Se dovessimo cimentarci nel classico gioco delle “associazioni di idee”, metodo tanto caro al mondo della psicoanalisi, al solo sillabare della parola “vetro”, la nostra bocca pronuncerebbe: fragile, posacenere e bicchiere, e perché no: Murano.
Glassway cambia le prospettive.
Arte e artigianato si sposano vetrificandosi in trasparenze e in opacità sconosciute. Il vetro prende posizione si presenta elegante, rude, deciso, fragile, si trasforma si colora e gioca, è design, arte, passione, caldo e freddo, trasparenza, buio e soprattutto, antico e moderno.
Le linee che si rispecchia nel virtuale angolo d’incidenza rivelano nuove sfaccettature di questo materiale. Un viaggio dove il corpo si abbandona sopra solidi smussati e lisci, per poi farsi incidere la coscienza in asperità messe a nudo dall’artista stesso. Incisioni indelebili che in un incosciente abbandono si nutrono di un oggetto comune che ora diventa degno di contemplazione. Dove non c’è il tempo per sentire freddo e dove il calore è solo il mezzo per plasmare quel riverbero accecante che abbiamo dinnanzi.
La mostra si snoda in dieci sezioni (natura, acqua, corpo, Oriente, sacro, fantastico, quotidiano, gioco, geometria e frammento).
Numerosi gli artisti presenti che si avvicinano a questo godurioso banchetto. Si segnalano tra i tanti, Carlo Scarpa, Alfredo Barbini, Alvar Aalto, Flavio Poli, Stanislav Libensky, Jaroslava Brychtova, Dale Chihuly, Yoichi Ohira, Richard Vallier, Lino Tagliapietra, Gaetano Pesce ed Ettore Sottsass.
Chen Zhen racconta la caducità e la fragilità del corpo umano, mentre Spoerri rende monumentale una tavola miserabilmente imbandita. Win Delvoye e Corrado Bonomi inscenano il paradosso del gioco,
E poi il trionfo delle celebrità. Apre le file quella che si può definire l’instancabile operaia dell’arte, Louise Bourgeois, l’ormai catodico Arman, il celebrato Giò Pomodoro, per poi passare di fronte al sorriso sornione di Duchamp e all’eterno Man Ray che insieme a Zorio, Dynys, Camerani nonché un certo Fontana sottolineano l’alto profilo di questa bella mostra.
Il progetto di Glassway prosegue e si sviluppa attorno alla collezione di vetri romani rinvenuti nelle necropoli della Valle d’Aosta. A questo nucleo si aggiungono due pregevoli vetrate istoriate recentemente restaurate provenienti dalla Cattedrale di Aosta.
C’è qualcosa di magico in questo lungo percorso allestito all’interno del Museo Archeologico regionale di Aosta. C’è il tempo di sorridere (stanza dei giochi) e di pensare. Il tutto è rivestito da un silenzio vorace e contemplativo capace di catturarci anche ore. Bene, bravi, e soprattutto, bis!
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roberto sommariva
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