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Stefano Cambursano – Opere dagli anni ‘20 agli anni ‘80
mostra personale arte contemporanea
Comunicato stampa
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Biografia – Stefano Cambursano (Chivasso 1904 – Torino 1992)
Stefano Cambursano nasce a Chivasso ( To) il 19 luglio 1904. Il padre era marmista e scultore in marmo, anche se la sua attività era limitata al campo della decorazione. Fu comunque alla scuola del padre che Stefano apprese i primi elementi del disegno e della scultura, mentre la sua predisposizione all’arte venne coltivata e sviluppata nei corsi inferiori e superiori regolarmente seguiti all’Accademia Albertina. Qui l’insegnamento di Luigi Onetti, di Giacomo Grosso, di Cesare Ferro ( che ebbe particolare ascendenza su di lui ) rafforzarono il senso della composizione e soprattutto del colore. Figura, ma soprattutto paesaggio e natura morta sono i soggetti ricorrenti dei suoi dipinti giovanili, presenti in varie mostre delle Associazioni artistiche torinesi ( al 1928, tra l’altro, risale la prima sua comparsa alla Promotrice ).
Gli anni trenta sono caratterizzati dalla ricerca sul paesaggio, in particolare con vedute della città di Pinerolo e dei suoi dintorni. L’attività predominante di Cambursano è stata quella di affreschista che svolse dagli anni venti sino agli anni sessanta soprattutto in Piemonte. I soggetti degli affreschi sono per la maggior parte a tema religioso e rispondono a precise esigenze della committenza.
Si dedicò anche al restauro di pittura su muro, di pittura su tavola o su tela, con la frequentazione di Carlo Cussetti ( 1866-1949) con il quale collaborò per alcuni anni.
Esercitò anche l’attività di insegnante nella scuola media e nelle scuole serali per ambientatori e cartellonisti.
Dal 1974 sino alla sua morte, nello studio di Piazza Vittorio Veneto a Torino, si occupò ancora di restauro di opere antiche, senza mai abbandonare gli approfondimenti sul disegno e la ricerca pittorica.
Mostre
“Pinerolo anni trenta” omaggio a Stefano ( Nello ) Cambursano - 24 febbraio - 17 marzo 1996 con il patrocinio della città di Pinerolo e la collaborazione del Lions Club del pinerolese I quaderni della collezione civica d’arte a cura di Mario Marchiando Pacchiola e testi critici di Francesco De Caria e Donatella Taverna
Testo critico di Antonio Oberti (da Arte italiana nel mondo ed.Celit 1976)
Le sue prime esperienze pittoriche, portate avanti con una elaborazione continua di idee, le dedica al paesaggio, concependo la propria arte nel quadro storico di una realtà aperta ed emozionale. La volontà di rappresentare il più fedelmente possibile l’osservato e il sentito, in ben determinati dipinti, gli permette di ottenere un successo non indifferente e la critica favorevole del compianto Emilio Zanzi, critico sensibile e preparato della “Gazzetta del Popolo”.
Invaghitosi dell’affresco, che ha come sappiamo origini antichissime, consuma mesi ed anni a dipingere piloni con figure di santi e Madonne e ad approfondire i segreti di questa tecnica che conosce ormai a fondo.
I primi affreschi particolarmente impegnati li esegue nella cappella funeraria del commendator Silvino in Casal Noceto presso Tortona, da lui stesso progettata, generando un perfetto equilibrio tra la parte architettonica e la ricerca della bellezza delle figure. E’ una commozione profonda, un arricchimento di ragioni stilistiche che allargano il campo delle sue esperienze spingendolo a continuare con ardore sulla strada intrapresa.
Da allora riambienta decorativamente ed esegue affreschi nella chiesa parrocchiale di Sant’Antonio in Val Cerrina, di Zanco di Villa Deati, in quelle di Murisengo, Cuneo, Busca, Ronchi, Martignana di Po in provincia di Cremona.
Negli affreschi, dunque, si sono arricchite le possibilità sperimentali dell’artista, dovute alla sensibilità pura e individuale degli elementi geometrici che delimitano e strutturano i vari scomparti, racchiudendo le figure. Il segno è chiaro e significativo, di natura intimista, e nel fermento interiore egli sente sempre di più la necessità di dare ai volti quella giustezza di toni, di valore e di misura che appartengono alla sua naturale disponibilità alla meditazione interiore. Questa attitudine “spirituale” e trasognata resta il segno evidente di quella spontaneità di atteggiamenti e di sentimenti che gli uomini sembra abbiano perduto da molto tempo.
L’esperienza acquisita nelle varie tecniche pittoriche e le circostanze, lo hanno portato anche ad eseguire restauri che assorbono ora, si può dire, gran parte del suo tempo. E’ interessante ed istruttivo osservare, appunto in questi lavori da lui eseguiti con totale dedizione e amore, la forza vitale fatta materia erompente dalle tele semirovinate.
Un lavoro lungo e appassionato di rivelazione dei colori e dello stile per riportare alla primitiva bellezza e grazia visioni mitiche e figure dell’Ottocento, angeli e santi rinascimentali o barocchi, ricercando la calibratura plastica dell’immagine e delle architetture, i giochi di luce, la pienezza delle ombre e le sottili armonie delle semiombre. Tutto diventa così un immedesimarsi nell’artista, un impulso che non è soltanto costruttivo ma anche morale nello scoprire con acutezza di intuizione e finezza di accenti cromatici quel mondo lontano nel tempo.
Stefano Cambursano si è dedicato per un determinato periodo anche all’ambientazione, progettando scale, ingressi, cancelli. Ha insegnato per circa diciotto anni stili e storia dell’arte nelle scuole serali per ambientatori e cartellonisti.
