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Mottenwelt | Galleria Marcolini, Forlì

di - 30 Aprile 2018
Che l’arte si occupi del tempo, di analizzarlo e interpretarlo può sembrare un’ovvietà; ma l’insoddisfazione provocata da una descrizione solo parziale e mai puntuale fa sì che si perseveri su questo argomento e che gli artisti, indipendentemente dalla loro ricerca, medium d’elezione, cultura d’appartenenza o genere, vi si dedichino incessantemente.
Anche “Mottenwelt”, il mondo di trame di Goethe, collettiva di Caccioni, De Vivi, Giambrone, Sabbagh e Taylor, alla Galleria Marcolini di Forlì, ha indagato questo tema, soffermandosi in particolare, sul rapporto che abbiamo con un passato, ontogenetico, individuale e personale, ma anche collettivo, sociale, filogenetico e naturale, relativo al mondo organico.
Questa è una mostra conservatrice, non nell’accezione politica del termine, ma in una psicologico-esistenziale; tutte le opere esibiscono un passato che, come dice Roberto Farneti, direttore della Marcolini, abbiamo accantonato, lasciato momentaneamente da parte per, probabilmente, poter vivere il presente. Abbiamo messo da parte qualcosa che era necessario “dimenticare” per un attimo, ma che, seguendo i cicli vitali di uomini e cose, è destinata a tornare alla luce, perché conservata più o meno intatta. Ed è proprio in questo interesse per “il passato di moda” che “Mottenwelt” è una mostra essenzialmente anti-capitalista, come direbbe l’artista Domingo Milella, che così definisce l’attenzione archeologica propria dell’arte, estranea all’attuale politica, incentrata, invece, solo sul futuro e sulla velocità che dobbiamo sapere sostenere.

Silvia Giambrone, Made in Italy, 2012, rilievo in gesso. Courtesy l’artista e Studio Stefania Miscetti.

Ad accogliere il visitatore è, sulla sinistra, un’installazione parietale di Luca Caccioni (Bologna, 1962), un collage di carta antica su garza, la cui sagoma potrebbe ricordare quella di un elemento architettonico, anche perché, da lontano, si potrebbe avere l’impressione di stare osservando del marmo sporco, incrostatosi negli anni; di anni sembra proprio averne tanti quest’opera, che porta alla mente le incisioni con cui gli uomini preistorici affrescavano le loro grotte. È un’arte pre-storica quella di Caccioni, se non fosse per il linguaggio con cui l’artista interviene spesso, elemento che la reinserisce all’interno degli annali storiografici. Sulla destra, invece, occupa la parete una fotografia, vera e propria messa in scena teatrale di animali e nature morte, di CJ Taylor, fotografo australiano ∆rappresentato in Italia dalla Marcolini. Il passato in Taylor sta nel presentare animali del suo continente spesso estinti, che non solo parlano di un tempo collettivo che fu, ma anche di equilibri tra flora e fauna, tra mondo animale e umano, esprimendo un giudizio sui comportamenti ambientali dell’uomo.
Perché la fotografia è un medium conservatore per antonomasia, salva i suoi soggetti, altrimenti destinati all’oblio o alla memoria volatile dell’uomo, e, quando non inventa e sperimenta con programmi elettronici, documenta un momento passato, già accaduto rispetto al momento in cui la foto si osserva, la sua presenza in “Mottenwelt” è del tutto organica. Anche Mustafa Sabbagh (Amman, 1961) partecipa con una natura morta, che ha smesso di appassire e che è stata appesa al muro del pianerottolo delle scale. La stampa quasi quadrata ha al suo centro un vaso trasparente contenente dei fiori rosa, la cui bellezza consiste proprio nella perdita di freschezza e nel tendere sempre più a un marrone putrido, tipico del fiore che marcisce.
Le opere di Barbara De Vivi (Venezia, 1992) sono allestite al pian terreno e al primo piano; tre micro-pitture che parlano di un piccolo mondo antico, soffitte casalinghe, animali domestici, oggetti sentimentali che hanno una propria esistenza e a cui l’artista si rapporta come se avessero un’anima. Sono descrizioni di case eleganti: pavimenti in marmo, mobili d’epoca, muri decorati con quadri dai soggetti religiosi o mitologici e divani di velluto ci parlano di un tempo accantonato, probabilmente dell’adolescenza dell’artista che, crescendo anche in questi luoghi, vuole esprimere il suo attaccamento a essi.
Infine, Silvia Giambrone (Agrigento, 1981) propone un’installazione a parete di cinque merletti bianchi in rilievo su gesso, dalla forma geometrica approssimativa, separati l’uno dall’altro più o meno dalla stessa distanza. Il bianco sporco dei ricami sul bianco sporco del muro dona all’installazione, anche solo accidentalmente, un’eleganza antica, che accentua ancora di più il ritmo dell’opera e, probabilmente, del rituale al quale l’opera si richiama.
Giambrone unisce forza intellettuale e preoccupazioni formali che conferiscono alla sua opera un’energia inconsueta; in mostra c’è anche una serie di testiere di letti, realizzate con inchiostro su tavole di zinco corroso. Giambrone si sofferma su dettagli di dettagli, un dettaglio alla seconda, per così dire, preservando i lavori da un cul de sac ornamentale e impreziosendoli, invece, di un’operazione concettuale, tale perché unificatrice di esperienze, folklore, critica e desideri progressisti.
“Mottenwelt” è una mostra sul passato; ma l’accantonare è un’azione solo momentaneamente relativa al “non più”, anzi è tesa al futuro, destinata a ritornare nel presente, forse ancora più energeticamente, perché espressione di desiderio “accumulato”. Accantonare significa, infatti, anche fare riserva e accumulare.
Elena Dolcini
Mostra visitata il 24 aprile

Galleria Marcolini
Via Francesco Marcolini 25/A, Forlì
Info: www.galleriamarcolini.it

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