ogni tela, dove si addensa in sottili strisce la storia delle stratificazioni: è il diario cromatico, la memoria del lavoro. Più visibile rimane nel quadro la parte più ampia, che è la somma di tutti i passaggi, l’accumulo dell’esperienza.

Così la Morganti parla del suo lavoro: “Io trovo il colore non lo faccio. Non lo invento, non lo progetto, non lo produco, non lo riproduco… tendo verso di esso … Lo ascolto e lo vedo farsi. Lo vedo nascere sulla tela”. Maria tratta il colore come una materia viva con cui entrare in comunicazione.

L’artista ha inoltre tenuto un diario parallelo in cui ha annotato di volta in volta tutte le fonti di ispirazione del suo “dipingere a memoria”. Un dialogo tra lei e il colore che viene consegnato al lettore per coinvolgerlo nel processo creativo.

Appendici del progetto una serie di scatti fotografici realizzati dalla Morganti nel suo studio che ritraggono, sempre dallo stesso punto di vista, i diversi strati di colore nel loro farsi, oltre alla serie di carte serigrafate, opera sperimentale nata in collaborazione con Fiorenzo Fallani, che mostra un’altra declinazione, più chimica e contemporanea, del colore nato dall’esperienza in Querini Stampalia.




Il suono della lingua

di Mariateresa Sartori


Ogni lavoro di Mariateresa Sartori è un passaggio analitico teso a rompere le rigide costrizioni entro cui l'uomo ha stabilito i limiti del proprio sapere e del proprio dire. Per lei ogni volta si tratta di riappropriarsi del dato reale, e di considerarlo da angolazioni specifiche e inusuali.

Il progetto pensato per la biblioteca della Fondazione indaga le possibilità espressive della lingua dal punto di vista ritmico, melodico, sonoro. Mantenendo inalterate le modalità di fruizione tipiche della biblioteca, all’interno della sala dei dizionari, a scaffale aperto, l’artista ha collocato dei volumi muniti di cuffie audio che propongono al visitatore/lettore l’esperienza di ascoltare nella propria lingua d’origine una poesia significativa, resa irriconoscibile dal punto di vista semantico tramite l’alterazione dell’ordine delle consonanti, ma mantenuta intatta nell’intonazione e nella scansione metrica: ne deriva qualcosa di assolutamente incomprensibile, ma assurdamente familiare.

Con lo stesso metodo sono stati elaborati versi poetici di undici tra le più diffuse lingue del mondo, operando su alcuni testi particolarmente rappresentativi di ciascun idioma prescelto: Leopardi per l'italiano, Shakespeare per l'inglese, Lermontov per il russo, Hernández per lo spagnolo, e ancora sonorità francesi, arabe, cinesi, giapponesi, africane, portoghesi, tedesche.

“Riuscire a percepire gli aspetti legati al suono della propria lingua madre è impresa quasi impossibile” dice la Sartori “il significato prende inevitabilmente il sopravvento”. Così l’artista ripulisce ogni lingua dalla sua funzione comunicativa.

Mariateresa Sartori vuole restituire il più possibile la melodia e la musicalità che si trovano celate in ogni lingua. Per fare questo deve ripulire le parole dalla “distrazione” del significato e lasciare che i loro aspetti ritmici e melodici, non più soffocati dalla loro funzione denotativa, vengano alla luce.

“É un lavoro che provoca e richiede una relazione intima con coloro che ascoltano, e quindi oltre alla modalità di fruizione dell’opera all’interno della biblioteca, i visitatori sono invitati all’interno di una stanza oscurata dove lo spazio rimanda le voci creando l’atmosfera raccolta di un concerto da camera. I suoni della lingua, sganciati e liberati dal peso semantico e rivelati nella loro essenza sonora, si sottraggono in qualche modo al tempo e allo spazio. Al di là della loro funzione referenziale, quelle lingue risultano affrancate dal peso della “terra” e si concedono quale materia viva alla nostra percezione. L’artista consente di risalire, attraverso l'udito, a qualcosa di originario e dimenticato: il suono puro e antico delle parole, l’esperienza grezza del nostro primo contatto con il mondo” (dal testo in catalogo di Chiara Bertola).




Le mostre sono state realizzate con il sostegno di Galleria Michela Rizzo di Venezia


 
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