Si è parlato, nei suoi paesaggi, del suo concetto di realismo nell’interpretare la realtà. In virtù della sua percezione, come vedutista egli è rimasto sempre fedele a se stesso, a un tono che, specie in determinate tele, inserisce la forma nello spazio facendole assumere una vita e un ritmo proprio. In concomitanza col segno il cromatismo delicato e le pennellate meticolose denunciano immancabilmente la sua finezza d’indagine e la penetrazione psicologica. Nel silenzio le case di paese, le montagne evanescenti, gli alberi, le scritte sui muri dei palazzi, nella immediata realizzazione, si intridono di una singolare poesia che ha tutto il senso del ricordo e della documentazione di visioni scomparse per sempre.
Realtà contrapposta a spiritualità che si ravvisa anche in quegli scorci di giardino dai colori acuti e vibranti e nell’intreccio dei cespugli e degli alberi frondosi tendenti verso l’alto. Essi sono, in effetti, il completamento dei suoi ideali di bellezza pura nascosta in ogni semplice particolare e che gli danno guizzi eccitanti, mentre illuminano tutta la sua vita.
La potenza evocatrice di Stefano Cambursano ci sembra toccare le punte più alte soprattutto nei quadri ad olio dei soggetti religiosi; figure dolenti e crocefissi che sono ricerca dinamica e positiva, un prorompere di quelle soluzioni che verranno poste nelle varie ricerche dell’arte contemporanea. Il colore e il segno e le ombre delimitano o annullano i volti senza residui classicisti o violente emozioni perché tutto è plasticità, rugosità o levigatezza. Soprattutto profondo misticismo.
Testo critico di Francesco De Caria (da i quaderni della collezione civica d’Arte – Pinerolo – mostra curata da M.M.Pacchiola)
Sin dagli anni Venti Cambursano iniziò a praticare anche l’affresco, che non abbandonò sino a tarda età: al 1928 risale la decorazione a fresco - scene tratte dal mondo del lavoro - di una villa di corso Francia, fatta costruire da un industriale ed ora scomparsa. Di quell’ opera restano ora solo i bozzetti e i disegni preparatori. Da queste tracce, comunque, risaltano con chiarezza le qualità del pittore nell’eseguire la figura, solida e sicura anche negli scorci arditi, netta nei contorni e nei volumi, illuminata da una luce che le conferisce quasi una dimensione metafisica, anche se essa è calata nel presente come nella pittura sociale di fine Ottocento, di Morbelli, di Pellizza, per citare nomi noti a tutti. Sono qualità costanti nell’opera a fresco di Cambursano che ne fanno, soprattutto in quei primi tempi, un’opera moderna, al passo coi tempi ( alcune figure si possono situare in certo modo nell’ambito del novecento ), lontana comunque dall’annosa eredità barocca e ottocentesca tanto diffusa nelle decorazioni delle chiese. L’elenco degli interventi di Cambursano come affreschista in chiese e palazzi è lunghissimo. Si cita di solito come prima opera di grande impegno la decorazione della cappella funeraria Silvino a Casal Noceto presso Tortona, cappella progettata anche architettonicamente dall’artista, per poi continuare con Rore di Saluzzo ( anni Trenta ), con le parrocchiali di S.Antonio in Val Cerrina, di Zanco di Villadeati ( 1952 ), di Murisengo, di Busca, con San Rocco di Pinerolo, con l’abside dell’Immacolata, sempre a Pinerolo, ora demolita, con la parrocchia di Ronchi ( Cuneo, 1964 ); l’ultima opera fu eseguita a Martignana di Po ( Cremona ).
I soggetti degli affreschi sono per la stragrande maggioranza religiosi, legati a precisi temi e al gusto del committente.
Tuttavia i dipinti hanno una grande tensione, sono frutto di una profonda partecipazione che si esprime in modo ancor più accentuato negli oli a tema religioso, nei quali la meditazione si fa più intensa e la drammaticità di certe scene, come le Crocifissioni, si trasforma anche in soluzione formale, caratterizzata dalla qualità della superficie, ora aspra ora levigata, e della pennellata, ora descrittiva ora invece sintetica ed espressiva sino all’offuscamento dei tratti dei volti.
L’attività di affreschista si accompagnò sovente a quella di restauratore sia di pittura su muro, sia di pittura su tavola o su tela, sia di stucchi, sia di opere in ferro battuto. In questa attività, che il pittore seguì sino all’ultimo, ebbe un ruolo importante la frequentazione di Carlo Cussetti ( Torino, 1866-1949 ) - formatosi all’Accademia Albertina soprattutto con Enrico Gamba - decoratore, affreschista, arredatore, insomma uno di quegli artigiani-artisti dalla sorprendente versatilità diffusi tra la fine del secolo scorso e gli inizi del nostro secolo ( si ricordino nomi come quelli di Casanova o di De Andrade, per citare i più illustri ). Ai suoi tempi Cussetti era noto anche per i numerosi restauri commissionatigli dalla Casa Reale. Con Cussetti Cambursano collaborò per alcuni anni: di Cussetti e di Cambursano sono alcuni dipinti di Maria Ausiliatrice, appena terminati quando il Cussetti morì. Questa attività richiede una profonda conoscenza sia delle tecniche sia degli stili: è un grande patrimonio che Cambursano elargì ai suoi allievi nella lunga attività di insegnante nella scuola media e soprattutto nei corsi per grafici, ambientatori, cartellonisti.
