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arte contemporanea, collettiva BASTIONE SANGALLO ​ Piazza Giuseppe Garibaldi 1 Loreto 60025

Loreto (AN) - dal 12 al 27 luglio 2008

Marisa Settembrini - Alla corte del tempo

Marisa Settembrini - Alla corte del tempo

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BASTIONE SANGALLO
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Piazza Giuseppe Garibaldi 1 (60025)
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La mostra è una forte sperimentazione e riflessione sul fare arte oggi, alla luce di termini che attraversano la storia umana, ossia il tempo, i luoghi e le culture. La Settembrini recupera in termini artistici e stilistici memorie e spiritualità, artificio e metafora, dissolvenze e passaggi, fino a chiudere il cerchio sulla condizione esistenziale e sullo stato di attesa e di speranza
orario: da martedì a domenica, ore 10.30/12.30 e 17.30/19.30, lunedì chiuso
(possono variare, verificare sempre via telefono)
vernissage: 12 luglio 2008. ore 17.30
curatori: Carlo Franza, Armando Ginesi
autori: Marisa Settembrini
genere: arte contemporanea, personale
email: carlofranza@virgilio.it

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comunicato stampa
L’Amministrazione di Loreto fa vivere l’estate lauretana con una sorprendente mostra dell’illustre artista italiana, Marisa Settembrini, con una serie di installazioni e dipinti accolti nel prestigioso Bastione Sangallo. La mostra è una forte sperimentazione e riflessione sul fare arte oggi, alla luce di termini che attraversano la storia umana, ossia il tempo, i luoghi e le culture.La Settembrini recupera in termini artistici e stilistici memorie e spiritualità, artificio e metafora, dissolvenze e passaggi, fino a chiudere il cerchio sulla condizione esistenziale e sullo stato di attesa e di speranza.



Scrive Carlo Franza: ALLA CORTE DEL TEMPO


La sintomatologia del tempo, di un tempo che attraversa passato e presente, finito e infinito, quasi intersecando l’eterno, ha catturato l’interesse di Marisa Settembrini,il cui linguaggio artistico e pittorico si ritrova oggi come un nuovo sillabario che non può passare sotto silenzio e ricco di ogni minima traccia devozionale e di amata cultura. Il clima pittorico del nostro tempo ricuce la storia dell’uomo, la sua identità perduta,e l’artista vero d’oggi ne dipinge con un fraseggio di tracce, sogni, intima quotidianità, il possibile paradiso del mutamento. La mostra lauretana vive di tanti corpi , di una serie di installazioni , dove soggetto, oggetto , colore e ambientazione, recitano la materia del mondo. E proprio perchè “nessuna verità merita di rimanere unica” come diceva Breton, Marisa Settembrini fruga negli attimi della storia, sbircia nel viaggio delle vite, e “alla corte del tempo” come titola l’intero assemblaggio dei dodici specchi incorniciati, frantuma l’ordine dei ritmi, e fa muovere di ognuno di noi quelle autosuggestioni del senso potenziale, quell’apparire/sparire in favore di più intense percezioni della salvezza. La pittura, fatta ormai di segni , di macchie e di nuvole, dilaga silenziosa nel disfarsi di un climax e di ognuno di noi , che dinanzi agli specchi scopre il tutto frantumarsi e rinascere. Il lavoro in questione è una sorta di “environment” ,di forte impatto emotivo, capace di estendere la percezione dello spazio e di scatenare un intenso flusso di energie. A volte basta un estratto di passioni per lasciare di noi un’eco. Ora, la Settembrini, con disinvoltura, apre le imposte allo stupore e con la coda dell’occhio avverte persino le esaltazioni e i riflessi, le obliquità e i sosia assorbiti dalle tracce, su ritratti prestati alla libertà di inventarsi altri motivi ,che aggallano come copricapo su teste di amici, conoscenti e altro. Una serie di ritratti così pensati, come fossero “le frontiere dei sentimenti”, sono un gran viaggio sull’uomo, tanto che la curiosità è ormai diventata fantasia, palco/scenico di striature emotive, armonia e contrasto d’epoca, senso e ritmo dei personaggi rappresentati e del loro stile di vita e di pensiero. Fuori ormai da ogni logora abitudine pop/artistica , Marisa Settembrini riscopre la fiamma e la cifra del volto, il disincanto e la disorientata irrealtà, le sconnessioni biografiche impenetrabili, la leggerezza del corpo, il mistero che ha doti di assoluto segreto; addirittura oltre Thomas Ruff , e circumnavigando quell’esplorazione di confine tra autenticità e simulazione.Vorrei aggiungere che a quel capitolo che per qualche tempo ha catturato l’attenzione e il lavoro della Settembrini, ovvero alla contaminazione e al racconto, specie dall’antico, altre volte dal moderno, con quell’icone-collage lussureggianti, belle, e talvolta neoclassiche, nell’accezione linguistica più opportuna, perchè estrapolate dal contesto e gettate in un mare o in una nuvola di segni e colore , ecco ora l’artista portare lo sguardo verso il contemporaneo. E l’opera “Babilonia” racconta un po’, sulla scia di Bill Viola, questa ritualità degli anni e della vita, questa dimensione collettiva nel suo aspetto sociale, questo scavare e scoprire nei templi del sistema occidentale, gli alfabeti,le figure ,i codici e le icone metropolitane.

