La restrospettiva di Luciano Bartolini (Fiesole, 1948-1994) parte dal cuore del suo corpus di opere, quelle della piena maturità espressiva. È un artista sui generis, che compie il proprio percorso formativo lontano da aule e accademie, interessato piuttosto alla linguistica, al segno, ma comunque destinato a importanti riconoscimenti in Italia (la Biennale di Venezia nel 1980) ed all’estero (la personale alla Nationalgalerie di Berlino nel 1983).
Nei primi anni settanta, attratto fatalmente dal fascino mistico dell’Oriente, parte per l’India del Nord e il Nepal. Ed è forse in questi luoghi che ha inizio il suo dialogo amoroso con la carta, materia e supporto che lo accompagnerà in tutta la sua produzione: dai semplici kleenex, alla carta da pacchi fino alla carta paglia e a quella vetrata. Tra le sue prime creazioni ci sono i «libri d’artista», volumetti eleganti a tiratura limitata, dalla carta spessa, che qui in mostra introducono il visitatore ad alcune delle tematiche bartoliniane, come quella dell’ombra in Sogni, ombre che riprende nelle opere immediatamente successive ispirate ad Arianna, colei che tesseva il mitico filo del labirinto di Creta.
Carta ancora protagonista assoluta della serie di opere di piccolo formato, poeticamente intitolata Foresta di vetro, con le presenze vegetali evocate sul fondo nero brillante da spesse gocciolature di colore chiaro o da leggeri tratti fluttuanti, in alcuni casi arricchiti da scampoli di carta con figure orientali. Sono invece di grandi dimensioni il gruppo di tele gemelle denominate Alberi, costruite intorno alla linea centrale, l’elemento vitale che scandisce l’ordine universale. Ricorrono i colori cari all’iconografia sacra come l’oro, il bianco, il turchese e il rosso in linee ben squadrate, parallele, armoniche che si articolano in forme più complesse con l’aggiunta dei fogli di carta, grezzi o colorati.
Nella serie del 1990 intitolata Emblematische Blumen il taglio mediano si sposta in orizzontale su lunghe strisce di carta rosso e oro, chiaro tributo all’Oriente. Il simbolismo ricorrente non è più solo quello della linea verticale, a volte solo una sottile spaccatura della densa materia di fondo, ma si arricchisce di cerchi concentrici, linee perpendicolari e geroglifici rivisitati che creano una personalissima calligrafia dell’artista nel descrivere e interpretare il cosmo e i suoi profondi significati. Il segno di Bartolini è semplice ma non scarno, astratto ed elegante ma immediato. Un libero accesso all’universale.
angelica tragni
mostra visitata martedì 13 dicembre 2005
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