Abbiamo accennato alla pittura di paesaggio, natura morta, figura, che ha caratterizzato gli esordi di Cambursano. A questa più libera espressione artistica - più libera perché non legata a commissioni - il pittore finì per dedicare solo gli spazi lasciati dalle altre attività di affreschista, di restauratore, di insegnante. Eppure si tratta di una produzione di grande suggestione. La figura, il ritratto in particolare, risente dapprima della plasticità delle figure rappresentate negli affreschi: in effetti troviamo ritratti e autoritratti poi impiegati nella pittura murale. In tempi più recenti, tuttavia, la figura si fa più esile e più sintetica come è evidente nei dipinti i cui soggetti egli riprese alla scuola del nudo che frequentò sino a pochi anni or sono. Anche la natura morta risente dapprima di modi tradizionali che risalgono al Seicento per poi farsi sintetica e attenta più al colore che ai volumi. Ma la pittura di paesaggio è di gran lunga la più praticata da Nello Cambursano. Non si distinguono in essa fasi nettamente distinte: si può ravvisare, al più, un andamento quasi “circolare” per cui, partendo da una pennellata sintetica e materica, il pittore si sofferma, negli anni Trenta, in una fase caratterizzata da maggior descrittività, per poi tornare ad una maggior sintesi, abbandonando, infine, anche la matericità dei primi dipinti. Si tratta di paesaggi in cui è assente la figura e in cui i tagli suggeriscono una sorta di solitudine: tuttavia i colori chiari, mai cupi o tesi, indicano una profonda simpatia - in senso etimologico - con la natura. Soggetto ricorrente della fase maggiormente descrittiva cui abbiamo accennato, sono vedute di Pinerolo, dove egli abitò a lungo, dapprima con i genitori, poi con la propria famiglia. In quelle vedute le piazze e le strade sono allargate nei loro spazi dal taglio basso dell’inquadratura, le ombre si allungano, la luce è abbagliante: ancora un’atmosfera silente, ma senza drammi, più assorta che tesa. Molte vedute di montagna, invece, sono ambientate a Entrèves, località che Cambursano ha frequentato per più di trent’anni.
Agli anni Cinquanta - Sessanta risale una produzione abbastanza limitata di dipinti geometrici, di ispirazione cubista e futurista, traccia di ricerche in campi che tuttavia non praticò.
Testo critico di Donatella Taverna (da i quaderni della collezione civica d’Arte – Pinerolo – mostra curata da M.M.Pacchiola)
La critica non ha mai reso giustizia, forse, a Stefano Cambursano.
Perlomeno, non gli ha mai reso giustizia quella critica che dovrebbe ( non accade di consueto ) seguire passo passo dalle pagine dei quotidiani l’attività degli artisti e le evoluzioni e le trasformazioni della cultura. Quasi tutti, infatti, soffermandosi, con una insistenza che non spiega l’arte, sul carattere schivo e silenzioso e sulle doti morali del pittore, hanno poi letto le sue pitture in funzione soltanto del significato morale oppure del naturalismo, inteso a sua volta come strumento di una edificazione morale.
Ciò si è puntualmente verificato per esempio negli scritti comparsi al momento dell’inaugurazione dell’affresco dedicato a santa Lucia in Martignana di Po, dove il massimo approfondimento è stato un commento sulla luminosità dei colori e sull’aspetto arioso della volta. Certo, abbondano poi, per contro, le espressioni di elogio e di generico plauso all’abilità e alla serietà del pittore.
Ma a questo fato, Stefano Cambursano non si è sottratto del tutto neppure nelle interviste, e men che meno negli articoli di commemorazione.
Forse, questo fenomeno si lega anche alla natura prevalentemente sacra della sua pittura a grandi dimensioni, cosicché più facilmente il critico si induce ad una equazione in cui in sostanza il meglio dell’opera consiste in realtà nella comprensione dei desideri della committenza.
E’ ovvio che Santa Lucia venga rappresentata con colori radiosi e tenui: di essa è stato richiesto un dipinto celebrativo, “in gloria”.
E. Zani scriveva ad esempio nel 1963 ( La Provincia ) “radiosa di mistica santità è la figura della santa, eretta su un cumulo di nubi concrete e vaporose nel contempo …” oppure “profondamente concettuale è l’Angelo che presenta le tavole dei comandamenti, il grande mezzo che portò Lucia a diventare martire e santa”.
Qui l’equivoco appare chiaramente; infatti l’analisi prosegue con un elogio dell’affresco, strumento più felicemente opportuno ( anche perché più tradizionale ) per esprimere talune tematiche.
Per rimuovere tale equivoco, è illuminante la risposta che diede il pittore nel corso di una intervista ( Eco del Chisone, 1985, 12 dic. ) alla domanda “se dovesse dipingere il Natale oggi, come lo configurerebbe ?”; egli disse infatti fra l’altro “…ho cercato di mettere nel quadro unicamente me stesso, in quel momento …”
Zanzi, come ricorda opportunamente Mario Marchiando Pacchiola in uno scritto per la morte del pittore, lo definì nel 1932 “un mistico”. Tale definizione rientra perfettamente nel criterio esegetico di Zanzi, per il quale la scelta di una attività di creazione artistica si assimilava ad una assunzione di voti religiosi. Tuttavia essa non basta ancora una volta a chiarire il vero rapporto dell’artista con la sua opera: utili cenni vengono forniti, forse per la prima volta, proprio da Mario Marchiando Pacchiola nel 1978 ( “Un mistico del paesaggio”, in Cittadini del mondo pag. 58 segg. ), e sottolineati ancora nello scritto del 1992, a proposito dei “…temi del paesaggio soffusi da nitidezze cromatiche” per i quali il critico cita “la calma silente di certi scorci pinerolesi…”
In questa ricerca, sviluppatasi soprattutto negli anni ’30 e ’40, Cambursano appariva sicuramente sollecitato da un certo linguaggio figurativo non lontano dalla pittura metafisica da un lato ( De Chirico, ma anche Carrà o certo Benzi ) e dalla plastica alla maniera di Arturo Martini, con l’estrema semplificazione e sintesi della forma, a favore dell’ampio respiro delle superfici.
L’uso tecnico di questo o di altri linguaggi ( nell’intervista dell’85 citata, il pittore diceva “Vede là, appesi, sono alcuni studi astratti: li ho fatti perché mi sono sentito di farli…” ) il rapporto vero dell’autore con la sua materia, il filo logico e anche di prassi del percorso figurativo emerge nell’insieme dall’indagine critica con una certa fatica. Più volentieri, proprio la componente mistica e religiosa della personalità di Cambursano costituisce elemento centrale della lettura.