In questa mostra degnissima, oltre che artisticamente carica di segnali innovativi, Marisa Settembrini vi colloca anche due installazioni dedicate a Oriana Fallaci; una dal titolo “libertà” con 120 tele 30 x 30 che raccontano la vita della giornalista,




l’altra, dal titolo “liber”, si compone di 100 carte che ritraggono tanti volti e tanti sguardi della coraggiosa icona femminile. Una donna la cui vita è stata sempre innervata all’insegna della libertà. Ha creduto nella libertà,ha lottato per la libertà, è stata la bandiera della libertà perfino in tempi oggi un po’ disperati. Marisa Settembrini ne ha dissotterrato lo spirito della scrittrice, e certe icone collage, sottili radiografie della sua storia di nomade toscana, sono un testimonial curioso e scintillante. E quella vita anarchica della giornalista,presa tra pace e guerra e tra guerra e pace, fino alla profezia degli ultimi anni che ha tentato di esorcizzare il presente, tutto si affaccia in queste pagine di colore della Settembrini, che ridanno tono a certe verità, e in cui persistono intenzioni e tentazioni di riamare la vita. Collage,segni e scritture, macchie e fondali di colore monocromo, si disfano in una luce, in una strategica ansia di disvelamento dell’attimo, in miraggi inseguiti da osservatori differenti. La vita riaffiora in finestre istoriate,e l’artista ci consegna ormai una irresistibile verità,porgendoci di ogni immagine il suo centro.Questo suo nuovo interrogarsi in arte è come dar vita a una fenomenologia post-storica,di arte relazionale che in questo caso abbandona il sublime ed esplora ,saccheggiando, come un puzzle, una mappa topografica dell’intralinguistico teatro del mondo. Persino “la colonna di Borges” , una stele concava-convessa , ci racconta poi la storia della cultura occidentale.

Ora si vedrà che riflessi e infinite prospettive rimandano alla dimensione trascendente della creatività, ma anche all’arte come fulcro della spiritualità, e soprattutto avvertire che, più che rappresentare lne ha creata una totalmente nuova.



Scrive Armando Ginesi : LA SEDUZIONE DELLA MEMORIA


Dal deposito inesauribile della memoria, sia ontogenetica sia filogenetica, Marisa Settembrini trae fuori, per via evocativa, le immagini sedimentate, frutto di esperienze personali di vita e di studio, oppure trasmesse dai ricordi atavici. Ricordare vuol dire trasferire dal passato al presente, in buona sostanza ricreare, ex novo, una realtà che è già esistita. Una sorte di miracolo, insomma, reso possibile dalla benevolenza di Mnemòsine, che si traduce in una vera e propria seduzione.

