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arte contemporanea, collettiva PALAZZO DUCALE ​ Piazza Giacomo Matteotti 9 Genova 16123

Genova - dal 15 ottobre 2009 al 14 febbraio 2010

Otto Hofmann - La Poetica del Bauhaus
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PALAZZO DUCALE
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Piazza Giacomo Matteotti 9 (16123)
+39 0105574000 , +39 0105574001
palazzoducale@palazzoducale.genova.it
www.palazzoducale.genova.it
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L’esposizione, ideata e curata da Giovanni Battista Martini, prevede una esaustiva lettura dell’opera dell’Artista e del suo percorso storico e creativo dagli anni 20 agli anni 90.
orario: dalle 9.00 alle 19.00 Lunedì chiuso
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: 8 euro intero 6 ridotto 3 scuole mercoledì ingresso a prezzo speciale 3 euro
vernissage: 15 ottobre 2009. ore 18
catalogo: in mostra
editore: ELECTA
curatori: Giovanni Battista Martini
autori: Otto Hofmann
patrocini: Promossa dalla Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura
note: Appartamento del Doge
genere: fotografia, arte contemporanea, personale
email: ibernardin@palazzoducale.genova.it

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comunicato stampa
Quest’anno cade il novantesimo anniversario della fondazione del Bauhaus e Palazzo Ducale

di Genova dedica una vasta retrospettiva a Otto Hofmann, uno dei più interessanti artisti, fra

quanti condivisero l’esperienza del Bauhaus con gli insegnamenti di Klee e Kandinsky.

Nato a Essen in Germania all’inizio del secolo scorso e morto a Pompeiana vicino a Sanremo, Otto Hofmann - artista di rilievo internazionale - aveva scelto di vivere e lavorare negli ultimi vent’anni della sua vita nella Riviera Ligure.

L’iniziativa, oltre a essere un diretto riconoscimento alla memoria di Otto Hofmann (1907-1996)

di cui è ricorso nel 2007 il centenario della nascita – rappresenta l’occasione per approfondire

gli aspetti poetici dell’arte astratta nel XX secolo, attraverso l’opera di un artista

che ben rappresenta quelle caratteristiche di interdisciplinarietà che hanno segnato le

avanguardie europee del secolo scorso.

L’esposizione, ideata e curata da Giovanni Battista Martini, prevede una esaustiva lettura dell’opera dell’Artista e del suo percorso storico e creativo dagli anni 20 agli anni 90.

Le prime opere documentano il periodo della permanenza al Bauhaus di Dessau (1927-1930) nel cui edificio tiene la prima mostra personale, ai primi anni ’30, e l’attività svolta in Germania, dove gli vengono dedicate importanti esposizioni pubbliche, prima che la ferrea censura Nazista gli notifichi il divieto di dipingere e che i suoi quadri, precedentemente acquistati da diversi musei tedeschi, venissero confiscati come Arte Degenerata.

Il periodo trascorso al Fronte e in prigionia in Russia (1940-1946) è documentato da una serie di preziosi acquarelli di intensa e struggente bellezza eseguiti sulle lettere inviate alla moglie e agli amici artisti, testimonianza della sua intima estraneità alla guerra e dell’orrore provato durante il conflitto.

Seguono le opere che vanno dall’immediato dopoguerra, realizzate al suo ritorno dalla Russia in Turingia, in un clima di sofferenza a causa delle crescenti divergenze di ordine politico con la nuova classe dirigente comunista, a quelle realizzate nel 1950/1951 appena arrivato a Berlino Ovest dopo aver lasciato precipitosamente la Germania Orientale abbandonandovi ogni avere e la quasi totalità delle opere.

Il percorso della mostra continua attraverso dipinti, disegni e oggetti, a testimoniare i vari spostamenti dell’artista tra Berlino, Parigi e il Canton Ticino, documentando anche la sua




attività nel campo del design (porcellane e ceramiche realizzate per le manifatture Hutschenreuther e Rosenthal), della grafica (xilografie e litografie realizzate negli Anni ’40) fino all’ultimo ventennio vissuto in Italia, a Pompeiana, piccolo comune della Riviera Ligure dove si era stabilito, come tanti altri prima di lui, basti pensare al soggiorno di Monet a Bordighera, attratto dalla luce e dalla bellezza del paesaggio.

