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Non basta ricordare. Occorre fare

di - 19 Gennaio 2014
Il Maxxi, il Museo delle Arte del XXI secolo, progettato da Zaha Hadid riparte con la nuova direzione artistica di Hou Hanrou che ha riallestito lo spazio museale con ben 200 opere della collezioni di Arte e Architettura. Per la prima volta le incredibili potenzialità allestitive di questo museo, difficile e affascinante, sono state sfruttate al massimo e, probabilmente, riuscendo così a concretizzare la straniante “visione” della Hadid che ha progettato gli spazi espositivi come una sorta di continuum fluido in cui far fluire le opere in un tutt’uno armonico con l’architettura. Bravo Hanrou operazione perfettamente riuscita, dalla piazza esterna fino alle gallerie 2 e 3 del primo piano, le opere si susseguono dialogando, non solo fra di loro ma anche con l’ambiente che le ospita, dando vita ad una grandiosa visione unitaria e avvolgente.
La collezione del MAXXI è in questo modo valorizzata ed è interessante lo scambio, davvero proficuo fra l’arte e l’architettura di cui, con questo nuovo e intelligente allestimento, non solo vengono abbattuti gli invisibili muri dei confini disciplinari, ma sono messe in moto nuove connessioni di senso che rivitalizzano le opere. “Non basta ricordare”, infatti, perché mai, come in questo difficile momento storico, c’è bisogno soprattutto di visionarietà per poter provare ad immaginare il futuro e per farlo è però necessario ripartire dalle radici del proprio passato e della propria identità. «Che per un museo è rappresentata primariamente dalla collezione, la vera forza di un museo, che emerge specie nei momenti critici», sottolinea Anna Mattirolo, direttrice di MAXXI Arte.
Diamo qualche cifra, allora, che aiuta a capire di cosa stiamo parlando. Oggi la collezione d’arte del museo (avviata nel 2000 con la prima edizione del Premio per la Giovane Arte Italiana) comprende oltre 350 opere, forse non sempre adeguate rispetto alle dimensioni del museo, ma comunque mentre la collezione di architettura ha un patrimonio di più di 110mila documenti: oltre 60mila disegni, 52mila fotografie, 134 modelli, 98 audiovideo e più di 110mila pezzi tra sculture, protitipi, collages e campioni.
La mostra si articola intorno ad una serie di temi universali che appartengono alla nostra sfera vitale: città e ambiente, gioia e dolore, politica e ideologia, fisicità e intimità, teatro e performance. Già nella piazza antistante all’entrata del museo si viene accolti da opere di grande impatto scenografico come Faradayurt (2001) la tenda di tessuto di rame di Jana Sterback e da Cultural Traffic, la struttura realizzata da Teddy Cruz con i coni rossi a strisce bianchi delle segnalazioni stradali. Al primo piano nella sezione: Teatro e messa in scena, la scenografica installazione Where is our place del 2003 di Ilya ed Emilia Kabakov, introduce nel lungo corridoio che ospita, fra le tante splendide opere, una delle Brozenfrau (2002) di Thomas Shutte, l’installazione video di Francys Alys, Sleepers II (2001), la serie di otto grandi disegni SBQR, netnude, gayscape, oritaliani, etc…, (2000) di Stefano Arienti, l’inquietante scultura in vetroresina appartenente alla serie dei bambini con i genitali sul volto, Piggyback (1997) di Jake e Dinos Chapman, l’irriverente scultura a grandezza naturale A piedi pari (2006) di Lara Favaretto che la ritrae mentre guarda e mostra il proprio sesso nell’atto di orinare in piedi come un uomo.
Le foto di Nan Goldin, le piccolo sculture in maiolica dipinta di Alessandro Pessoli, la Cappella Pasolini di Adrian Paci del 2005, una parte della commovente installazione Plegaria Muda di Doris Salcedo, il piccolo samurai con cui nel 2001 Stefania Galegati Shines vinse il primo Premio della Giovane Arte Italiana, e ancora Vedovamazzei, Maurizio Cattelan, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Massimo Bartolini, Lawrence Weiner, Sislej Xhafa, Franz West, Grazia Toderi, Michelangelo Pistoletto, Kara Walker che ha invaso la parte finale della galleria 3 con l’installazione The emancipation approximation del 1999, una riflessione apparentemente giocosa ma dal contenuto violento e macabro ispirato agli orrori della schiavitù dei neri d’America. Un grande racconto per immagini che invade lo spazio museale, regalandoci finalmente la visione d’insieme di un grande museo di cui sarebbe auspicabile poterne godere sempre. Come accade nei grandi luoghi dell’arte internazionali che, periodicamente, presentano la collezione, variandone i pezzi.

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