Quel fine critico d’arte e letterato che fu Roberto Sanesi ha scritto nel 1995 sull’opera della nostra pittrice: “Per entrare in un album di memorie: quello, appunto, dell’artista, che è un tempo multiplo e simultaneo, dove si addensa il visibile di uno spazio passato attraverso l’immaginazione, trapassato da ciò che resta come puro frammento di un dato oggettivo, di un evento, di una correlazione di cui non si ricorda il motivo ma in cui si sospendono bagliori intermittenti di senso, di sensazione, tanto inspiegabili a volte quanto intensi”. Marisa Settembrini dispone di una ricchissima e molto qualificata letteratura critica, ma forse, per mettere a fuoco il senso del suo lavoro, basterebbe questa sintesi ermeneutica elaborata da Sanesi che smonta e rimonta la dimensione semantica dei suoi lavori individuando, come si diceva, la memoria, quale motore primo che muove il procedere linguistico dell’artista pugliese naturalizzata milanese; il “tempo multiplo e simultaneo”, attraverso cui i ricordi penetrano nel presente e quest’ultimo si porta indietro verso di essi; la connotazione di “frammento” nel quale, anche senza una percezione razionale, in un “dato oggettivo”, in un “evento”, in una “correlazione” restano sospesi “bagliori intermittenti di senso, di sensazione”. Attraverso le icone del passato che con garbo Marisa prende e delicatamente conduce per mano nel presente dell’opera, sensazioni, emozioni, pensieri si trasferiscono da un tempo all’altro riproponendosi con rinnovato vigore comunicativo ed emozionale. Quasi sempre sono le immagini ad essere evocate; ma talvolta lo sono anche le parole, come in certi dipinti realizzati sul finire del decennio Novanta nei quali le lettere dell’alfabeto – dipinte o applicate con il collage – si organizzano in flussi di movimento che attraversano il quadro come fiumi che scorrono o vortici che si arrotolano su se stessi. E’ l’energia del segno (le lettere sono segni con senso fonetico e logico) che si condensa in uno o più insiemi per dirci che la vita è slancio vitale, è attraversamento, è dinamismo fisico e spirituale. Un dinamismo che agita il pigmento pittorico al punto che certe campiture (si veda ad esempio un dipinto del 1998, Mentre per ciò ella un giorno mando; o un altro del 1997, Pannello per la Biennale di Cremona; o ancora Me dio a la vez los libros y la noche del 2002) assomigliano a cieli tintoretteschi o che certi fiumi di parole rimandano alle “parolibere” futuriste, private però della carica anarchica che era loro sottesa. Infatti una delle connotazioni più tipiche della pittura della Settembrini è che trattasi, sempre, di pittura nutrita di grande cultura (iconografica, letteraria) e dunque le sue opere sono sempre il condensato di storia e di cultura che non si forma alla pura citazione ma riassume nel proprio portato linguistico una serie di dati del sapere profondamente ed originalmente elaborati. Si veda, ad esempio, il nesso stretto ed intenso che collega, nella sua opera di Marisa, la parola dipinta con quella scritta, l’icona con la scrittura: esso è tale che non si sa, né si potrà mai sapere, se le frasi o i versi che si accompagnano alle immagini siano loro didascalie oppure se siano le immagini a fungere da traslati iconici dei primi. Perché non esiste differenza sostanziale tra l’alfabeto pittorico e quello verbale, nel senso che entrambi partecipano al formarsi e al fenomenizzarsi di quella dimensione dello spirito, per molti versi misteriosa quanto esaltante, che siamo soliti chiamare arte. Alla memoria si aggiunge il frammento quale elemento chiave dell’espressività della nostra artista. Lo ha brillantemente rilevato Andrea Del Guercio in uno scritto del 2000: “Per frammento intendo indicare una processualità espressiva della Settembrini in cui l’uso del colore, il ritaglio fotografico, la pagina di un libro, risultino tarsie di uno stesso racconto che solo una percezione sensibile e attenta può percorrere” (Ma anche molti altri autori si sono soffermati sul ruolo del frammento nell’edificazione dell’universo linguistico della Settembrini: Carlo Franza, che ha parlato di frantumazione dell’immagine in segni e macchie di colore; Dino Villani, che ha sottolineato l’esaltazione del dettaglio; Evelina Schatz, che ha richiamato “tanti specchi di sé”; Enzo Fabiani, il già citato Sanesi e così via). Il frammento, però, per Marisa, è una parte nella quale è contenuto il Tutto; è come un’impronta in cui è sintetizzata la completa identità del possessore. Così i suoi “frammenti” si compongono a formare istallazioni quasi fossero tessere di un mosaico o tarsie di un intarsio: ogni porzione valida di per sé, autosignificante, ma concorrente, con tutte le altre, allo svelamento di una porzione più vasta di verità. Oggi la ricerca più recente della Settembrini sembra essersi fatta più analitica, nel senso che tende a soffermarsi maggiormente sugli elementi compositivi – starei per dire strutturali – del proprio lessico. Forse in direzione di una via di comunicazione poetica nuova che, tuttavia, ne sono certo, mai rinuncerà al bisogno intimo di avvicinarsi, per quanto umanamente possibile, alla dimensione veritativa dell’Assoluto.



