Tra le diverse tecniche che le arti figurative offrono per rappresentare il nudo, il disegno è la più sorprendente. Forse per la sua stessa nudità di mezzi. Il disegno mette a nudo l’arte del nudo, la spoglia di tutto, affinché non sia solo il corpo rappresentato ad essere ritratto in tutta la sua esistenziale materialità, ma il lavoro stesso, il gesto e l’anima dell’artista. Questi 50 disegni, provenienti dalla collezione Sabarsky di New York, offrono infatti l’opportunità non solo di vedere un Klimt “insolito”, ma anche di guardare dietro le quinte del lavoro del pittore. Per assaporare una carica energetica ed erotica che erompe dai disegni, mentre rimane sublimata e irretita nei dipinti. Irrigidita e riequilibrata dalla decorazione e dal colore -sempre così costruiti- che nelle opere più famose, come Il Bacio, rendono le figure delle vere e proprie icone. Per poter vedere il lato dionisiaco dell’arte di Klimt, prima che venga disciplinato dall’oro apollineo della decorazione.
E’ lo stadio della liberazione quasi primordiale, in cui l’eleganza e la sinuosità della linea restituiscono senza restrizioni la carica erotica, passionale, che muove l’arte. Non sono disegni preparatori, sono opere finite in cui si esprime un elemento complementare del lavoro dell’artista. In questo modo devono essere intese, ed in questo modo Klimt voleva che si intendessero, esponendole spesso accanto ai dipinti. Disegni attraverso i quali possiamo riconoscere le fasi fondamentali del lavoro dell’artista. Dal 1897 al 1905 Klimt fu la figura centrale della Secessione Viennese, e nelle immagini idealizzate di questi anni donne gravide, dai seni piccoli e alti -come Eva nei quadri di Cranach– stanno accanto a uomini monumentali e statuari, tracciati da una linea precisa e delicata, come se la matita non fosse mai stata alzata dal foglio.
Un vero e proprio manifesto del ribaltamento effettuato da Klimt dell’ideale dello Jugdenstil, che voleva unire bellezza, verità e bene. E poi i disegni successivi al 1907 e al 1909. Rispettivamente l’anno dell’incontro con Egon Schiele e l’anno del viaggio a Parigi, con la conseguente folgorazione per le opere di Toulouse Lautrec. Da quel momento in poi il segno si fa più nervoso, libero. Bellezza bene e verità non possono più convivere in questi corpi, straziati da un’androgina malaise che ricorda le vibranti figure sfaldate di Schiele o abbandonati alle pulsioni erotiche più sfrenate, tra svolazzi e rotondità esagerate, come le ballerine di Lautrec.
stefano bruzzese
mostra visitata il 23 novembre 2005
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