Il mito di Federico Fellini (Rimini 1920, Roma 1993) attraversa con ugual forza il mondo del cinema e quello del costume −qui in Italia e nel mondo− ed è difficile dire qualcosa sulla sua persona e sul suo lavoro senza cadere nell’ovvio o nel già detto. Una mostra inedita racconta la vita del regista, tra gli amici di sempre ironicamente ritratti e le immancabili donne tutte curve, ma soprattutto svela i processi visivi grazie a cui la fantasia creativa del cineasta prende forma.
Fellini aveva appreso il disegno già da giovane a Rimini dove, assieme ad un amico, aveva aperto una bottega del ritratto per i villeggianti, e di seguito aveva partecipato alla redazione di vignette umoristiche per La Domenica del Corriere. Trasferitosi a Roma nel 1939 iniziò a frequentare l’ambiente dell’avanspettacolo e della radio, per muovere poi i primi passi nel cinema collaborando con Luchino Visconti e Alberto Lattuada e di seguito intraprendere carriera di regista.
“All’inizio di ogni film passo la maggior parte del tempo alla scrivania, e non faccio che scarabocchiare chiappe e tette. È il mio modo di inseguire il film, di cominciare a decifrarlo attraverso questi ghirigori. Una specie di filo d’Arianna per uscire dal labirinto”. Sono le parole con cui egli racconta −con la consueta compiaciuta ironia− il proprio modus operandi. E infatti sorprendono molto i suoi disegni per la precisione visiva con cui anticipano le immagini e le inquadrature adottate nei film, come il caso del Pavone sulla fontana gelata e il passaggio della Mille Miglia di Amarcord o la Saraghina di 8 e 1/2. In
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