Cenni biografici dell’artista


Marisa Settembrini è nata a Gagliano del Capo (Lecce) nel 1955. Dopo aver frequentato l’Accademia di Brera e la Kunst Akademie di Monaco di Baviera, oggi è titolare della cattedra di Discipline Pittoriche al Liceo Artistico Boccioni di Milano, città





dove vive e che alterna con i riposi nella cittadina salentina di Alessano. La sua attività parte dal 1976 con l’invito alla mostra “La nuova figurazione italiana” al Palazzo dei Congressi di Roma, per conto della Quadriennale Romana.

Ha vinto il Premio Lyceum per la grafica nel 1984,il Premio Cortina nel 1994 per la pittura, il Premio Saint Vincent nel 1995, il Premio Bormio e il Premio Milano nel 1996. Negli ultimi anni Ottanta è stata presente a Milano, al Palazzo Sormani con una mostra di incisioni e nel 1991 il Comune le dedica una importante mostra nel Museo di Milano. Nel 1995, diciotto dipinti sul tema del Paradiso dantesco sono esposti all’Oratorio della Passione della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano e nello stesso anno,

quarantasei opere sono esposte all’Università Bocconi. E’invitata alla VI e alla VII Triennale dell’incisione italiana e alla XXXII Biennale d’Arte di Milano con sei dipinti nella sezione del ritratto. Nel dicembre 1997 è invitata alla V Biennale d’Arte di Cremona con tre grandi opere nella sezione del racconto, insieme a Tadini e Adami. Nel 1998 partecipa, su invito, alla mostra “Il giardino della ceramica” a Pietrasanta e alla mostra “Vergine, Madre, Regina” presso la Fondazione Mons. Bello. Sempre nel 1998 è invitata alla mostra “La soglia del silenzio” e nel 1999 alla mostra “Le stagioni della luce” nella galleria Lazzaro by Corsi di Milano, ambedue a cura del critico Carlo Franza. Numerose le mostre personali in Italia (Roma, Firenze, Alcamo, Lecce, Todi, Milano, Erice, San Vito Lo Capo, Pavia, Brescia, Sondrio, Loreto) e all’estero (New York, Monaco di Baviera, Dusseldorf), e le partecipazioni a importanti rassegne. E’ presente in vari Musei stranieri (Berlino, Montreal, New York) e italiani. Per questi ultimi vale ricordare le recenti acquisizioni al Civico Museo del Disegno di Salò (BS), 1993; al M.I.M.A.C. (Museo Internazionale Mariano di Arte Contemporanea) presso la Fondazione Mons. A. Bello di Alessano (LE), 1998, alla Civica Raccolta di Arte Contemporanea di Ruffano (LE), 1998,e al Civico Museo all’Aperto della Scultura di Martano(Le) nel 2004 con la “Porta della Luna”. Negli ultimi anni che chiudono il Millennio si dedica ad un racconto ove la scrittura transita nella pittura, in un trittico di mostre milanesi (Blanchaert Antiquariato, Chiesa Antiquariato) che culminano nella Rotonda di San Carlo al Corso. Nel 2003 viene collocata una sua grande Croce nel Santuario di San Vito a San Vito Lo Capo in Sicilia. Nello stesso anno espone a Sondrio in Palazzo Martinengo, poi ad Alcamo dai Maestri Evola e a Roma al Centrale Ristotheatre; per poi essere nel 2004 a New York, ancora a Milano con una mostra promossa dalla Provincia nello Spazio Guicciardini e a Roma in Vaticano ,chiamata da Giovanni Paolo II per eseguire un grande ritratto che è andato, dopo la sua morte, nella cattedrale della città natale del Pontefice in Polonia . Gli ultimi anni la vedono impegnata nuovamente nel tema del racconto con installazioni all’Otel Ristotheatre nel 2005 e 2006, al Palazzo Borghese (FI) nel 2007 e 2008. Recentemente al Creative Council di Milano espone l’installazione “Sussurrando la libertà”, nell’estate 2008 è invitata dall’Amministrazione di Loreto con la mostra “Alla corte del tempo”nel Bastione Sangallo; mentre a Milano allo Studio Comerio è presente con “Canto per Eva” e un esempio di Pont Art. Ha elaborato in coedizione con alcuni scrittori varie cartelle di grafica. E’ stata segnalata da Jean Pierre Jouvet nel Catalogo Comanducci n. 14 e da Domenico Montalto nel n. 27. Della sua arte hanno scritto critici e scrittori italiani e stranieri, da Argan a Carluccio, da A. Del Guercio a Fabiani, da Ferguson, a Carlo Franza, da Armando Ginesi a Guzzi e a Montalto, dalla Muritti a Ponente, da Russoli a Sanesi, da Walter Schonenberg a Marco Valsecchi,e ancora Fulvio Papi.


