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arte contemporanea, collettiva COMPLESSO DEL VITTORIANO ​ Via Di San Pietro In Carcere Roma 00186

Roma - dal 10 settembre al 10 ottobre 2010

Mikel Gjokaj - Terre e cielo

Mikel Gjokaj - Terre e cielo
Mikel Gjokaj, Orizzonte rosso, olio su tela, cm 100x90, 1985
 [Vedi la foto originale]
COMPLESSO DEL VITTORIANO
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Via Di San Pietro In Carcere (00186)
+39 066780664 , + 39 068715111
www.ilvittoriano.com
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E' la prima retrospettiva italiana dedicata al maestro Mikel Gjokaj, nato in Kosovo nel 1946 e residente a Roma dal 1975, che vuole far conoscere l’universo pittorico dell’artista attraverso oltre cento opere tra dipinti ad olio, disegni, acquerelli, tecniche miste ed incisioni realizzate negli ultimi trentacinque anni.
orario: tutti i giorni 9.30 –19.30
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 10 settembre 2010. ore 18
catalogo: in mostra, testo di Enzo Bilardello.
editore: SKIRA
ufficio stampa: COMUNICAREORGANIZZANDO
curatori: Carlo Ciccarelli
autori: Mikel Gjokaj
patrocini: del Consiglio Regionale del Lazio, della Provincia di Roma - Assessorato alle Politiche culturali, del Comune di Roma – Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione
note: Organizzazione generale e realizzazione: COMUNICARE ORGANIZZANDO
genere: arte contemporanea, personale, disegno e grafica
web: www.ulissegallery.com/

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comunicato stampa
La mostra “Mikel Gjokaj. Terre e cielo”, ospitata al Complesso del Vittoriano dall’11 settembre al 10 ottobre 2010, è la prima retrospettiva italiana dedicata al maestro Mikel Gjokaj, nato in Kosovo nel 1946 e residente a Roma dal 1975, che vuole far conoscere l’universo pittorico dell’artista attraverso oltre cento opere tra dipinti ad olio, disegni, acquerelli, tecniche miste ed incisioni realizzate negli ultimi trentacinque anni.
Come scrive Enzo Bilardello “sono stato alcune volte nella casa studio di Gjokaj e, da subito, ho percepito che lì Roma non c’è. Da qualsiasi parte si guardi, si vede terra, coltivata e no, si vede cielo, si vedono alberi e sparsi casali, ma la nozione di trovarsi a Roma non perviene agli occhi e neppure se ne ha la sensazione. Mi sono domandato se, oscuramente, Gjokaj non abbia riprodotto il suo mondo d’origine, pur in condizioni decisamente migliori e prospere. Un mondo le cui coordinate sono tre: la terra, il cielo, e la continua ierogamia operata dall’arte. Il marinaio Colombo aveva la necessità di porre l’argine alla distesa d’acqua sempre uguale, il terricolo Gjokaj, anche nel luogo più sedimentato di storia e arte, ha potuto trovare un angolo che replica gli orizzonti delle sue origini: terra e cielo.”

La mostra, che si avvale del Patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, della Provincia di Roma - Assessorato alle Politiche culturali, del Comune di Roma – Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, ed è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando, è a cura di Carlo Ciccarelli e sarà inaugurata venerdì 10 settembre alle ore 18.00 presso il Complesso del Vittoriano.

Mikel Gjokaj nasce l’11 novembre 1946 a Krusheve, un piccolo villaggio del Kosovo, tra i più colpiti dall’esercito serbo nel 1999; frequenta la scuola superiore di Belle Arti di Pristina negli anni accademici 1968-1970 e la Facoltà di Belle Arti, sezione di pittura e incisione presso l’Università di Belgrado, negli anni 1970-1974; in quello stesso anno consegue la qualifica accademica superiore e si laurea in Pittura. Nell’ottobre 1975 giunge a Roma dove vive, lavora e vi ha acquisito la cittadinanza.

