Una delle definizioni di “metrosexual” che è possibile reperire su Internet è la seguente: “uomo eterosessuale che adotta lo stile di vita omosessuale, ad esempio ricercatezza nel vestire, uso esagerato di lussuosi prodotti per l’igiene, etc”. Non è un caso che proprio il metrosexual sia stato scelto per intitolare la mostra di Luca Bertasso (Torino, 1968; vive a Milano). Il suo atteggiamento è sintomatico della serie di personaggi che l’artista ha ritratto per tipizzare la società contemporanea. Prendere a prestito componenti identitarie di gruppi diversi, rivestirsene come con una maschera, eventualmente abbandonare tale maschera una volta esaurita l’aura di esclusività che essa dona. Identità prese in prestito e revisionabili, dunque.
La galleria di volti allineata sulle pareti è straniante e a suo modo impressionante. Bertasso abbandona in questa occasione le composizioni ampie e simboliche, per concentrarsi quasi esclusivamente su volti in primissimo piano. Ogni personaggio costituisce un tipo sociale, e la sua identità è evidenziata da piccoli particolari, come i piercing o gli accessori. Questi tratti accennati lasciano campo libero alla composizione suggerita e schematica.
Lo straniamento è introdotto proprio dal fatto che i volti sono tutti somiglianti, le tipizzazioni sono come sovrapposte su un modello immutabile, che ha i tratti vagamente somiglianti a quelli dello stesso Bertasso. Si crea anche un effetto di specularità: la simmetria -che lascia però spazio a leggere differenze- si riscontra spesso nella singola opera, e anche fra i diversi lavori.
Un tocco di ironia in più viene aggiunto da titoli quali I fratelli Karamazov ai tempi del Grande Fratello, oltre che dall’inserimento di numeri che evocano il gioco “unire i puntini” e “data di scadenza”. Ormai da lungo tempo, Bertasso iscrive su ogni sua opera una expiry date: parodia del consumismo culturale e insieme professione di modestia nei confronti della visionarietà dell’artista.
In questo caso la data di scadenza vale anche per le identità che i personaggi si sono costruiti: una mostra analoga realizzata fra qualche lustro ospiterebbe tipi umani del tutto differenti.
L’esposizione è costituita quasi esclusivamente da lavori su carta, supporto che valorizza ancor di più la preziosità del lavoro di Bertasso, che ha tempi lunghissimi di lavorazione. La piattezza dei campi cromatici e la ricercatezza dei contorni austeri sono decisamente icastiche. L’intera operazione assume un sapore finemente semi-concettuale, anche se i riferimenti “bassi” non mancano, dal fumetto alla cultura popolare contemporanea.
Parallelamente alla mostra di Bertasso, la Galleria delle Battaglie conferma la propria vocazione al sostegno della giovane arte italiana ospitando la prima parte di una Trilogia curata da Alberto Zanchetta. In questa occasione vengono presentati Pierluca Cetera, Riccardo Costantini e Marco Mazzoni. Spicca fra i tre artisti proprio Mazzoni, con la sua rivisitazione dell’iperrealismo operata tramite un uso magistrale delle matite colorate.
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