E’ forse fin troppo facile affermare che Giuseppe Gallo (Rogliano, 1954; vive a Roma) sia indefinibile e che sfugga ad ogni, seppur, minima classificazione. La prima cosa che emerge dall’osservazione delle sue opere è l’estrema libertà con cui si esprime, in quella che sembra un’innata predisposizione alla metamorfosi. Il cambiamento fa parte da sempre del cammino dell’artista e produce forme che si susseguono, anche per essere momentaneamente abbandonate e poi riprese, come se i percorsi scelti, per essere conclusi, non lo fossero mai. La libertà teorizzata sembra autorizzare lo spettatore a muoversi senza impedimenti anche tra gli spazi espositivi, senza un itinerario preciso. Può imbattersi, ad esempio, nella serie Memoria iconolasta (2004-2005), incentrata sul tema del mito. La rivisitazione mitologica di Gallo investe sia la forma che la sostanza. Questa serie, realizzata su piccole tavole, è dedicata agli scienziati e nasce dal ritrovamento di alcuni loro ritratti fotografici, effettuato dall’artista in una libreria di New York. I dodici volti proposti emergono da uno sfondo indistinto, come se qualcuno ne avesse strappato delle parti, resi quasi irriconoscibili. Per rendere visibile questo oblio, compiuto per distrazione, come spesso fa l’umanità con la storia degli uomini, anche illustri come questi, Gallo spezza la pittura. Il volto dello scienziato Antonio Meucci (2004), inventore del telefono, risulta spellato. Rimane sulla tavola, come ritratto, ciò che non si è staccato nel tentativo di asportare il volto. E così anche con Heinrich Rudolf Hertz (2004), Marie Curie (2005) e Guglielmo Marconi (2005). Per i lavori pittorici come Merletto veneziano (2004), Istogramma (2005) e Dipende (2005) la tecnica usata è la cera ad encausto, che permette all’artista di ottenere un fondo omogeneo senza che appaia la traccia della pennellata attorno alla composizione concepita in una fase precedente.
Gallo ribadisce, nella bella intervista riportata in catalogo, che “il fondo è un punto cruciale” per i suoi lavori; l’impossibilità di ottenere uno sfondo perfetto con la pittura ad olio lo ha portato ad usare l’encausto. In Nube manomessa (2005) una linea colorata volteggia sulla superficie, sembra interrompersi ma viene ripresa da una mano, che nel suo volteggio, come se fosse un nodo, ricollega questa linea senza fine. Senza l’encausto sarebbe stato difficile. La scultura in bronzo Mater dulcissima (2005) riporta invece direttamente all’iconografia delle Madonne del Trecento, che con le loro vesti proteggevano da antiche paure. Così anche questa figura femminile a forma di donna grotta, invita a riparare in uno spazio, stavolta da minacce contemporanee. Femmina altroce (2004) è piacevolmente inquietante. Le quattro file orizzontali di mascelle di squalo poste su una parete bianca perdono il loro tratto aggressivo e si trasformano in forme quasi femminili. Potrebbero essere dei bacini di donna o dei seni. Autoritratti autoritari (2004-2005) è costituita infine da sette asce le cui lame, tutte rivolte verso la destra, hanno il profilo dell’artista. Sempre diverso, a seconda dello spessore.
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