La mostra
Nel Kosovo, ombelico dei Balcani, la luce che si accende nei cieli è una luce rosa che con il passare delle ore si fa sempre più rossa e violenta fino a diventare blu cobalto, viola, violetto scuro. Qui ha inizio l’Oriente e Mikel Gjokaj non ha mai dimenticato nei suoi paesaggi evocativi, i colori e i cieli della sua terra. Gjokai è nato all’interno, in un mondo contadino, e quando ha cercato altri orizzonti, un futuro, si è diretto verso Belgrado, ancora più addentro nel cuore dei Balcani. Che cosa sogna un giovane kossovaro, cresciuto in una campagna attestata ai tempi d’Omero, con i suoi riti, i paesaggi immobili, la convivenza di etnie cementate dai ritmi del lavoro nei campi, proiettato all’Accademia di Belgrado? Diventare pittore. Una cosa l’Accademia di Belgrado gli deve avere inculcato come un codice genetico: lo studio delle proprietà di ogni singolo colore, di ogni singola marca, con tutte le gamme e sfumature, la possibilità di mischiarlo o no con altri colori, la sua durata, trasparenza, densità e persino effetto psichico su chi guarda.
La mostra al Vittoriano ripercorre l’intera attività artistica del maestro. Gli anni ’70 sono caratterizzati dalla dominanza della cultura e dell’impostazione dell’est europeo: cultura plumbea, seria, problematica che si travasa in pittura con la scelta di colori densi, risonanze opache, un pessimismo che fa da basso continuo all’invenzione della forma. “Perché un dipinto del 1977 è stato intitolato Enigma? Probabilmente perché la fascia centrale, costituita da una macchia di vegetazione, compressa tra un primo piano di terra e foglie raffigurate in modo speditivo, a chiazze, e da un cielo divisionista, non si decifra. Si sa che è natura, si sa che è paesaggio, ma come riferimento naturalistico si sfalda sotto i nostri occhi, si nega ad ogni approccio identificativo e lascia spazio solo ad effetti generali che colpiscono la rétina e la sensibilità ai colori di chi guarda. Alla fine la natura appare un pretesto, a prevalere è la grande varietà dei colori, varietà tenuta sotto controllo da una gamma parsimoniosa. L’enigma è forse una natura che si trasforma in pittura con quel cielo contesto di fitte pennellate viola che s’intersecano, a contrasto con il terreno più omogeneamente ocra e verde. E’ quasi un dipinto astratto legato per la coda ad un referente naturalistico.” (E. Bilardello).
I paesaggi di Gjokaj sono costruiti da densa materia pittorica, infinite varianti di blu – Prussia, oltremare, cobalto – e poi rosso cadmio, verde cobalto, azzurrino che trascolora in un viola più corposo. A cominciare dagli anni ‘80, la tavolozza di Giokaj si arricchisce di colori più baldanzosi e disposti con un senso drammatico del contrasto, della sorpresa, della dialettica serrata. Si tratta sempre di paesaggi, ché il pittore è essenzialmente, quasi prescrittivamente, pittore della natura che sviscera a tutte le stagioni e in tutte le condizioni di luce. Negli ultimi quindici anni la poetica di Gjokaj si definisce una volta per tutte, la tavolozza si fa più luminosa, i colori si fanno delicati come acquarelli.
“Che metamorfosi ha subito Gjokaj nei 35 anni di soggiorno romano? La sua tempra di paesaggista si è evoluta ed affinata: la messa a fuoco un tempo orientata su un ristretto lembo di natura, quasi un sacro pomerio, lavorato con colori densi, gravi e quasi estratti con pena, si è dipanato in larghi orizzonti nei quali la natura si esprime con brio, effervescenza, forza di colori che approdano alla violenza. Spesso, in primo piano si dispone un intrico o un tappeto volante di foglie di eucalipto, quasi un volo d’ali elegante, propenso a smaterializzarsi. Alla distanza intermedia, terra e cielo si alternano come se volessero risolversi astrattamente in campiture araldiche. Le misure dei dipinti non hanno importanza, la struttura è sempre monumentale, panoramica anche nel piccolo formato. La divisione per fasce orizzontali ha la funzione di neutralizzare il referente naturalistico, sia esso siepe, campo, caseggiato, risolvendolo nei suoi componenti cromatici… Alla fine, opera dopo opera emerge con chiarezza un universo leopardiano, panico, totalizzante, indifferente alla nostra vicenda personale, con piccoli residui d’idillio, di sogno, di elegia: Titire, tu patulae recubans sub tegmine fagi… La miglior condizione per apprezzare i dipinti di Gjokaj sarebbe presso il suo studio, ritrovarsi dispersi nel verde della campagna romana, in una piccola radura pervenutaci dall’età dell’oro.” (E. Bilardello).
 
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