In un suo commosso scritto ( 1992 ), Reverdini ricorda il maestro e l’amico in occasione della morte. E dei dati tecnici fa una sorta di falotico sipario dell’infinito: “Infinito che quando con la tua semplicità mi insegnavi prospettiva lampeggiava allucinante, al di là di quell’ineluttabile linea d’orizzonte che costante, passo passo qui ci accompagna, al di là di quell’insostituibile punto principale…”
E altrettanto esplicitamente, Mario Marchiando Pacchiola parla di “serietà e impegno” e poi lo definisce “mistico e profondo per quel suo accostarsi all’arte con grande dignità…” non mancando di alludere alla sua militanza nell’Azione Cattolica.
E’ evidente che tale appartenenza religiosa e culturale ha grande parte nella personalità dell’artista; tuttavia a volte, stabilendo una sorta di simpatia o di comune lunghezza d’onda, accade di sovrapporre in eccesso tale generale apprezzamento sul piano umano e morale alla valutazione stilistica.
Forse l’intervento critico più recente, almeno se si considerano quelli di una qualche ampiezza, è stato nel giugno 1992, ancora in rapporto con la data della morte sebbene non direttamente ( il “ricordo” era comparso in un altro numero del giornale ) sulle pagine del Caval ‘d Brons di Torino.
I due versanti dello studio erano qui, crediamo, sufficientemente chiariti: un lato strettamente storico, opportuno per più riguardi, ma soprattutto in considerazione del fatto che Stefano Cambursano rientra in una, sia pur breve, dinastia di artisti; e un lato che potremmo chiamare filosofico, legato alla necessità interiore da cui l’opera del pittore nasce. Una necessità che del resto nessuno scritto, di nessun genere, potrà mai, se non forse per molte migliaia di pagine, cogliere appieno.
Testo critico di Beppi Zancan (Pinerolo Anni Trenta I dipinti di Cambursano esposti a Palazzo Vittone, da “Torinosette”- marzo 1996
Dopo Ettore G. May, i cui piccoli notturni dai Murazzi del Po sono nella Collezione civica d’arte, e vi splendono come gemme blu, la città di Pinerolo e Mario Marchiando Pacchiola, infaticabile tutore e scout dell’arte, ci riservano, a distanza di qualche anno, un’altra straordinaria sorpresa con questa mostra di piccoli e medi dipinti di Nello Cambursano (1904-1992) che ritraggono vie e piazze, case e ville della Pinerolo Anni Trenta. Una mostra deliziosa, se mai ve ne fu una, che invitiamo ad andare a vedere a Palazzo Vittone di Pinerolo. I paesaggi urbani pinerolesi sono venticinque, tutti piccoli capolavori. Disegno preciso, prospettive accurate, colori “pastello” morbidi e chiari (non chiari, comunque, come appaiono nelle riproduzioni del pur bel “Quaderno” pubblicato), ravvivati da qualche piccolo tocco di rosso di un’insegna, di una pubblicità. Rari passanti, qualche animale, un carrettino, un cavallo, un’automobile. Una poesia che sta a metà tra verismo e metafisica, tra sentimento e astrazione.
E sono tutti belli questi dipinti che rappresentano, in circa dieci anni di permanenza del pittore a Pinerolo, i momenti di arte pura, le parentesi che Cambursano riservava solo a se stesso e alla parte più intima ed artistica di se stesso. Sono, mi dice il figlio Michelangelo (anche lui pittore), circa una cinquantina queste opere straordinarie che un pittore di professione affreschista di chiese e autore di pale d’altare, ritagliò per se stesso, testimoniando così l’autenticità della sua vena artistica. In mostra ne vediamo, dunque, circa la metà : sufficienti, per la loro alta e costante qualità pittorica, a darci un’immagine poetica completa e credibile della Pinerolo di quegli anni. Sono quadri che Pinerolo e la sua Civica collezione dovrebbe assicurarsi in permanenza e sistemare in apposita sala: ne varrebbe la pena e l’amministrazione, spalleggiata dal Lions, dovrebbe, a mio parere, pensarci seriamente. L’intera Collezione di arte moderna e contemporanea, infatti, un po’ arruffata e discontinua, non vale per impatto e coerenza artistica tanto quanto questa serie di dipinti che un animo semplice e sensibile seppe dettare a se stesso, ispirato da una piccola, armoniosa città. Così come Cambursano volle amare Pinerolo, siamo certi che Pinerolo saprà voler bene a queste opere di notevole valore artistico. Tra le più belle “Il caffè Vittoria sul corso Torino”, “Il Foro Boario”, “Ferrovia e case di periferia”, “ La casa del Gallo in piazza Facta”, “Il ponte sul Lemina”, “Piazza Roma”, “Corso Porporato”, “Colle di San Maurizio, verso la Villa Graziosa”.
Vi sono in mostra anche poche opere di genere diverso, che io, sinceramente, non avrei aggiunto a questo nucleo omogeneo di vedute pinerolesi; testimoniano tuttavia la notevole capacità professionale di Cambursano, capace di realizzare un ritratto come un nudo e addirittura una scenetta musicale con una “Jazz band”, ma non costituiscono un nucleo poetico parallelo.
In conclusione: invitiamo i torinesi che amano la pittura fine e ben fatta a compiere il breve viaggio fino a Pinerolo. Si troveranno di fronte a opere così lontane dal gusto d’oggi, gonfio di presunzione, di intellettualismi e finti, interessati atteggiamenti rivoluzionari. Troveranno un artista che non riuscendo ad esprimersi bene con le parole, seppe esprimersi con la pittura, con onestà e sincerità. Le persone non più giovani rivivranno con emozione atmosfere dimenticate.
