La cultura del Giappone antico si fonda su un diverso rapporto tra materia e spirito, che coinvolge in primo luogo l’idea e la pratica dell’arte. Nell’esperienza del vuoto, infatti, l’Oriente del taoismo, del buddismo esoterico, dello shinto e dello zen, trova il nucleo fondante di un’estetica, non soltanto teorica ma anche pratica. Un’ estetica che unisce speculazione e concretezza, metodo e disciplina, e attraverso cui l’essere umano si congiunge con gli elementi primari del cosmo. Come se l’uomo stesso fosse un’opera d’arte, una composizione artificiale e naturale insieme, risultante da una fusione degli “elementi”: terra, acqua, aria, fuoco e vuoto.
Il gesto, nell’antico Giappone, è misurato e misurante; collega la mente e il corpo. In esso si giocano gli equilibri e le rivelazioni di un’arte che espande il proprio concetto oltre i confini della bellezza e della sua rappresentazione, e si avvicina alle pratiche rituali di una meditazione trascendentale in cui la bellezza è colta come verità dell’essere. Il gesto è il fondamento comune a tutte le “arti” della tradizione orientale.
Arti della guerra, della scrittura, del tè, del tiro con l’arco. Arti capaci di offrire un’autentica e profonda esperienza del vuoto. La “bellezza” si trova qui. Appartiene al sistema metafisico dell’assenza di senso, della pace perpetua e dell’acquiescenza del desiderio.
Entrando in risonanza con gli elementi di cui egli stesso è fatto, l’artista tradizionale giapponese può giungere al vero controllo, che è comprensione profonda degli oggetti della propria arte. Non esistono distinzioni tra calligrafi e guerrieri, forgiatori di spade e maestri del tè, ceramisti e monaci. Guardare gli strumenti delle arti giapponesi come si farebbe in un museo etnografico moderno non basta. Anche se inevitabilmente manca della vera esperienza estetica, questa mostra espone importanti tracce materiali che, se colte da uno sguardo speculativo, possono dire qualcosa di decisivo sull’antico Giappone.
Nella casa de tè siamo invitati a conoscere gli strumenti per un’esperienza totale del vuoto, attraverso la preparazione rituale della bevanda che offre il contatto con gli elementi cosmici.
La gestualità è controllata fin nel respiro. Il maestro cerimoniere è attore e spettatore della propria arte. Si tratta di un’arte che può essere osservata dall’esterno con qualche profitto, ma deve innanzitutto essere praticata in prima persona. È come se ad un visitatore di una Biennale venisse chiesto di farsi attore delle performance alle quali vuole assistere. Il cerimoniere del tè ripete nel suo microcosmo l’energia e l’armonia del tutto. Il suo è un calarsi nella pura presenza, eliminando le scorie temporali come anticipazioni e ricordi. L’animo si acquieta e la percezione diviene limpida. E’ la “purificazione dei sensi”, il passo iniziale e finale del percorso estetico rituale. Come infatti cogliere la vera bellezza senza la purificazione dello sguardo? Un monito che pesa come un macigno inavvertito su tutta la cultura figurativa occidentale dell’ultimo secolo.
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