Per una maggiore comprensione della complessità didattica del Bauhaus, la mostra è supportata da una rassegna fotografica con 50 fotografie originali di molti artisti Bauhaus ( Moholy-Nagy, Lucia Moholy, Florance Henri, Walter Peterhans, Lux Feininger, Piet Zwart, Franz Roh, Greta Stern,… e naturalmente Hofmann ). Questo ulteriore contributo mette in luce, come tra le due Guerre, sia nata in Europa e in particolare in Germania, l’esigenza di definire la fotografia come un elemento autonomo, sia come fatto espressivo rispetto alla pittura, sia rispetto a un uso descrittivo e documentaristico del mezzo fotografico.

Gli artisti del Bauhaus svolgono un’intensa sperimentazione in questo settore, Laszlo Moholy-Nagy è il precursore e figura chiave di questa nuova ricerca. Elaborano l’immagine fotografica, creando prospettive inusuali, tagli insoliti; con riprese estremamente ravvicinate ci restituiscono un’interpretazione del mondo circostante, della vita quotidiana che determina l’affermarsi di nuovi codici formali nell’ambito dei linguaggi artistici.

Anche Hofmann aderisce a questa sperimentazione, ottenendo risultati importanti, come testimoniano alcune sue foto esposte.


La mostra è divisa sostanzialmente in cinque sezioni ed è composta da circa quattrocento opere tra dipinti, disegni, fotografie, ceramiche, oggetti, lettere e documenti provenienti da diversi Musei europei, da collezioni pubbliche e private nazionali e internazionali e dallo studio dell’Artista.

Alcuni di questi lavori erano andati dispersi a causa della vicenda personale di Hofmann e degli avvenimenti politici nella Germania del dopoguerra e vengono riuniti per la prima volta dopo il loro ritrovamento, avvenuto in tempi recenti, a seguito della caduta del Muro. Tra i documenti esposti sono da segnalare i quaderni di studio illustrati dall’Artista durante le lezioni di Klee e Kandinsky, tenute al Bauhaus dal 1928 al 1930 e alcune pubblicazioni d’epoca che contestualizzano l’opera di Otto Hofmann nel suo tempo.


Nel corso di questi ultimi anni, anche a seguito del sempre maggiore interesse della critica e del pubblico internazionale per l’esperienza del Bauhaus e per i suoi esponenti, sono state dedicate ad Otto Hofmann numerose mostre personali in diversi Paesi europei, che consentono una migliore e più approfondita lettura del suo ruolo e del suo linguaggio così emblematico di una ben determinata poetica dell’astrazione






La mostra è stata presentata con una selezione di 80 opere nel 2007 a Jena presso il Kunstsammlung und Galerie im Stadtmuseum / Städtische Museen, e nel 2008 a Dessau nelle case dei maestri Klee e Kandinsky progettate da Gropius.

Promossa dalla Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, è curata da Giovanni Battista Martini.

Un ricco catalogo di Electa Edizioni contiene le riproduzioni di gran parte delle opere in mostra, apparati bio-bibliografici, una introduzione dello stesso Martini, testi critici di Fulvio Cervini - Università di Firenze; Matteo Fochessati - Conservatore della Wolfsoniana di Genova; Markus Krause - Storico dell’Arte; Lutz Schöbe - Conservatore della Stiftung Bauhaus di Dessau; Erik Stephan - Conservatore del Kunstsammlung und Galerie im Stadtmuseum-Städtische Museen di Jena.

Note biografiche



Otto Hofmann nasce il 28 aprile 1907 a Essen, nella Ruhr. Trascorre l’infanzia e la giovinezza a Jena, in Turingia, non lontano dalla città di Weimar. Il padre lavora nella fabbrica della Zeiss, mentre la madre, che è giornalista, scrive per una testata socialdemocratica. A seguito dell’inflazione causata dalla Prima Guerra Mondiale le risorse finanziarie della famiglia si riducono considerevolmente, impedendo per alcuni anni al giovani Hofmann di dedicarsi alla pittura, com’era suo desiderio. Si iscrive quindi alla scuola di architettura di Stoccarda. Verso la metà degli anni Venti incontra e frequenta assiduamente Walter Dexel, artista visivo multimediale che – dal 1916 al 1928 – è anche direttore del Kunstverein di Jena. La conoscenza di Dexel e il suo incoraggiamento sono determinanti per Hofmann, che indirizza definitivamente i suoi interessi verso le arti figurative. Hofmann viene introdotto da Dexel nell’ambiente del Bauhaus e si reca più volte a visitare l’istituto di Dessau.

