Il flusso di immagini è enorme. I colori e le forme che si riversano sulle retine sono smisurati e senza fine, quasi una gelatina indistinta, un brodo appiccicoso, indeterminato ed inestricabile. Dopo la personale di Conegliano, in cui l’enorme flusso visivo veniva raccolto dall’artista in un monitor che diventava un monito, Paolo Maggis (Milano, 1978) insiste. Bloccando sulla tela alcuni dei fotogrammi che scorrono e si sovrappongono, isolando persone e figure umane in fondali dai colori acidi e sporchi.
I lavori esposti sono una dozzina, tutti accomunati dal ricorso ad un colore pastoso e steso sulla tela con pennellate larghe, che privano dell’identità i soggetti rappresentati e costringono lo spettatore ad allontanarsi, pena essere inghiottito dalla trama dei segni. Il netto contrasto tra i neri e i colori, in scene che sembrano scarsamente illuminate, richiama alla mente taluna fotografia low key in cui i dettagli dei soggetti alludono più che dire, come succede per esempio in Stai con me o in Ultime notizie. Ma la fotografia, in particolare quella americana su carta patinata dei ritratti di attori e uomini dello spettacolo, sembra influenzare Maggis per la scelta delle inquadrature ravvicinate con vistosi tagli di volti e porzioni di corpi. La tecnica pittorica è invece ispirata all’espressionismo tedesco e ai Fauves, anche se depurata dalla corrosiva forza critico-politica. Si coglie in Maggis il piacere di costruire nutrendosi onnivoramente di tutto ciò che è immagine, senza la necessità di selezionare o organizzare il lavoro con dei filtri, lasciando molto spazio alla casualità. Come talvolta casuali sembrano gli sfondi delle tele, cariche di dissonanze che spostano in avanti fino a scardinarlo l’equilibrio con il soggetto principale.
Ecco quindi il verde che fa a pugni con i due uomini di Io e me stesso o il rosa shocking di Ercole che riduce quasi a caricatura il corpulento uomo rappresentato. Ma i soggetti più riusciti sono sicuramente i visi vicini di Senza fine, in cui la forma della tela rettangolare (disposta orizzontalmente) riesce a catturare l’occhio, e la tecnica pittorica –di grande impatto ma talvolta forse troppo prominente– fa concentrare ed esplodere le emozioni di un bacio come mai intenso.
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