Era rimasta sulla carta, come quelle idee che a poco, a poco, diventano immagini, parole, progetto: un’installazione raccontata da Ketty La Rocca in fogli fitti di schizzi e di appunti, una riflessione su quel che muta e quel che rimane immobile: “Il Punto di Vista”, ovvero come trasformare in un ambiente percorribile un’espressione comune, quasi svuotata di significato.
È stata realizzata adesso, a venticinque anni dalla morte dell’artista, presso il Museo di Arte Contemporanea e del Novecento di Monsummano Terme, in occasione di una mostra omaggio, quasi parallela a quella del Palazzo delle Esposizioni, a Roma. Fino al 17 giugno 2001 sarà visitabile.
Uno spazio diviso in due da una parete – diaframma, mossa costantemente dal vento, si guarda attraverso l’unico foro praticato sulla superficie che scherma, una sorta di oblò, che si sposta, ondeggia, muta. Quel che non cambia è quel che si trova dall’altra parte: uno sconcertante paesaggio immobile di “virgole”, di tracce di linguaggio, di segni fissi, esempi universali di un codice sempre valido. Il punto di vista “in – vestito” da un vento che spira continuamente, sembra un occhio spalancato (o talmente tanto aperto, da essere diventato vuoto?) che cambia repentinamente posizione, un obiettivo che focalizza angolazioni sempre differenti, magari solo successioni di una stessa scena. Un orizzonte uguale, fermo, indistruttibile e le infinite possibilità di coglierlo, di non comprenderlo, di poterlo comprendere.
“Ascolta / Listen / e due punti / and colin / ma due punti / but colin / il punto di vista / the point of view” ha scritto Ketty La Rocca, nel 1971. Testo non sense, tratto da “In principio erat”.
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