Pinerolo Anni Trenta I dipinti di Cambursano esposti a Palazzo Vittone, da “Torinosette”- marzo 1996
Stefano Cambursano nasce a Chivasso ( To) il 19 luglio 1904. Il padre era marmista e scultore in marmo, anche se la sua attività era limitata al campo della decorazione. Fu comunque alla scuola del padre che Stefano apprese i primi elementi del disegno e della scultura, mentre la sua predisposizione all’arte venne coltivata e sviluppata nei corsi inferiori e superiori regolarmente seguiti all’Accademia Albertina. Qui l’insegnamento di Luigi Onetti, di Giacomo Grosso, di Cesare Ferro ( che ebbe particolare ascendenza su di lui ) rafforzarono il senso della composizione e soprattutto del colore. Figura, ma soprattutto paesaggio e natura morta sono i soggetti ricorrenti dei suoi dipinti giovanili, presenti in varie mostre delle Associazioni artistiche torinesi ( al 1928, tra l’altro, risale la prima sua comparsa alla Promotrice ).
Gli anni trenta sono caratterizzati dalla ricerca sul paesaggio, in particolare con vedute della città di Pinerolo e dei suoi dintorni. L’attività predominante di Cambursano è stata quella di affreschista che svolse dagli anni venti sino agli anni sessanta soprattutto in Piemonte. I soggetti degli affreschi sono per la maggior parte a tema religioso e rispondono a precise esigenze della committenza.
Si dedicò anche al restauro di pittura su muro, di pittura su tavola o su tela, con la frequentazione di Carlo Cussetti ( 1866-1949) con il quale collaborò per alcuni anni.
Esercitò anche l’attività di insegnante nella scuola media e nelle scuole serali per ambientatori e cartellonisti.
Dal 1974 sino alla sua morte, nello studio di Piazza Vittorio Veneto a Torino, si occupò ancora di restauro di opere antiche, senza mai abbandonare gli approfondimenti sul disegno e la ricerca pittorica.
Mostre
“Pinerolo anni trenta” omaggio a Stefano ( Nello ) Cambursano - 24 febbraio - 17 marzo 1996 con il patrocinio della città di Pinerolo e la collaborazione del Lions Club del pinerolese I quaderni della collezione civica d’arte a cura di Mario Marchiando Pacchiola e testi critici di Francesco De Caria e Donatella Taverna
Testo critico di Antonio Oberti (da Arte italiana nel mondo ed.Celit 1976)
Le sue prime esperienze pittoriche, portate avanti con una elaborazione continua di idee, le dedica al paesaggio, concependo la propria arte nel quadro storico di una realtà aperta ed emozionale. La volontà di rappresentare il più fedelmente possibile l’osservato e il sentito, in ben determinati dipinti, gli permette di ottenere un successo non indifferente e la critica favorevole del compianto Emilio Zanzi, critico sensibile e preparato della “Gazzetta del Popolo”.
Invaghitosi dell’affresco, che ha come sappiamo origini antichissime, consuma mesi ed anni a dipingere piloni con figure di santi e Madonne e ad approfondire i segreti di questa tecnica che conosce ormai a fondo.
I primi affreschi particolarmente impegnati li esegue nella cappella funeraria del commendator Silvino in Casal Noceto presso Tortona, da lui stesso progettata, generando un perfetto equilibrio tra la parte architettonica e la ricerca della bellezza delle figure. E’ una commozione profonda, un arricchimento di ragioni stilistiche che allargano il campo delle sue esperienze spingendolo a continuare con ardore sulla strada intrapresa.
Da allora riambienta decorativamente ed esegue affreschi nella chiesa parrocchiale di Sant’Antonio in Val Cerrina, di Zanco di Villa Deati, in quelle di Murisengo, Cuneo, Busca, Ronchi, Martignana di Po in provincia di Cremona.
Negli affreschi, dunque, si sono arricchite le possibilità sperimentali dell’artista, dovute alla sensibilità pura e individuale degli elementi geometrici che delimitano e strutturano i vari scomparti, racchiudendo le figure. Il segno è chiaro e significativo, di natura intimista, e nel fermento interiore egli sente sempre di più la necessità di dare ai volti quella giustezza di toni, di valore e di misura che appartengono alla sua naturale disponibilità alla meditazione interiore. Questa attitudine “spirituale” e trasognata resta il segno evidente di quella spontaneità di atteggiamenti e di sentimenti che gli uomini sembra abbiano perduto da molto tempo.
L’esperienza acquisita nelle varie tecniche pittoriche e le circostanze, lo hanno portato anche ad eseguire restauri che assorbono ora, si può dire, gran parte del suo tempo. E’ interessante ed istruttivo osservare, appunto in questi lavori da lui eseguiti con totale dedizione e amore, la forza vitale fatta materia erompente dalle tele semirovinate.
Un lavoro lungo e appassionato di rivelazione dei colori e dello stile per riportare alla primitiva bellezza e grazia visioni mitiche e figure dell’Ottocento, angeli e santi rinascimentali o barocchi, ricercando la calibratura plastica dell’immagine e delle architetture, i giochi di luce, la pienezza delle ombre e le sottili armonie delle semiombre. Tutto diventa così un immedesimarsi nell’artista, un impulso che non è soltanto costruttivo ma anche morale nello scoprire con acutezza di intuizione e finezza di accenti cromatici quel mondo lontano nel tempo.
Stefano Cambursano si è dedicato per un determinato periodo anche all’ambientazione, progettando scale, ingressi, cancelli. Ha insegnato per circa diciotto anni stili e storia dell’arte nelle scuole serali per ambientatori e cartellonisti.
Si è parlato, nei suoi paesaggi, del suo concetto di realismo nell’interpretare la realtà. In virtù della sua percezione, come vedutista egli è rimasto sempre fedele a se stesso, a un tono che, specie in determinate tele, inserisce la forma nello spazio facendole assumere una vita e un ritmo proprio. In concomitanza col segno il cromatismo delicato e le pennellate meticolose denunciano immancabilmente la sua finezza d’indagine e la penetrazione psicologica. Nel silenzio le case di paese, le montagne evanescenti, gli alberi, le scritte sui muri dei palazzi, nella immediata realizzazione, si intridono di una singolare poesia che ha tutto il senso del ricordo e della documentazione di visioni scomparse per sempre.
