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Finissage 7.I.2013 | Bertrand Lavier – Bertrand Lavier, depuis 1969 | Centre Pompidou, Parigi |

di - 7 Gennaio 2013
Tutta l’arte di Bertrand Lavier (1949, vive e lavora a Aignay-le-Duc) è proposta in questa mostra al Centre Pompidou, curata da Michel Gauthier, che raggruppa 40 anni di lavoro. È un’interessante mise en espace che rispecchia il modo di lavorare dell’artista francese e cioè per cantieri separati che, nei 1000 metri quadrati del Beaubourg, si dispiegano non cronologicamente ma per temi, quali: dopo il ready-made, la forma e l’emozione, nuove impressioni africane, foto senza foto, cose e parole e l’arte della trasposizione. L’esposizione presenta tra l’altro una decina di opere recentissime, realizzate attraverso una varietà incredibile di materie (quasi un manifesto della cultura occidentale), che generano molte interpretazioni possibili. Ma dominante è il gusto del paradosso, a volte attraversato da umorismo o da eleganti accostamenti da cui scaturiscono divertenti calembour, come nell’esilarante Sans titre (2012) in cui Lavier sovrappone un’opera dell’artista americano Calder su un frigo dell’omonima marca.

Ma perché si parte dal 1969, anno dei primi lavori? Allora ventenne e studente in orticoltura e senza aspirazioni artistiche, della generazione di Christian Boltanski e Annette Messager, Lavier è incuriosito dall’Arte Concettuale, redige così un libro di idee presentandolo al critico Pierre Restany che gli consiglia di passare all’azione, dopo solo due anni il critico Catherine Millet lo invita a partecipare alla settima Biennale di Parigi. Ma gli studi in orticoltura lo seguiranno sempre nelle sue creazioni in cui sfocerà un amore profondo per l’innesto, oltre alla sovrapposizione di oggetti, che in Lavier ora poggiano su piedistalli, rimando all’oggetto museale, come per Teddy (1994) un vecchio orsacchiotto di peluche, rappresentazione di un’archeologia futura, ora ricoperti da disordinate pennellate di pittura acrilica come per il pianoforte a coda di Steinway & Sons (1987), o per la macchina fotografica di Zenit (1983), ed è con questo genere che Lavier negli anni Ottanta dà vita ad una nuova pittura figurativa. «Il supermercato così come il museo m’ispirano, sono per me personaggi familiari», afferma Lavier, che nel 1985 presenta l’enigmatica e contemporanea Brandt/Haffner, un frigorifero del marchio Brandt posto su una cassaforte Haffner, questa a mo’ di piedistallo, prima opera di una delle serie di punta, «Brandt/Haffner è a metà strada tra il museo e il negozio, un luogo introvabile», conclude Lavier.
Esemplare il ready-destroyed Giulietta (1993), un’automobile rossa incidentata che, è sempre “insensatamente” ben mantenuta e rigorosamente messa a punto prima di ogni esposizione, e che non può che provocare impressioni forti, finanche violente. Le emozioni qui non attraversano, ma sono parte dell’opera, incarnate nella materia snaturata dell’auto, che persa la sua originaria identità, si rivela attraverso il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Tra le incertezze che Bertrand Lavier mette in scena, non ci rimane che aggrapparci ad una sua affermazione «Non sappiamo cos’è l’arte, ma la scultura sì»

Livia de Leoni

dal  26 settembre 2012 al 7 gennaio 2013
Bertrand Lavier – Bertrand Lavier depuis 1969
Centre Pompidou – (75004) Parigi
Orari: da mercoledì a lunedì 11-21, giovedì fino alle 23.
Ingresso: da 9€ a 13 €.
Info: tel. 00 33 1 44 78 12 33, www.centrepompidou.fr

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