Cenni biografici dei curatori



Carlo Franza, nato ad Alessano nel 1949,è uno Storico dell’Arte Moderna e Contemporanea, italiano. Critico d’Arte. E’ vissuto a Roma dal 1959 al 1980 dove ha studiato e conseguito tre lauree all’Università Statale La Sapienza(Lettere,Filosofia e Sociologia).Si è laureato con Giulio Carlo Argan di cui è stato allievo e Assistente . Dal 1980 è a Milano dove tuttora risiede. Professore Straordinario di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea,Ordinario di Lingua e Letteratura Italiana. Visiting Professor nell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e in altre numerose Università estere. Docente nel Master Universitario “Management e Valorizzazione dei Beni Culturali” allo IED di Milano. E’ stato indicato dal “Times” fra i dieci critici d’arte più importanti d’Europa. Giornalista,critico d’arte dal 1974 a Il Giornale di Indro Montanelli ,oggi a Libero fondato e diretto da Vittorio Feltri. E’ fondatore e direttore del MIMAC della Fondazione Don Tonino Bello. Ha al suo attivo decine di libri fondamentali e migliaia di pubblicazioni e cataloghi con presentazioni di mostre. Si è interessato dei più importanti artisti del mondo dei quali ne ha curato prestigiosissime mostre. Dal 2001al 2007 è stato Consulente del Ministero per i Beni e le Attività Culturali .Ha vinto per il Giornalismo e la Critica d’Arte il Premio Cortina nel 1994, il Premio Saint Vincent nel 1995 ,il Premio Bormio nel 1996 , il Premio Milano nel 1998 e il Premio delle Arti Premio della Cultura nel 2000,del quale è oggi presidente di giuria.


Armando Ginesi, Professore Emerito di Storia dell’Arte, già Ordinario presso l’ Accademia Statale di Belle Arti di Macerata di cui è stato rettore per sei anni. Abilitato anche all’insegnamento di Estetica. Critico d’arte militante, ha collaborato con la Biennale Internazionale di Venezia, con la Bienal Internacional del Deporte en las Bellas Artes di Madrid e Barcellona e con l’Instituto de Cultura Hispanica della capitale spagnola. Autore di circa 150 pubblicazioni scientifiche (di cui 137 registrate dall’Indice del Servizio Bibliotecario Nazionale istituito presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze), nonché di oltre un migliaio tra articoli e presentazioni critiche in catalogo, ha curato rassegne in Europa, in Africa ed in Asia. E’ considerato un esperto delle Avanguardie Storiche del XX secolo.

Attualmente è consulente culturale della impresa ”i Guzzini Illuminazione”. Per quattro anni lo è stato dell’Amministrazione Provinciale di Ancona nel settore della arti figurative. In qualità di semiologo dell’arte ha pubblicato, per i tipi della Domus di Milano, il primo volume al mondo sul tema della dimensione semantica della luce, dal titolo “Per una teoria dell’illuminazione dei Beni Culturali”, stampato in due edizioni e tradotto in inglese e spagnolo. Ha pubblicato, per conto della Federico Motta Editore di Milano e della Banca Marche, un volume dedicato alla storia dell’arte marchigiana del XX secolo, dal titolo “Le Marche e il XX secolo. Atlante degli artisti”, vincitore di una menzione speciale al Premio Internazionale di Storia dell’Arte e di Critica d’Arte Salimbeni. Tra gli autori di cui si è maggiormente occupato: Arnaldo Pomodoro, Joan Mirò, Valeriano Trubbiani, Walter Valentini. E’ Console Onorario della Federazione Russa di Ancona. E’ Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Grande Ufficiale dell’Ordine Equestre di Sant’Agata della Serenissima Repubblica di San Marino.



 
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