Realtà contrapposta a spiritualità che si ravvisa anche in quegli scorci di giardino dai colori acuti e vibranti e nell’intreccio dei cespugli e degli alberi frondosi tendenti verso l’alto. Essi sono, in effetti, il completamento dei suoi ideali di bellezza pura nascosta in ogni semplice particolare e che gli danno guizzi eccitanti, mentre illuminano tutta la sua vita.
La potenza evocatrice di Stefano Cambursano ci sembra toccare le punte più alte soprattutto nei quadri ad olio dei soggetti religiosi; figure dolenti e crocefissi che sono ricerca dinamica e positiva, un prorompere di quelle soluzioni che verranno poste nelle varie ricerche dell’arte contemporanea. Il colore e il segno e le ombre delimitano o annullano i volti senza residui classicisti o violente emozioni perché tutto è plasticità, rugosità o levigatezza. Soprattutto profondo misticismo.
Testo critico di Francesco De Caria (da i quaderni della collezione civica d’Arte – Pinerolo – mostra curata da M.M.Pacchiola)
Sin dagli anni Venti Cambursano iniziò a praticare anche l’affresco, che non abbandonò sino a tarda età: al 1928 risale la decorazione a fresco - scene tratte dal mondo del lavoro - di una villa di corso Francia, fatta costruire da un industriale ed ora scomparsa. Di quell’ opera restano ora solo i bozzetti e i disegni preparatori. Da queste tracce, comunque, risaltano con chiarezza le qualità del pittore nell’eseguire la figura, solida e sicura anche negli scorci arditi, netta nei contorni e nei volumi, illuminata da una luce che le conferisce quasi una dimensione metafisica, anche se essa è calata nel presente come nella pittura sociale di fine Ottocento, di Morbelli, di Pellizza, per citare nomi noti a tutti. Sono qualità costanti nell’opera a fresco di Cambursano che ne fanno, soprattutto in quei primi tempi, un’opera moderna, al passo coi tempi ( alcune figure si possono situare in certo modo nell’ambito del novecento ), lontana comunque dall’annosa eredità barocca e ottocentesca tanto diffusa nelle decorazioni delle chiese. L’elenco degli interventi di Cambursano come affreschista in chiese e palazzi è lunghissimo. Si cita di solito come prima opera di grande impegno la decorazione della cappella funeraria Silvino a Casal Noceto presso Tortona, cappella progettata anche architettonicamente dall’artista, per poi continuare con Rore di Saluzzo ( anni Trenta ), con le parrocchiali di S.Antonio in Val Cerrina, di Zanco di Villadeati ( 1952 ), di Murisengo, di Busca, con San Rocco di Pinerolo, con l’abside dell’Immacolata, sempre a Pinerolo, ora demolita, con la parrocchia di Ronchi ( Cuneo, 1964 ); l’ultima opera fu eseguita a Martignana di Po ( Cremona ).
I soggetti degli affreschi sono per la stragrande maggioranza religiosi, legati a precisi temi e al gusto del committente.
Tuttavia i dipinti hanno una grande tensione, sono frutto di una profonda partecipazione che si esprime in modo ancor più accentuato negli oli a tema religioso, nei quali la meditazione si fa più intensa e la drammaticità di certe scene, come le Crocifissioni, si trasforma anche in soluzione formale, caratterizzata dalla qualità della superficie, ora aspra ora levigata, e della pennellata, ora descrittiva ora invece sintetica ed espressiva sino all’offuscamento dei tratti dei volti.
L’attività di affreschista si accompagnò sovente a quella di restauratore sia di pittura su muro, sia di pittura su tavola o su tela, sia di stucchi, sia di opere in ferro battuto. In questa attività, che il pittore seguì sino all’ultimo, ebbe un ruolo importante la frequentazione di Carlo Cussetti ( Torino, 1866-1949 ) - formatosi all’Accademia Albertina soprattutto con Enrico Gamba - decoratore, affreschista, arredatore, insomma uno di quegli artigiani-artisti dalla sorprendente versatilità diffusi tra la fine del secolo scorso e gli inizi del nostro secolo ( si ricordino nomi come quelli di Casanova o di De Andrade, per citare i più illustri ). Ai suoi tempi Cussetti era noto anche per i numerosi restauri commissionatigli dalla Casa Reale. Con Cussetti Cambursano collaborò per alcuni anni: di Cussetti e di Cambursano sono alcuni dipinti di Maria Ausiliatrice, appena terminati quando il Cussetti morì. Questa attività richiede una profonda conoscenza sia delle tecniche sia degli stili: è un grande patrimonio che Cambursano elargì ai suoi allievi nella lunga attività di insegnante nella scuola media e soprattutto nei corsi per grafici, ambientatori, cartellonisti.
Abbiamo accennato alla pittura di paesaggio, natura morta, figura, che ha caratterizzato gli esordi di Cambursano. A questa più libera espressione artistica - più libera perché non legata a commissioni - il pittore finì per dedicare solo gli spazi lasciati dalle altre attività di affreschista, di restauratore, di insegnante. Eppure si tratta di una produzione di grande suggestione. La figura, il ritratto in particolare, risente dapprima della plasticità delle figure rappresentate negli affreschi: in effetti troviamo ritratti e autoritratti poi impiegati nella pittura murale. In tempi più recenti, tuttavia, la figura si fa più esile e più sintetica come è evidente nei dipinti i cui soggetti egli riprese alla scuola del nudo che frequentò sino a pochi anni or sono. Anche la natura morta risente dapprima di modi tradizionali che risalgono al Seicento per poi farsi sintetica e attenta più al colore che ai volumi. Ma la pittura di paesaggio è di gran lunga la più praticata da Nello Cambursano. Non si distinguono in essa fasi nettamente distinte: si può ravvisare, al più, un andamento quasi “circolare” per cui, partendo da una pennellata sintetica e materica, il pittore si sofferma, negli anni Trenta, in una fase caratterizzata da maggior descrittività, per poi tornare ad una maggior sintesi, abbandonando, infine, anche la matericità dei primi dipinti. Si tratta di paesaggi in cui è assente la figura e in cui i tagli suggeriscono una sorta di solitudine: tuttavia i colori chiari, mai cupi o tesi, indicano una profonda simpatia - in senso etimologico - con la natura. Soggetto ricorrente della fase maggiormente descrittiva cui abbiamo accennato, sono vedute di Pinerolo, dove egli abitò a lungo, dapprima con i genitori, poi con la propria famiglia. In quelle vedute le piazze e le strade sono allargate nei loro spazi dal taglio basso dell’inquadratura, le ombre si allungano, la luce è abbagliante: ancora un’atmosfera silente, ma senza drammi, più assorta che tesa. Molte vedute di montagna, invece, sono ambientate a Entrèves, località che Cambursano ha frequentato per più di trent’anni.
