Barletta onora il concittadino Giuseppe De Nittis (Barletta, 1846 – Saint Germani-en-Laye, 1884), dopo la recente occasione persa -la retrospettiva curata da Renato Miracco nel 2005, mai arrivata in Puglia– nel barocco Palazzo della Marra, riportato ad antico splendore dopo alterne vicende, futura sede permanente del lascito voluto dalla moglie del pittore, Léontine Gruvelle.
De Nittis, amato da mercanti e collezionisti per la “prestezza” e la peculiarità di uno stile ricco di contaminazioni –il classicismo del maestro Calò, le mode Fortuny e Messonier, il chiarismo napoletano, la “macchia” toscana, l’impressionismo– si accompagna, per l’occasione, a Jacques Joseph Tissot, inglese d’adozione con il nome di James Tissot(Nantes, 1836 – Buillon, 1902).
La mostra, curata da Emanuela Angiuli e Katy Spurrell, è incentrata sulla capacità memoriale dei due contemporanei, nelle opere tra il 1872 e il 1874. La linea curatoriale rivela però più una lettura storico-sociologica e finemente letteraria, che un’indagine critica. A far da guida, il saggio Le peintre de la vie moderne di Charles Baudelaire, pubblicato nel 1863. I luoghi, Parigi e Londra fin de siécle.
De Nittis illustra la Londra brumosa di Westminster come il luccicante centro parigino (un prezioso prestito, il tardo La parfumerie Violet), con uno sguardo largo a cogliere l’insieme, le suggestioni, specie sensoriali.
Tissot insiste su particolari e gesti (gustosa The Captain’s Daughter or The last evening, del 1873: tema è lo scenario marittimo dove alternerà a trame sentimentali, scene d’emigranti): Whistler ed i preraffaelliti ispirano il simbolismo degli oggetti e l’attenzione al dettaglio.
De Nittis è più introspettivo, più attratto dalle pompe artificiali delle dame; Tissot, nelle Mode e nelle Soirées è tutto uno scorrere di tournure, trine, merletti, velluti, polsini, colletti, nastri, marsine, sottogonna, copricapo, un saggio del borgheseà la page.
Divergenti le scene d’interni: calde e mosse da luci radenti mutuate da Degas (Il salotto della principessa Matilde, 1883) per De Nittis, dove l’attimo fuggente è impressione; inquadrature teatrali e dalla luminosità diffusa ed artificiale per Tissot, spesso condite d’ironia anglosassone (Too early, 1873). All’aperto, le atmosfere si assimilano nuovamente, in un rincorrersi di eredità di macchia per De Nittis (Colazione in giardino, 1884) e japonisme per Tissot (Holiday, 1876).
Esposta dettagliatamente anche l’opera calcografica “di riproduzione” di Tissot, ma non di De Nittis: sottovalutata, evidentemente, per l’aspetto meno ortodosso delle sperimentali “incisioni d’invenzione” dell’italiano.
Alla fine il piatto della bilancia sembra pendere dalla parte dell’ospite straniero, che campeggia su tutto il materiale pubblicitario, in un eccesso di esterofilia che fa probabilmente bene al turismo culturale (ma didascalie e catalogo non sono bilingue). C’è da attendere che la Pinacoteca trovi l’assetto definitivo al secondo piano del Palazzo: un progetto –Emanuela Angiuli è candidata a coordinare anche il novello Polo Museale- che associazioni ed addetti ai lavori trovano inadeguato, in quanto gran parte dello spazio e dei finanziamenti saranno impegnati per allestire zone ristoro e mostre virtuali a danno dell’agognata fruizione di pregiate donazioni e raccolte.
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