Nel 1930 tiene la prima mostra personale all’interno del Bauhaus e partecipa alla collettiva Gruppe Junger Maler vom Bauhaus Dessau (Gruppo giovani pittori del Bauhaus di Dessau) al Kunstverein di Jena. Collabora a diverse attività del Bauhaus, sperimentando varie tecniche, dalla fotografia al fotocollage e collabora alla realizzazione di diversi progetti della città di Dessau.

A partire dal marzo 1931 tiene importanti esposizioni pubbliche a Berlino, prima che la ferrea censura Nazista gli notificasse il divieto di dipingere e che i suoi quadri, precedentemente acquistati da diversi musei tedeschi, venissero confiscati come Arte Degenerata.

Nel 1933, in seguito al definitivo avvento al potere del Nazismo, Otto Hofmann fugge in Svizzera dove, a Zurigo, incontra Hans Harp e altri esponenti del gruppo Dada zurighese.

Costretto a rientrare a Berlino per motivi famigliari nel 1935, lavora per la Manifattura statale della porcellana; a Berlino intrattiene rapporti con antinazisti e frequenta l’ambiente che gravita attorno al teologo antinazista Dietrich Bonhoeffer.

Il timore per l’incolumità della moglie, di origine ebraica, costringe la coppia a ritirarsi nel 1938 in Turingia, nel piccolo paese di Hainichen, vicino a Dornburg, dove l’artista continua a lavorare la ceramica.

Nel 1939 viene arruolato nelle truppe della Wehrmacht e inviato dapprima in Francia, poi in Grecia e infine in Russia dove, fatto prigioniero, viene tenuto fino al 1946. In questi lunghi anni invia alla moglie e ad alcuni amici artisti, numerose lettere che illustra con disegni e acquerelli di intensa e struggente bellezza che rappresentano sia i luoghi di prigionia,





testimonianza della sua intima estraneità alla guerra e dell’orrore provato durante il conflitto, che i temi astratti più propriamente legati alla sua poetica.

Liberato dalla prigionia, nell’agosto 1946, ritorna in Turingia a Rudolstadt, dove riprende la sua attività pittorica e grazie alla sua esperienza di disegnatore e di architetto lavora, insieme alla moglie, alla salvaguardia del patrimonio artistico e architettonico della Regione. Nel corso dello stesso anno vengono organizzate le sue prime mostre personali dopo la liberazione: alla Galerie Gerd Rosen di Berlino ed all’Angermuseum di Erfurt. Si dedica, inoltre, alla xilografia pubblicando nel 1948 un album dal titolo Variationen e nel 1949 un altro dal titolo Von einer Insel.

Nel 1950 crescenti divergenze di ordine politico con la classe dirigente, conseguenti a nuove limitazioni alla sua attività artistica, costringono Hofmann a lasciare precipitosamente - assieme alla moglie - la Germania Orientale, abbandonandovi ogni avere e la quasi totalità delle sue opere. Si stabilisce a Berlino Ovest dove apre un suo Atelier.

Tra il 1953 - 1965 vive e lavora a Parigi dove frequenta numerosi artisti tra cui Magnelli, Seuphor e Giacometti. alla Galerie Gerd Rosen di Berlino ed all’Angermuseum di Erfurt. Si dedica, inoltre, alla xilografia pubblicando nel 1948 un album dal titolo Variationen e nel 1949 un altro dal titolo Von einer Insel.

Nel 1950 crescenti divergenze di ordine politico con la classe dirigente, conseguenti a nuove limitazioni alla sua attività artistica, costringono Hofmann a lasciare precipitosamente - assieme alla moglie - la Germania Orientale, abbandonandovi ogni avere e la quasi totalità delle sue opere. Si stabilisce a Berlino Ovest dove apre un suo Atelier.

Tra il 1953 - 1965 vive e lavora a Parigi dove frequenta numerosi artisti tra cui Magnelli, Seuphor e Giacometti. Hutschenreuther, mentre disegna le decorazioni per molte delle creazioni in porcellana prodotte dalla Rosenthal. A partire dal 1976 Otto Hofmann vive e lavora principalmente in Italia, nel piccolo e caratteristico borgo ligure di Pompeiana che diviene la sua residenza preferita fino alla morte nel 1996.

Aspetti della fotografia al Bauhaus di Dessau



I diversi approcci, politici, estetici, psicologici,o percettivi, che caratterizzano la ricerca fotografica tra le due guerre, mettono in evidenza un unico punto di partenza: l’esigenza di definire l’autonomia della fotografia sia come fatto espressivo rispetto alla pittura sia rispetto a un uso descrittivo e documentaristico del mezzo fotografico.