Agli anni Cinquanta - Sessanta risale una produzione abbastanza limitata di dipinti geometrici, di ispirazione cubista e futurista, traccia di ricerche in campi che tuttavia non praticò.
Testo critico di Donatella Taverna (da i quaderni della collezione civica d’Arte – Pinerolo – mostra curata da M.M.Pacchiola)
La critica non ha mai reso giustizia, forse, a Stefano Cambursano.
Perlomeno, non gli ha mai reso giustizia quella critica che dovrebbe ( non accade di consueto ) seguire passo passo dalle pagine dei quotidiani l’attività degli artisti e le evoluzioni e le trasformazioni della cultura. Quasi tutti, infatti, soffermandosi, con una insistenza che non spiega l’arte, sul carattere schivo e silenzioso e sulle doti morali del pittore, hanno poi letto le sue pitture in funzione soltanto del significato morale oppure del naturalismo, inteso a sua volta come strumento di una edificazione morale.
Ciò si è puntualmente verificato per esempio negli scritti comparsi al momento dell’inaugurazione dell’affresco dedicato a santa Lucia in Martignana di Po, dove il massimo approfondimento è stato un commento sulla luminosità dei colori e sull’aspetto arioso della volta. Certo, abbondano poi, per contro, le espressioni di elogio e di generico plauso all’abilità e alla serietà del pittore.
Ma a questo fato, Stefano Cambursano non si è sottratto del tutto neppure nelle interviste, e men che meno negli articoli di commemorazione.
Forse, questo fenomeno si lega anche alla natura prevalentemente sacra della sua pittura a grandi dimensioni, cosicché più facilmente il critico si induce ad una equazione in cui in sostanza il meglio dell’opera consiste in realtà nella comprensione dei desideri della committenza.
E’ ovvio che Santa Lucia venga rappresentata con colori radiosi e tenui: di essa è stato richiesto un dipinto celebrativo, “in gloria”.
E. Zani scriveva ad esempio nel 1963 ( La Provincia ) “radiosa di mistica santità è la figura della santa, eretta su un cumulo di nubi concrete e vaporose nel contempo …” oppure “profondamente concettuale è l’Angelo che presenta le tavole dei comandamenti, il grande mezzo che portò Lucia a diventare martire e santa”.
Qui l’equivoco appare chiaramente; infatti l’analisi prosegue con un elogio dell’affresco, strumento più felicemente opportuno ( anche perché più tradizionale ) per esprimere talune tematiche.
Per rimuovere tale equivoco, è illuminante la risposta che diede il pittore nel corso di una intervista ( Eco del Chisone, 1985, 12 dic. ) alla domanda “se dovesse dipingere il Natale oggi, come lo configurerebbe ?”; egli disse infatti fra l’altro “…ho cercato di mettere nel quadro unicamente me stesso, in quel momento …”
Zanzi, come ricorda opportunamente Mario Marchiando Pacchiola in uno scritto per la morte del pittore, lo definì nel 1932 “un mistico”. Tale definizione rientra perfettamente nel criterio esegetico di Zanzi, per il quale la scelta di una attività di creazione artistica si assimilava ad una assunzione di voti religiosi. Tuttavia essa non basta ancora una volta a chiarire il vero rapporto dell’artista con la sua opera: utili cenni vengono forniti, forse per la prima volta, proprio da Mario Marchiando Pacchiola nel 1978 ( “Un mistico del paesaggio”, in Cittadini del mondo pag. 58 segg. ), e sottolineati ancora nello scritto del 1992, a proposito dei “…temi del paesaggio soffusi da nitidezze cromatiche” per i quali il critico cita “la calma silente di certi scorci pinerolesi…”
In questa ricerca, sviluppatasi soprattutto negli anni ’30 e ’40, Cambursano appariva sicuramente sollecitato da un certo linguaggio figurativo non lontano dalla pittura metafisica da un lato ( De Chirico, ma anche Carrà o certo Benzi ) e dalla plastica alla maniera di Arturo Martini, con l’estrema semplificazione e sintesi della forma, a favore dell’ampio respiro delle superfici.
L’uso tecnico di questo o di altri linguaggi ( nell’intervista dell’85 citata, il pittore diceva “Vede là, appesi, sono alcuni studi astratti: li ho fatti perché mi sono sentito di farli…” ) il rapporto vero dell’autore con la sua materia, il filo logico e anche di prassi del percorso figurativo emerge nell’insieme dall’indagine critica con una certa fatica. Più volentieri, proprio la componente mistica e religiosa della personalità di Cambursano costituisce elemento centrale della lettura.
In un suo commosso scritto ( 1992 ), Reverdini ricorda il maestro e l’amico in occasione della morte. E dei dati tecnici fa una sorta di falotico sipario dell’infinito: “Infinito che quando con la tua semplicità mi insegnavi prospettiva lampeggiava allucinante, al di là di quell’ineluttabile linea d’orizzonte che costante, passo passo qui ci accompagna, al di là di quell’insostituibile punto principale…”
E altrettanto esplicitamente, Mario Marchiando Pacchiola parla di “serietà e impegno” e poi lo definisce “mistico e profondo per quel suo accostarsi all’arte con grande dignità…” non mancando di alludere alla sua militanza nell’Azione Cattolica.
