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Si tratta di una mostra online che racconta le storie di opere d’arte scomparse, distrutte, rubate, rifiutate, o cancellate e che non possono più essere viste. “The Gallery of Lost Art” è un sito web visivamente strutturato come un magazzino open con vista dall’alto, con vere e proprie scritte in gesso che delimitano le zona dove si trovano le opere d’arte, facendolo somigliare ad una vera e propria scena del crimine. Gli utenti possono zoomare in aree particolari, e cliccando su specifici progetti hanno la possibilità di accedere a saggi, foto, filmati e interviste, e altro materiale riguardante ogni singolo lavoro.
Jennifer Mundy, curatrice della “The Gallery of Lost Art”, ha dichiarato: ‹‹La storia dell’arte tende a essere la storia di ciò che è sopravvissuto. Ma la perdita ha plasmato il nostro senso della storia dell’arte in un modo di cui spesso non siamo a conoscenza. I musei di solito raccontano le storie attraverso gli oggetti che hanno nelle loro collezioni. Ma questa iniziativa si concentra invece su opere significative che non possono essere viste››. “The Gallery of Lost Art” durerà per un anno prima di scomparire anch’essa. Il sito web è stato lanciato con la presenza di 20 opere d’arte, tra cui Frida Kahlo, Marcel Duchamp, e Tracey Emin, ed ogni settimana verrà aggiunto un nuovo lavoro per sei mesi fino a quando la mostra non sarà così completa. Inoltre il sito fornisce una piattaforma per poter interagire, discutere e commentare sul tema nel suo complesso. L’iniziativa è curata dalla Tate, progettata dallo studio digitale ISO, in collaborazione con Channel 4, e con l’ulteriore supporto del The Arts and Humanities Research Council (AHRC). Jane Burton, direttore creativo della Tate Media, ha così commentato l’iniziativa: ‹‹”The Gallery of Lost Art” è un museo fantasma che sarebbe potuto esistere solo virtualmente. La sfida era di trovare un modo di mettere in mostra queste opere d’arte e raccontare le loro storie, quando, in molti casi, le immagini di scarsa qualità sono tutto ciò che abbiamo di loro››. Il risultato? Sicuramente un nuovo modo di guardare l’arte, anche partendo dagli “errori”. (Francesca Iani)













