Tranci di corpi, brani di pelle pallida e olivastra, seni, volti, ventri, peni. Carne, indagata in tutti i modi. Carne sparsa sul pavimento e soltanto su quello. E’ curioso il fatto che un fotografo di moda e alla moda come Mustafa Sabbagh, dall’origine giordano-palestinese ma dall’imprinting britannico, collaboratore di numerose testate fashion e formatosi a Londra come assistente di Avedon, si distacchi dallo scatto glamour patinato e dagli effetti di fittizia bellezza, per costruire ritratti di soggetti più che normali colti nella loro perfetta imperfezione. Che può essere la sproporzione di un dettaglio fisionomico, la vacuità di un’espressione, la naturalità dimessa e la consapevolezza di non rispondere ai canoni di una bellezza canonica. Ma è proprio così.
Del resto è questa la via che sta seguendo anche Juergen Teller –a lui vicino negli anni londinesi – fotografando top model come Kate Moss o Stephanie Seymour in una certa intimità lontana dalle attitudini star system. La bellezza nelle foto di Sabbagh sta nel difetto ingrandito, nell’imprecisione anatomica, nella realtà cruda e fissata così com’è, senza orpelli di sorta, senza trucchi né artifizi. Uno scatto spontaneo, semplice e fresco per trattenere un’umanità spogliata, gente comune bellissima nella sua fragilità esibita, senza sfondi né contesti, solo corpi, che sorridono, piangono e vivono le
francesca baboni
mostra visitata il 4 marzo 2005
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