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Da Goethe a David Bowie: un libro raccoglie le storie di tutti i pittori “insospettabili” della storia
Libri ed editoria
Tra le forme più sottili dell’inquietudine moderna vi è forse quella che costringe l’artista a cercarsi altrove, fuori dal linguaggio che lo ha consacrato. È da questa crepa identitaria – da questa necessità quasi fisiologica di trasmigrare da una disciplina all’altra – che nasce Gli Insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita di Mimmo Di Marzio, un volume che evita intelligentemente tanto la catalogazione accademica quanto la curiosità aneddotica da rotocalco culturale. Il libro non è infatti una semplice raccolta di biografie eccentriche dedicate a scrittori, musicisti, attori o statisti prestati alla pittura; è piuttosto un’indagine sul bisogno umano di trasformare l’immagine in rifugio, terapia, confessione e controcanto dell’esistenza.
Sin dalle prime pagine, Di Marzio chiarisce il nucleo della propria ricerca: la pittura come “seconda vita”, come territorio parallelo in cui l’intellettuale o il personaggio pubblico può sottrarsi alle aspettative della propria immagine ufficiale. L’arte visiva non appare mai come un passatempo aristocratico o un vezzo mondano; è quasi sempre un’urgenza psicologica, una fenditura attraverso cui la soggettività tenta di salvarsi.

Il merito principale dell’autore consiste nell’aver evitato due rischi opposti: da una parte la celebrazione superficiale del “vip pittore”, dall’altra il giudizio specialistico che ridurrebbe tutto a una verifica tecnica delle opere. Di Marzio sceglie invece la strada più complessa: raccontare il gesto creativo come sintomo esistenziale. Così Goethe non è semplicemente il poeta che disegnava durante il Grand Tour italiano, ma un uomo in lotta con l’idea stessa di identità artistica; Victor Hugo diventa un precursore involontario dell’astrazione novecentesca; Kafka, con i suoi scarabocchi, prolunga nel segno grafico la frammentazione della propria scrittura.
L’impianto del volume si costruisce come una costellazione di ritratti critici. Ogni capitolo possiede autonomia narrativa ma dialoga con gli altri attraverso temi ricorrenti: la depressione, la crisi dell’io pubblico, il bisogno di silenzio, la tensione tra controllo e abbandono, il desiderio di incarnare il pensiero attraverso la materia. In questo senso il libro assume quasi una struttura psicoanalitica. La pittura non compare mai come alternativa alla scrittura o alla musica, bensì come il loro doppio inconscio.
Particolarmente intenso è il capitolo dedicato a Hermann Hesse, dove l’acquerello diventa una pratica terapeutica necessaria a sopravvivere alle proprie fratture interiori. Le pagine in cui l’autore descrive Hesse davanti ai paesaggi ticinesi, intento a dipingere per non precipitare nell’abisso, sono tra le più riuscite del volume, perché fondono analisi biografica e partecipazione emotiva senza cedere al sentimentalismo.
Colpisce anche la lettura di August Strindberg, presentato non tanto come drammaturgo-pittore, ma come uomo che riversa sulle tele marine tempestose e il proprio caos mentale. Le onde plumbee e i cieli corrosi dalla spatola sembrano anticipare l’informale europeo ma, soprattutto, diventano la geografia di una psiche devastata. Qui Di Marzio dimostra sensibilità nel connettere linguaggio visivo e condizione esistenziale senza forzature teoriche.

Uno degli aspetti più convincenti del libro è la capacità di attraversare epoche e discipline mostrando come il bisogno dell’immagine sia una costante antropologica della creazione. Dal romanticismo di Victor Hugo al surrealismo proteiforme di Jean Cocteau, dai pugili deformati di Giovanni Testori fino ai paesaggi americani di Bob Dylan o ai ritratti espressionisti di David Bowie, il volume suggerisce implicitamente che ogni artista, prima o poi, avverte il desiderio di “toccare” il mondo oltre la parola.
Non tutti i capitoli possiedono la stessa densità critica: alcuni restano più vicini alla divulgazione giornalistica, soprattutto quando affrontano figure contemporanee legate allo star system. Tuttavia, anche in questi casi l’autore evita il tono scandalistico o celebrativo, riportando sempre il lettore a una domanda centrale: perché persone già consacrate dal successo sentono il bisogno di esporsi nuovamente, con vulnerabilità quasi infantile, davanti a una tela?

La risposta emerge lentamente lungo tutto il libro: perché l’arte visiva permette un rapporto diverso con il tempo e con il sé. La scrittura implica costruzione, sintassi, controllo; la pittura concede invece l’immediatezza del gesto, l’errore, la macchia, la regressione. Non è un caso che molti protagonisti del volume — Churchill, Hesse, Kafka, Pasolini — abbiano vissuto il disegno o il colore come una forma di salvezza privata.
Anche sul piano stilistico Di Marzio dimostra equilibrio e maturità. Il linguaggio è accessibile ma mai banalizzante; la scrittura mantiene un andamento narrativo fluido, sostenuto da una documentazione accurata e da una sincera partecipazione umana verso i personaggi trattati. L’autore non giudica mai i suoi “insospettabili”, li osserva con un’empatia critica che comprende come dietro quei disegni, quegli acquerelli o quelle tele spesso imperfette si nasconda qualcosa di più importante della riuscita estetica: il bisogno di restare umani.

Ed è forse qui che il libro raggiunge la sua dimensione più profonda. In un’epoca dominata dalla specializzazione, dalla costruzione algoritmica dell’identità e dall’obbligo della performance permanente, Gli Insospettabili racconta invece il diritto alla deviazione, all’incompletezza, persino all’errore. Questi artisti celebri che dipingono fuori dai codici della consacrazione accademica ricordano che la creatività autentica nasce spesso nei territori marginali dell’esistenza, laddove l’individuo smette di produrre per il consenso e ricomincia a creare per necessità interiore.
Il libro di Mimmo Di Marzio, dunque, non parla soltanto di pittura. Parla della fragilità del genio, della solitudine del successo e della necessità – profondamente umana – di trovare, accanto alla propria voce pubblica, uno spazio segreto in cui continuare a cercarsi.















