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ENDLESS SUMMER: il contemporaneo irrompe al Magazzino del Sale di Cervia
Mostre
Ha inaugurato il 13 maggio ENDLESS SUMMER, il progetto espositivo che il collettivo MAGMA ripropone dopo il successo della prima edizione. Più che una semplice mostra collettiva, l’evento si presenta come un grande banchetto artistico capace di riunire pratiche, linguaggi e sensibilità differenti all’interno della suggestiva cornice del Magazzino del Sale di Cervia.
Per questa edizione il collettivo, guidato dai direttori artistici Gioele Melandri e Alex Montanaro, ha scelto di affidare la selezione degli artisti a tre realtà curatoriali indipendenti: Gelateria Sogni di Ghiaccio (Bologna), Toast Project (Firenze) e Fertile (Brescia). Si tratta di una decisione che rivendica una visione aperta della curatela, allontanandosi dall’autoreferenzialità per lasciare spazio a un dialogo spontaneo tra le opere. Il risultato è un percorso che funziona come una vera e propria jam session: nessuna gerarchia evidente, nessun tracciato imposto, nessuna competizione. In una città che durante la bella stagione viene associata quasi esclusivamente al turismo balneare, con ENDLESS SUMMER MAGMA apre una preziosa breccia dedicata al contemporaneo, trasformando l’hangar cervese in un presidio interamente votato alla ricerca visiva.

Per ENDLESS SUMMER più di 50 artisti abitano gli spazi attraverso un allestimento che tesse continui rimandi visivi; le quattro sale ricompongono così una memoria collettiva dell’estate, lontana dalle immagini da cartolina e fatta piuttosto di dettagli, oggetti dimenticati, giornate lente, attese e malinconie. Gli oggetti emergono continuamente, quasi fossero estratti dal cassetto dei ricordi, invitando ad attraversare l’estate non come stagione, ma come condizione mentale: un momento di intensità destinato a dissolversi, capace però di lasciare tracce durature.
Tutti gli ingressi sono aperti, lasciando al fruitore la totale libertà di movimento. Si viene accolti dalla luminaria di Marinella Senatore, Dance first think later (2021), prologo perfetto per una prima sala concepita come la gioviale ricostruzione di una festa di paese. Qui il colore esplode attraverso i coriandoli in Pixelandia (2025) di Eva Marisaldi e nei bagliori accecanti del dipinto I Fuochi (2026) di Martina Cassatella, i cui fasci luminosi filtrano tra le dita o esplodono radiosi nel cielo. A fare da contraltare a questa frenesia subentra l’incarnazione tridimensionale della stanchezza post-festa: Grand Buffet (2024) di Stefania Carlotti. L’opera compie qui un ulteriore slittamento per diventare un non-luogo, una macchina immaginaria capace di agire da collante emotivo, ricordandoci non l’euforia dell’estate, ma la sua profonda capacità di sedimentare segni.

Nella stanza adiacente è il cielo a prendere il sopravvento. Davide Mancini Zanchi presenta 1200 études pour le plus beau ciel du monde (2021), ricoprendo una parete con centinaia di piccoli dipinti azzurri; spruzzando lo spray sulla tela rivolta verso l’alto, l’artista lascia in bianco la silhouette del proprio pollice, sospendendo l’opera tra automatismo industriale e struggente lirismo in un gesto tanto semplice quanto ossessivo. A spezzare questa serialità interviene la maestria di Luigi Ghirri, presente con uno scatto che immortala un placido sentiero boschivo e marittimo. Il contrasto linguistico è netto, ma la sensazione rimane intatta, trasformando un’immagine apparentemente ordinaria nel ricordo tangibile di un luogo in cui, forse, non siamo mai stati.
Avanzando, spunta il piccolo fortino circense di Anna Capolupo, Rune (2024): una pittura dilatata fino a farsi ambiente, dove tre figure femminili abitano uno spazio sospeso tra fiaba e rituale, invitando il pubblico a entrare fisicamente nella narrazione. Poco oltre, le opere smettono di essere entità isolate per comportarsi come elementi di un unico paesaggio. La scultura in resina Caravelle #1 (2023) di Giulia Poppi fluttua come la carcassa di un idrozoo marino, mentre lo sguardo scivola sul dipinto Le rane alle nozze del sole (2021) di Chiara Peruch, dove i residui di una festa assumono la brillantezza di gioielli levigati dal mare. La resina diventa pittura, o forse viceversa, in un ecosistema in cui i frammenti si completano a vicenda.

Anche l’uso del giallo contribuisce a questa narrazione atmosferica, evocando non solo il sole, ma la sabbia rovente e le palpebre abbassate per la troppa luce. Le opere di Paolo Chiasera ed Eleonora Mariani (Quelli che non sono mai venuti (Banane II), 2024) assorbono questa tonalità tramutando piccoli oggetti in dune oniriche, mentre un trittico fotografico di Guido Guidi suggerisce, attraverso le sue serrande abbassate, il silenzioso riposo estivo. Infine, si palesa la presenza umana: dall’afosa periferia percorsa da una figura anonima di Alessandra Giovannoni (Via Salaria #1, 2013) ai corpi classici e sprezzanti di Gabriele Ermini (Il Piano, 2025). Chiudono il cerchio Shafei Xia con The hand of the sea (2025), dove un corpo femminile emerge vulnerabile dall’acqua, e un intimo disegno a penna di Andy Warhol (anni ’50-’60), che fissa il desiderio nella memoria permanente.
Alla fine del percorso, si ha la sensazione che nessuna delle opere parli esplicitamente dell’estate come soggetto dichiarato. È una dimensione che emerge lentamente per accumulo, palesandosi nei colori, nelle pause e nelle relazioni spaziali. L’occhio inciampa continuamente in nuove connessioni: una scultura sembra proseguire dentro un dipinto, una fotografia completa un’atmosfera, un colore attraversa più sale. ENDLESS SUMMER riesce così a raccontare ciò che spesso sfugge alle immagini più sfacciate della bella stagione. Non la vacanza perfetta, ma quelle esperienze minime che ci accomunano: il caldo sulla pelle, il vento che arriva dal mare, una festa al tramonto, il tempo trascorso a non fare nulla. Momenti apparentemente insignificanti che, proprio quando svaniscono, si cristallizzano nei nostri ricordi più duraturi.















