No Manifesto sembra esplicitare un paradosso che pervade l’arte contemporanea. Si pone tra l’estremo bisogno di espressione e la tensione verso il mantenere celate le proprie manifestazioni. Ciò che la scelta curatoriale e i singoli enunciati degli artisti dimostrano, con interventi più o meno discreti, è una tendenza che guida la via di comunicazione verso il motto less is more.
Tutto ciò è rivelato dalle parole e dall’opera di Richard Wright (Londra, 1960). Il pittore, citato da Andrea Viliani –vincitore del Premio per curatori Lorenzo Bonaldi-, esplicita la sua forte presa di posizione di smettere di dipingere (sulla tela, nel suo studio) per intraprendere un diretto rapporto con lo spazio, senza che questo entri a far parte integrante della sua poetica (“ma non feci un manifesto”). L’intervento site-specific, aureo e leggero, invisibile ai più, si delinea in forma di tratteggio in corrispondenza dei punti di luce. Matericamente più corposo è il lavoro di Mike Nelson (Loughborough, 1967). La stanza viene trasformata in un cantiere edile con manie di anacronismo. Il progetto consta della ricostruzione delle mura del Palazzo meridionale di Babilonia. Lo scontro tra passato e futuro è costante. Non solo con il chiaro rimando al delirante ordine di Saddam Husseim per la riedificazione dell’antico Iraq, ma anche per il rapporto tra la traccia seguita, risalente al 1901, e i materiali odierni utilizzati.
Non si ritrae dal piacere per il paradosso temporale neanche Florian Pumhöls (Vienna, 1971) pur con un richiamo al passato che sfocia addirittura nella mitologia. Nella sua opera video Untitled (Mixed Exhibits) uno zoom graduale, mette in confronto ravvicinato l’estrema rigidità modernista con una sinuosità biomorfa. L’accento è posto sul triste ciclope che compiendo un gesto lento e appassionato, sbuccia una mela. Sobria e scarna è la registrazione della realtà in Blindfold (2002) di Anri Sala. Nella doppia retroproiezione il tempo scorre lentamente incorniciato dalla variazione del riflesso della luce su una grossa struttura metallica.
Si propongono un’interazione vivace con il visitatore le opere dei due italiani. Stefano Arienti (Asola, 1961) presenta una serie di libri sugli animali privati dei testi che accompagnavano le immagini. La nuova veste delle pagine da sfogliare, estraniate dal riferimento alla parola scritta, induce un necessario cambiamento di fruizione.
Una mensola nera laccata contenente dei piccoli volumi di carta stampata si fa portatrice dell’idea di Massimo Grimaldi (Taranto, 1974). La raccolta delle tredici interviste indaga, attraverso le risposte di nomi conosciuti del sistema artistico italiano, il valore dell’arte nel quotidiano e in un futuro più o meno prossimo.
claudio musso
mostra visitata il 22 giugno 2005
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