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arte contemporanea, collettiva BIBLIOTHE' CONTEMPORARY ART GALLERY ​ Via Celsa 4/5 Roma 00186

Roma - dal 29 aprile al 29 maggio 2010

Giovanni Papi - Gradus ad Parnassum

Giovanni Papi - Gradus ad Parnassum
BIBLIOTHE' CONTEMPORARY ART GALLERY
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Proposta espositiva in occasione del Natale di Roma 2010. Riflessioni e Motivazioni di Giovanni Papi
orario: da martedì a sabato 11- 22
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 29 aprile 2010. ore 18,30
curatori: Francesca Petracci
autori: Giovanni Papi
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Mostra di

Giovanni Papi

Gradus ad Parnassum

vie e montagne sacre

a cura di

Francesca Petracci

interventi di

Renato Nicolini - Lorenzo Quilici - Anna Barra


Apertura 29 Aprile - 2010 - ore 18,30

Roma, via Celsa 4/5 (Piazza del Gesù)






Gradus ad Parnassum

Proposta espositiva in occasione del Natale di Roma 2010

Riflessioni e Motivazioni di Giovanni Papi

” ...Ricostruire... significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. Ogni pietra rappresenta il singolare conglomerato d’una volontà, d’una memoria, a volte d’una sfida; ogni edificio sorge sulla pianta d’un sogno.” (Marguerite Yourcenar - Memorie di Adriano - 1951)



Vie sacre e monti sacri

La proposta vuole concettualmente mettere insieme vie orizzontali che portano a luoghi di culto e percorsi ascensionali che evocano montagne sacre e incantate. Spazi dove si rinnovano gesti, preghiere e meditazioni antiche che appartengono alla storia antropologica dell’uomo, luoghi e transiti privilegiati, che inducono al rispetto e al dialogo interreligioso e interculturale.

Gradini e scale che conducevano (nella nostra mitologia occidentale) al Parnaso, montagna abitata dalla grande madre e poi dalle muse, ispiratrici di tutte le arti e di Apollo, e che nemmeno le acque del diluvio universale riuscirono a sommergere; o nel mito scivaita dell’India dove la montagna, come asse del mondo, diventa il “Linga di fuoco di Shiva” che non ha né una base né una sommità, perché infinito e attorno al quale ruota l’universo intero. E ancora il monte Calvario che riconduce alla via dolorosa, che da Gerusalemme conduceva al sacro monte, percorsa dal Cristo caricato della Croce. Lo stesso monte biblico del Sinai, palcoscenico del patto tra Dio e il popolo d’Istraele e della ricezione delle Tavole della Legge; l’Olimpo, roccaforte del pantheon ellenico e tangibilità della perfezione... fino al movimento monastico che rifonda la cultura in occidente e che preferisce l’isolamento, l’altitudine e l’asprezza di tanti luoghi...

E le alture, espressione di trascendenza e di elevazione, hanno avuto un ruolo fondamentale nella vita dei profeti e dei fondatori del giudaismo, del cristianesiamo e dell’islamismo, così come nelle altre filosofie religiose.

In tutte le epoche e in tutte le culture la natura stessa, in una lunga serie di itinerari e spazi, è stata resa reverenziale e “sacra” e qui l’uomo è stato chiamato a rivivere i misteri più profondi che lo circondano.

E il profilo della montagna viene “evocato” e ripreso metaforicamente (se non addirittura “ricostruito” sulle stesse acropoli che corrispondono alle parti più elevate della città) nelle forme architettoniche degli edifici di culto: dalle piramidi egizie agli ziggurat precolombiani, dai templi greci a quelli italici e romani, dalle Moschee agli edifici sacri hindu dell’India, dalle cattedrali medievali, alle cupole rinascimentali...

Dal Giappone alla Cina, dal Tibet all’India, dall’Arabia alla Palestina, a tutto il Vicino Oriente... alle Americhe... vie e monti sacri sono simboli dell’ascesi, della riflessione, della ricerca interiore, della tensione verso valori assoluti, dell’aspirazione alla saggezza... e in particolare il simbolo della montagna, in cui la divinità privilegia e sceglie di manifestarsi (accomunando così la tradizione monoteista, politeista e mitologica) esemplifica il distacco dell’uomo dalle sue passioni terrene, rinnovando l’alleanza divina, e rinverdisce il dialogo e il confronto primordiale con la maestà terrificante della natura stessa.





Il luogo sacro dell’infanzia

E la natura dei luoghi che mi hanno visto venire al mondo erano costellati da “vie e montagne sacre” (appena fuori dalla cinta aureliana dei sette colli) dove ri-leggevo con gli occhi di bambino la storia millenaria e religiosa di quel luogo ricco di fonti simboliche, fisiche e spirituali: il culto delle acque (ovunque e sempre presente) delle divinità etrusco-latine legate all’agricoltura, alle messi e alle sorgenti; i resti di amene e lussureggianti ville con templi dedicati alle divinità del pantheon romano; il simbolo del martirio cristiano “dell’apostolo delle genti” di cultura ebraica, e i primi padri armeni, uomini provenienti dal medio oriente e da Costantinopoli; le comunità monastiche che precorrono la regola di San Benedetto, i capitoli spogli dell’estetica cistercense di Bernardo di Chiaravalle, fino allo stupefacente impianto del tempio rifondato nel ‘600 dall’architetto che apre al Barocco e dedicato al “leone di Dio”...

E questa valle era delimitata al mio orizzonte da montagne insuperabili che proteggevano la santità dei luoghi: guardiani giganti che accoglievano e seguivano i passi delle mie scoperte e scorribande... e quel luogo, fonte inesauribile di spirito e di rivelazioni infantili, sembrava appoggiato a quello che doveva essere il suo esatto e preciso contorno naturalistico: quasi un ideale hortus conclusus.

