Questa mostra nasce dal desiderio della nuova Fondazione Domus (raccontata in un’ampia intervista nell’attuale numero di Exibart.onpaper) di aprire al pubblico la propria collezione e rappresenta un primo passo verso la costituzione di un vero e proprio museo di arte moderna e contemporanea nel capoluogo scaligero. Ecco allora esposte una trentina di opere dei maggiori artisti italiani del Novecento e alcune suggestive vedute di Verona. Tra queste ultime, in cui un’attenzione speciale viene riservata al fiume Adige, risultano particolarmente interessanti quella dipinta da Bernardo Bellotto (Venezia 1721 – Varsavia 1780) e intitolata Veduta di Verona con Castelvecchio da Monte del Ponte scaligero e Veduta di Verona con l’Adige e la chiesa di S. Giorgio in Braida di Gaspar van Wittel (Amersfoort 1652/3 – Roma 1736). In entrambi i pittori un’intensa ricerca sulla luce e i suoi effetti si sposa con una grande attenzione per i particolari, ma nel paesaggio del fiammingo è assente quella drammaticità e tensione che caratterizza l’opera del veneziano.
Nella sezione dedicata ai capolavori del Novecento troviamo opere, tra gli altri, di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Ardengo Soffici, Gino Severini, Giorgio Morandi, Renato Birolli ed Emilio Vedova. In questa sezione è interessante osservare la genesi e l’evoluzione dell’avanguardia futurista. Da un Balla pre-futurista che in Alberi e siepi a Villa Borghese del 1905 rappresenta il paesaggio in modo divisionista con accostamenti di colore e una particolare attenzione per le vibrazioni della luce, si passa al Ritratto di signora di Umberto Boccioni dove domina un acceso cromatismo reso con pennellate rapide e veloci.
Il volto multicolore della donna anticipa quello che verrà scritto un anno più tardi nel Manifesto tecnico della pittura futurista (anche il catalogo avvalora questa tesi) dove è scritto “il volto umano è giallo, è rosso, è verde, è azzurro, è violetto”.
Si arriva quindi al cubismo sintetico delle Nature morte di Gino Severini dove gli oggetti sono spogliati della loro apparenza e scomposti nella loro essenza e struttura fondamentale. Nella collezione del ‘900 non mancano neppure esempi di arte informale di grande impatto emotivo e immediatezza come l’opera di Emilio Vedova, Varsavia n°2, (1963) in cui, in un momento di estasi creativa, saette di bianco e nero si affrontano sulla tela causando una grande esplosione.
Un passo, neppure troppo piccolo, verso la costituzione di un nuovo museo pubblico-privato in Veneto.
paolo francesconi
mostra visitata il 19 settembre 2005
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