25 gennaio 2012

Prima della fiera. Tre domande a Silvia Evangelisti

 

di

Silvia Evangelisti
La riduzione degli spazi di Arte Fiera che si apre domani è data dalla crisi?
«Il progetto di realizzare una fiera più compatta, come si tende a fare in tutto il mondo, risale in realtà al 2007. Chiaro che oggi è facile leggerlo come ricaduta della crisi. Ma posso garantire che la selezione è stata rigorosa, tanto che non abbiamo accettato qualcuna delle gallerie presenti nel 2011. E quanto a crisi, Arte Fiera ha retto bene per tre anni pesanti: 2009, 2010, 2011. Quindi, mi concedo un po’ di ottimismo»
Rispetto però alla salute di cui godono i nuovi mercati, l’Occidente, e l’Italia in particolare, si trovano in una posizione di evidente svantaggio. C’è un modo per reagire?
«La crisi rende palese l’urgenza di riformare il sistema delle fiere, non si può andare avanti con le stesse formule di prima. Occorrerebbe mettersi tutti intorno a un tavolo per ripensare a come rimettere in gioco il sistema, mercato compreso. Perché se in Italia dovessero sparire le fiere, rischia di crollare il nostro già fragile sistema dell’arte». 
Ha un progetto, un’idea in particolare per affrontare questa situazione?
«Da tempo sostengo che Bologna e Torino dovrebbero associarsi in qualche modo, non ho ancora chiaro come, ma penso che vi siano poche altre strade. E dovrebbero condividere l’obiettivo di rendere più leggibile, più conoscibile il nostro stato dell’arte all’estero. Questo per evitare di diventare colonia di qualcun altro. Bologna e Torino non sono fiere rivali, ma complementari, ciascuna con la sua identità, mettersi insieme potrebbe aprire una via italiana al mercato, con risonanze anche internazionali». 

3 Commenti

  1. Non si vuol capire che il sistema ha goduto di una bolla speculativa (opere gonfiate arbitrariamente, direi caso P-ART-MALAT) e oggi non riesce più a fregare i collezionisti facendo leva solo su i soliti curriculum vitae (luoghi e relazioni). Bisogna creare nuovi format dove “argomentare” e “motivare” il Valore delle opere.

    L’arte è l’unico settore per ricchi che in tempo di crisi va in crisi: perchè non diminuisce il mercato delle auto di lusso??? I benestanti-ricchi non credono più nell’arte perchè sono stati presi per i fondelli da almeno 10-15 anni. E non sto dicendo che il mercato è un male o che cattelan non vale nulla (tutt’altro): sto dicendo che il mercato è importante e va vissuto in modo efficace.

  2. Non è l’arte ma un certo mondo dell’arte ad andare in crisi. I ricchi ci sono sempre e investono ancor di più in arte, certamente non in quella gonfiata, anche perchè bisogna dire che il parassitismo è enorme in un mercato che ormai fa girare un’economia immensa. L’arte rimane sempre uno dei più grandi mercati d’investimento e speculazione che ci siano al mondo. I ricchi che comprano fanno solo più attenzione ai nomi. La realtà è che è il mondo dell’arte (soprattutto quello italiano) è anche uno dei mercati neri più importanti e la legalità non aiuta un sistema completamente corrotto. Come dare un’aspirina ad un eroinomane. Fa ridere pensare ad accorpamenti fieristici quando manca completamente una legislazione doganale e fiscale più pratica che permetta uno scambio più razionale e sensato dell’arte che di certo aiuterebbe tutti, ricchi e meno ricchi e soprattutto chi l’arte la fa e la promuove. La signora Evangelisti potrebbe promuovere un dibattito sul tema senza troppa fatica, visto che a Bologna si concentrano diversi interessi anche “occulti” del mondo dell’arte.

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