E’ evidente che tale appartenenza religiosa e culturale ha grande parte nella personalità dell’artista; tuttavia a volte, stabilendo una sorta di simpatia o di comune lunghezza d’onda, accade di sovrapporre in eccesso tale generale apprezzamento sul piano umano e morale alla valutazione stilistica.
Forse l’intervento critico più recente, almeno se si considerano quelli di una qualche ampiezza, è stato nel giugno 1992, ancora in rapporto con la data della morte sebbene non direttamente ( il “ricordo” era comparso in un altro numero del giornale ) sulle pagine del Caval ‘d Brons di Torino.
I due versanti dello studio erano qui, crediamo, sufficientemente chiariti: un lato strettamente storico, opportuno per più riguardi, ma soprattutto in considerazione del fatto che Stefano Cambursano rientra in una, sia pur breve, dinastia di artisti; e un lato che potremmo chiamare filosofico, legato alla necessità interiore da cui l’opera del pittore nasce. Una necessità che del resto nessuno scritto, di nessun genere, potrà mai, se non forse per molte migliaia di pagine, cogliere appieno.
Testo critico di Beppi Zancan (Pinerolo Anni Trenta I dipinti di Cambursano esposti a Palazzo Vittone, da “Torinosette”- marzo 1996
Dopo Ettore G. May, i cui piccoli notturni dai Murazzi del Po sono nella Collezione civica d’arte, e vi splendono come gemme blu, la città di Pinerolo e Mario Marchiando Pacchiola, infaticabile tutore e scout dell’arte, ci riservano, a distanza di qualche anno, un’altra straordinaria sorpresa con questa mostra di piccoli e medi dipinti di Nello Cambursano (1904-1992) che ritraggono vie e piazze, case e ville della Pinerolo Anni Trenta. Una mostra deliziosa, se mai ve ne fu una, che invitiamo ad andare a vedere a Palazzo Vittone di Pinerolo. I paesaggi urbani pinerolesi sono venticinque, tutti piccoli capolavori. Disegno preciso, prospettive accurate, colori “pastello” morbidi e chiari (non chiari, comunque, come appaiono nelle riproduzioni del pur bel “Quaderno” pubblicato), ravvivati da qualche piccolo tocco di rosso di un’insegna, di una pubblicità. Rari passanti, qualche animale, un carrettino, un cavallo, un’automobile. Una poesia che sta a metà tra verismo e metafisica, tra sentimento e astrazione.
E sono tutti belli questi dipinti che rappresentano, in circa dieci anni di permanenza del pittore a Pinerolo, i momenti di arte pura, le parentesi che Cambursano riservava solo a se stesso e alla parte più intima ed artistica di se stesso. Sono, mi dice il figlio Michelangelo (anche lui pittore), circa una cinquantina queste opere straordinarie che un pittore di professione affreschista di chiese e autore di pale d’altare, ritagliò per se stesso, testimoniando così l’autenticità della sua vena artistica. In mostra ne vediamo, dunque, circa la metà : sufficienti, per la loro alta e costante qualità pittorica, a darci un’immagine poetica completa e credibile della Pinerolo di quegli anni. Sono quadri che Pinerolo e la sua Civica collezione dovrebbe assicurarsi in permanenza e sistemare in apposita sala: ne varrebbe la pena e l’amministrazione, spalleggiata dal Lions, dovrebbe, a mio parere, pensarci seriamente. L’intera Collezione di arte moderna e contemporanea, infatti, un po’ arruffata e discontinua, non vale per impatto e coerenza artistica tanto quanto questa serie di dipinti che un animo semplice e sensibile seppe dettare a se stesso, ispirato da una piccola, armoniosa città. Così come Cambursano volle amare Pinerolo, siamo certi che Pinerolo saprà voler bene a queste opere di notevole valore artistico. Tra le più belle “Il caffè Vittoria sul corso Torino”, “Il Foro Boario”, “Ferrovia e case di periferia”, “ La casa del Gallo in piazza Facta”, “Il ponte sul Lemina”, “Piazza Roma”, “Corso Porporato”, “Colle di San Maurizio, verso la Villa Graziosa”.
Vi sono in mostra anche poche opere di genere diverso, che io, sinceramente, non avrei aggiunto a questo nucleo omogeneo di vedute pinerolesi; testimoniano tuttavia la notevole capacità professionale di Cambursano, capace di realizzare un ritratto come un nudo e addirittura una scenetta musicale con una “Jazz band”, ma non costituiscono un nucleo poetico parallelo.
In conclusione: invitiamo i torinesi che amano la pittura fine e ben fatta a compiere il breve viaggio fino a Pinerolo. Si troveranno di fronte a opere così lontane dal gusto d’oggi, gonfio di presunzione, di intellettualismi e finti, interessati atteggiamenti rivoluzionari. Troveranno un artista che non riuscendo ad esprimersi bene con le parole, seppe esprimersi con la pittura, con onestà e sincerità. Le persone non più giovani rivivranno con emozione atmosfere dimenticate.
Pinerolo Anni Trenta I dipinti di Cambursano esposti a Palazzo Vittone, da “Torinosette”- marzo 1996
13
novembre 2009
Stefano Cambursano – Opere dagli anni ‘20 agli anni ‘80
Dal 13 al 28 novembre 2009
arte contemporanea
Location
MARTINARTE
Torino, Corso Siracusa, 24a, (Torino)
Torino, Corso Siracusa, 24a, (Torino)
Orario di apertura
lun 15.30 – 19.30 mar-giov 10.00 – 12.30 / 15.30 - 22.00 mer-ven 10.00 – 12.30 / 15.30 – 19.30
Vernissage
13 Novembre 2009, ore 18.00 – 22.00
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