Gli anni Venti in Europa segnano la presa di coscienza della possibilità di usare l’immagine fotografica per “produrre” e non solamente”riprodurre” la realtà. In questo modo la fotografia può contenere al suo interno una paradossale fusione di “concreto”dato dalla intrinseca funzione riproduttiva-e “intangibile”- dovuto alla realtà di luce di cui è fatta.

La consapevolezza di questa autonomia creativa ha permesso alla fotografia di confrontarsi alla pari con gli stessi temi di cui si stavano contemporaneamente occupando le avanguardie artistiche: l’adesione alla modernità, la geometrizzazione delle forme, l’astrazione, la resa dello spazio urbano, la valenza sociale dell’arte, il rapporto spazio-tempo, la funzione conoscitive del mezzo artistico.

In Europa i luoghi dove si svolgono queste ricerche sono essenzialmente due: la Germania, aperta anche a contatti con la fotografia sovietica, e Parigi.

Le grandi mostre tedesche e la diffusione delle riviste illustrate sono i canali attraverso cui le diverse correnti della ricerca fotografica si rivolgono al grande pubblico e, al tempo stesso, costituiscono il terreno per reciproche influenze tra Germania, Francia e America.

In Germania la figura chiave della fotografia tra le due guerre è senza dubbio Laszlo Moholy-Nagy che a Dessau continua, con rigoroso processo metodologico, la ricerca sulla fotografia già iniziata a Berlino nel clima del Dadaismo. Al Bauhaus compie esperimenti e scrive testi teorici nei quali esprime molte volte la convinzione di una stretta connessione tra l’arte moderna e la fotografia, specialmente nel libro “Malerei, Photografie, Film” pubblicato nel 1925 nella collana Bauhausbücher, che era stata curata dallo stesso Moholy-Nagy e da Gropius.

In questo periodo la sperimentazione fotografica al Bauhaus riceve un grande impulso e la spinta viene proprio da Laszlo Moholy-Nagi e da sua moglie Lucia, validissima collaboratrice non solo da un punto di vista tecnico ma anche creativo. Vengono così condotti studi sulla struttura formale, realizzati fotogrammi di oggetti in movimento, fotomontaggi, fotografie ai raggi Roëtgen, studiati nuovi tagli e nuove inquadrature.

L’interesse suscitato dalle scoperte di Laszlo e Lucia è tale, sia all’interno sia all’esterno del Bauhaus, che molti artisti si dedicano alla sperimentazione con il mezzo fotografico e, confrontando i risultati ottenuti ed apportando personalissimi contributi creativi, influiscono in modo notevole sull’attività pratica della figurazione. E questo nonostante la fotografia non sia ancora stata introdotta ufficialmente nei programmi d’insegnamento ( lo sarà soltanto nel 1929 con la creazione di una cattedra assegnata a Peterhans ).

Artisti come Herbert Bayer, Theo Ballmer, Eugene Batz, Florence Henri, Hannes Meyer, Lucia Moholy, Walter Peterhans, Xanti Schawinsky, Greta Stern, Lux Feininger, Walter Funkat, Erich Consemuller, Albert Braun ed altri ottengono, all’interno e poi al di fuori del Bauhaus, risultati sorprendenti nell’elaborazione dell’immagine fotografica.

L’entusiasmo per la tecnologia moderna e l’utilizzazione molto diversificata delle possibilità tecniche del processo fotografico porta ad interpretare l’ambiente circostante attraverso prospettive inusuali, con riprese estremamente ravvicinate, con tagli particolari, con la costruzione, in pratica, di punti di osservazione completamente nuovi e rivoluzionari. Gli oggetti della vita quotidiana, fino a quel momento anonimi, di fronte ai nuovi “occhi” si trasformano così radicalmente da diventare spesso modelli di forma ideale.

Questa attitudine a interpretare attraverso la fotografia il mondo circostante, con i suoi paesaggi, uomini, cose, macchine, contro tutte le regole tradizionali della rappresentazione, determina l’affermarsi di nuovi codici formali nell’ambito dei linguaggi artistici, rispondendo alle urgenti necessità di utilizzare un mezzo più veloce e comunicativo che possa esprimere con maggior vigore le istanze delle avanguardie dell’epoca.

Non a caso riviste e giornali, il cui sviluppo sorprendente non ha precedenti nel passato, fanno un uso sempre crescente dell’immagine fotografica.


(testo di Giovanni Battista Martini)
 
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