“Il mio lavoro esiste da qualche parte, tra i film e i monumenti”. Analisi lucida, quella che Robert Longo (Brooklyn, Nyc, 1953) fa delle sue stesse opere, generalmente di dimensioni poderose, gigantesche icone del quotidiano contemporaneo, figure isolate e bloccate in un istante decisivo, proprio come monumenti solitari in una piazza affollata. Il vero appeal dei lavori di Longo sta però nel loro presentarsi con un taglio da immagine fotografica o cinematografica, frutto del suo impegno trasversale attraverso media differenti, che lo ha portato a dirigere video e film, come il noto Johnny Mnemonic del 1995. Ma ancor più che cinematografiche, le sue inquadrature sono televisive, nel senso che prendono in prestito le modalità rappresentative tipiche dei mass-media, quelle più magniloquenti ed enfatiche, dichiaratamente retoriche. Tutto ciò, in parte vicino a certe formule iconografiche della Pop Art, in parte germogliato nel medesimo humus creativo di Cindy Sherman, fatto di un consapevole utilizzo di cliché filmici, tende ad innescare nello spettatore uno sforzo interpretativo, un esame che dall’esterno porta all’interno, fino all’introspezione.
Nelle sedici opere esposte, tutte elegantemente realizzate a matita e carboncino, tredici delle quali di grandi dimensioni, il pianeta Terra dialoga a distanza con il lato oscuro della Luna. Pistole smisurate fluttuano nello spazio rimandando alle deflagrazioni atomiche, fissate nel momento della loro espansione mostruosa verso il cielo; flutti arrembanti appaiono cristallizzati in muri d’acqua. Forse non c’è la stessa sfrontata impertinenza di uno dei suoi cicli più famosi, Men in the Cities, in cui esponenti della classe dirigente americana, abbigliati come il business management impone e immortalati in pose parossistiche, sembrano lottare contro forze invisibili, ma si avverte la stessa prorompente energia, meno beffarda ma verrebbe da dire mistica.
Come se la contemplazione del macrocosmo si sublimasse inevitabilmente nella ricerca e consecutiva scoperta, della forza del pensiero di ogni singolo individuo.
È stato notato come le sue opere degli anni Ottanta fossero in qualche modo in accordo con l’era reaganiana, non tanto per una connivenza politica, peraltro negata proprio da lavori fortemente critici nel confronti del governo, ma per la grandezza dei suoi quadri, esplosiva come l’esuberanza chiassosa, figlia dell’ottimismo economico dell’epoca. Viene da chiedersi oggi, se sia possibile rintracciare un analogo riferimento all’establishment statunitense odierno. In questo caso, funghi atomici, pistole iperrealiste, onde anomale, sembrerebbero non promettere nulla di buono.
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thelma gramolelli
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