Italo Calvino ritornava alla pubblicazione, dopo Il castello dei destini incrociati, con un’opera capace di disorientare ed affascinare il lettore, Le città invisibili (Einaudi, 1972), che però non ebbe il successo meritato. Uno scritto affascinante, poi riscoperto, caratterizzato da infinite sfaccettature da ricomporre secondo il proprio sentire, spostandosi in quei luoghi –narrati da Marco Polo al Kublai Kan- che non trovano posto in nessun atlante: città dai nomi di donna, ispirati ad un oriente da Mille e una notte, di cui possiamo virtualmente assaporare odori e umori, ma anche storia immaginata e suggerita. Il libro di Calvino -regalatogli dalla moglie Chichita- accompagnerà per un lungo periodo Pedro Cano (1944, Blanca – Spagna; vive a Roma) durante i suoi innumerevoli viaggi, aiutandolo a tirare fuori la sua indole gitana (un po’ cristiano e un po’ islamico, un po’ latino, un po’ saraceno), viaggi durante i quali la rotta del viandante si incrocia con la rotta del sognatore.
Cano ha prima abbozzato schizzi stenografici in ogni pagina, poi riprodotti e vivificati ad acquerello su fogli di cotone tagliati a mano; a destra di ogni immagine due lettere corrispondenti all’iniziale del “nome-città-donna”, estratte da alfabeti antichi. Acquerelli descrittivi, classici nell’impianto, perfetti nell’equilibrio dei toni, a volte didascalici, raccolti in questa mostra itinerante, già esposta a Roma, Palermo e Firenze.
Il pittore riesce a rappresentare di Calvino “arco e pietra, leggerezza e gravità, sogno e morte, memoria e segni” (Simone Siliani), costruendo questi luoghi immaginari in un periodo di crisi della vita urbana (come l’artista affermava già nella conferenza newyorkese dell’83), quando le città più che “invisibili” sono ormai diventate “impossibili”. E lavora sul dettaglio, dimenticando lo spirito connotativo della città fantastica. Dall’atmosfera opulenta di Diomira, a quella moresca di Isidora, dall’umanistica geometria di Dorotea, alla memoria storica di Zaira; dalla sensualità di Anastasia, all’eclettismo culturale di Sofronia, alla caducità di Clarice ed al simulacro umano che è in Perizia.
È curioso che tra le 55 città invisibili ci sia anche Andria, città di cui è località Castel del Monte. Ed è proprio il senso del mistero che, da sempre, ha ammantato il maniero federiciano più noto al mondo, che rende ancor più intrigante questo intreccio di figura, narrazione, storia ed immaginazione.
La peculiarità di Andria -per Calvino- è nell’immobilità e nelle stelle: “in Andria come tra le stelle: la città e il cielo non restano mai uguali”; in effetti, ispirata alle costellazioni era anche la scienza urbanistica promossa da Federico II di Svevia. Certamente un caso, ma se fosse passato prima da qui, Pedro Cano avrebbe sicuramente raffigurato le stelle di Andria racchiuse non in un cerchio, ma nello scorcio ottagonale della piazza d’armi del castello: pura magia, visibilissima.
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