Quei miei primi passi hanno attraversato quelle vie, le vie dell’acqua (della trasparenza) dalle aquae salviae alle tres fontes.

Le vie spirituali: dalla religio arcaica e romana a quella paleocristiana, dall’eremitaggio dei primi monaci alla forma cenobitica, dalla civiltà medievale del cenacolo alla vita monastica di clausura: “ora et labora” con l’esortazione al silenzio: il silenzio della meditazione e della montagna.

E i miei piedi poggiavano su tratti di strada basolata romana che conducevano ai rinnovati luoghi di culto e camminavo spesso tra varie fioriture cosparse fra quei basoli e tessute dalle vestali materne della comunità, quindi anche dalle mani di mia madre, durante le numerose processioni rituali e liturgiche.

E l’atto di cospargere la terra e le vie di culto di varie coloriture di fiori è e rimane un gesto antico che si potrae dal tempo dei tempi e che giunge fino a noi con le “infiorate” di tutte le manifestazioni religiose e di tante ricorrenze.

La strada

La strada, metafora della vita umana dalle innumerevoli valenze simboliche, dai brevi segmenti che racchiudono il mondo degli affetti primordiali e delle prime esperienze, fino al labirinto di vie cittadine, groviglio psicologico intriso di paure, di inquietudini e di incertezze, fino ancora alla “retta via” che dischiude meraviglie paesaggistiche e spirituali, scoprendo orizzonti infiniti: incantevoli e sublimi.

La grande Roma si è appropriata del simbolo e lo ha reso reale, tangibile, solcando il mondo con i suoi tracciati rettilinei, con la precisione di un enorme mosaico raggiungendo un oltre che non era mai un confine... svelando luoghi avvolti dal mito e dal mistero. Opera scultorea monumentale e orizzontale con i suoi lastricati di basoli regolari, che irradiandosi dal centro sacro della città, dal miliarium aureum, misurava le infinite miglia che la separavano dal resto del mondo allora conosciuto: la via Egnazia che arrivava a Costantinopoli, la Domizia che giungeva in Spagna, la Augusta che collegava la costa della Spagna all’Africa del nord, fino ad Alessandria d’Egitto...

Su di esse ha camminato il mondo e l’inconoscibile consentendo innumerevoli contaminazioni culturali e l’incontro-scontro tra civiltà, estendendo sì il dominio della città eterna, ma anche strumento attraverso il quale intere popolazioni sono state chiamate alla Storia.

Il sistema viario, estremo simbolo della potenza romana, rinnova il tessuto che mantiene in contatto genti lontane e diverse e ha finito per formare le arterie di quella koinè culturale che ha gettato le basi dell’universalità romana.

Sulle strade di Roma tutto è avvenuto: tutto si è concluso: tutto è ricominciato. La quasi totalità dei grandi personaggi del mondo antico: letterati, filosofi, magistrati, governatori, papi, martiri santi, profeti, imperatori erano giunti all’ umbilicus romae da terre lontane percorrendo quelle strade e fu Adriano, spagnolo, che legando ROMA al suo rovescio AMOR ha concepito per primo l’eternità della città cementando per sempre questa sua visione in un unico luogo di culto da lui stesso progettato: il tempio speculare di Venere e Roma: la dea dell’amore messa all’ingresso della via Sacra al Forum Romanum.

E dalla via sacra del Palatino, allineata a filo d’orizzonte a quella più arcaica dei progenitori latini su monte Albano, si sono irradiate tutte le altre strade sulle quali riusciamo ancora a sentire il rombo cadenzato del passo delle legioni, immaginare cortei trionfali e regali, vedere contadini con la falce sulle spalle, seguire fughe di messaggeri a cavallo, osservare silenziose passeggiate di filosofi, ascoltare prediche di religiosi... guardare un bambino che stropiccia delicati fiori su quelle possenti pietre da giganti...

Tutto è accaduto su quelle pietre, tutto ha lasciato un segno, come petali di rose rimasti fra i basoli, sparsi dalla leggiadria di Venere misericordiosa, e che nemmeno il vento di tanti infiniti tempi è riuscito a soffiare via.









Proposta Espositiva



Via sacra

La proposta estetica prende in considerazione, concettualmente, il tratto della via sacra al foro romano (dall’arco di Tito a quello di settimio Severo a ridosso dell’umbilicus urbis e del miliarium aureum) ri-lastricandola, per i tratti mancanti, con basoli trasparenti della stessa dimensione, con inclusioni di petali di rose di diverse coloriture.

Più concretamente nello spazio della Bibliothè verrà presentato un trittico di basoli trasparenti con inclusioni che privilegiano il color rosso-porpora, aventi alla base una sottile superficie di piombo semi-riflettente. Appesi a parete come elementi scultorei a sè stanti, che per il loro profilo evocano piccole montagne in fiore.

Il color rosso-porpora è il colore caro agli dei, ai romani di tutte le epoche, alla Chiesa e alla città stessa. La scelta del tipo di fiore viene dal legame stesso che la rosa ha avuto nella storia con la dea Venere, la dea dell’amore e dalla presenza del tempio dedicato alla divinità all’ingresso della via sacra romana. Inoltre il bocciolo veniva anche dissolto in petali e fatto piovere sui sontuosi banchetti romani; ricordiamo anche il detto “il pane e le rose” a significare il sostentamento materiale e spirituale dell’uomo. E così come “tutte le strade portano a Roma”, non esiste una rosa senza spine, spine piantate sul percorso della nostra civiltà, e d’altronde, rimandando alla rosa mistica dell’hortus conclusus, non è un mistero che la rosa del Paradiso terrestre sia l’unica rosa cresciuta senza spine fino al peccato originale...











 
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