Geometrie. Territori della metamorfosi è la nuova collettiva presentata da Dores Saquegna alla PrimoPiano Living Gallery. Il progetto nasce dal desiderio di valorizzare l’identità artistica made in Puglia attraverso l’opera di Giorgio Carluccio (1948), Giulio De Mitri (1952) e Dario Manco (1959). Tre artisti che se da un lato sembrano raggiungere risultati estetici molto diversi tra loro, dall’altro sono uniti da una ricerca volta ad indagare le potenzialità espressive della materia. La matrice autoctona, inoltre, connota inevitabilmente una sorta di “sguardo comune” sulle cose: i colori, i paesaggi, i profumi, i grandi spazi, il mare visti dall’uno sono gli stessi visti dall’altro.
Dunque la medesima educazione visiva delinea una direttrice unica di sviluppo lungo cui si snodano le sperimentazioni sulle metamorfosi delle forme. Come nelle sculture di Giorgio Carluccio, che dopo un’attenta analisi dei materiali è approdato ad una sintesi, ad un unicum percettivo del binomio forma-spazio. L’attenzione dell’artista è rivolta in particolare alla figura umana, vista sia come elemento trasfigurante l’esistenza, quindi come metafora del cambiamento, dell’identità che diventa alterità, che come “contenitore di senso”.
L’opera di Giulio De Mitri descrive invece un percorso più vario che circoscrive un’area di indagine entro cui risplende il potere formante della luce. Particelle fotoniche di cui la materia è costituita, attraverso cui De Mitri cerca di “controllare” le forme e la loro disposizione nello spazio. Gli elementi con cui gioca l’artista, come il cielo e il mare che sottendono concettualmente la percezione dell’infinito, sono frammentati in immagini e racchiusi in contenitori light-box.
Il conseguente paradosso è però presto smentito: se la prima operazione spezzetta il soggetto per evidenziarne il limite, connaturato alla corrispondente idea di immensità e lo rinchiude in un contenitore che consente una maggiore (ma anche ambigua) leggibilità, l’applicazione della luce gli restituisce un senso e lo trasforma secondo nuove coordinate spazio-temporali.
Più logico-razionale, ma al contempo carico di pathos, il lavoro di Dario Manco. La riflessione condotta sulla capacità della materia di conservare la memoria delle cose, di essere la porta per un’altra dimensione, per una trans-realtà scandita dall’unisono impercettibile del consumarsi del tempo, è trasposta sulle tele in bicromia che rappresentano la materia apparentemente inerte del muro. Angoli, spigoli o semplicemente vedute frontali quasi completamente bianche dove il nero interviene come elemento vivificante, come agente atmosferico che corrode, consuma, macchia. Il segno pittorico definisce la sintesi percettiva e formale, si fa portavoce dell’esperienza emozionale dell’artista che cerca attraverso l’essenzialità e il minimalismo della forma di riordinare il caos semantico.
francesca de filippi
mostra visitata il 5 maggio 2007
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