Categorie: altrecittà

Ultimo tango a Roma

di - 29 Settembre 2014
La sensazione di noia, di lenta discesa verso la calma piatta esiste e di per sé costituisce un elemento su cui riflettere. Roma ci ha provato tante volte, è una città che non si dà per vinta, è ostinata, pervicace, ma avere perso un punto di riferimento importante quale il Macro lascia sofferenti anche i più entusiasti. Il calo di energie che fisiologicamente si era sentito al principio dell’estate pare fatichi a riemergere dal torpore. Insomma, nessuna buona nuova. I soldi sono sempre di meno, il nuovo assessore alla cultura, Giovanna Marinelli, sembra avere impegni più importanti di quelli che riguardano il sistema arte contemporanea.
Ma le rinascite, i guizzi, i pugni in faccia, arrivano sempre all’improvviso, per fortuna.
Negli anni si è tacciata questa città di avere artisti poco inclini al dialogo (chi scrive in primis), alla comprensione, alla volontà di unirsi, si è osservata la generazione dei quaranta/cinquantenni come fosse quella che ha segnato una netta cesura tra un passato di nomi eclatanti ed un futuro privo di possibili scelte.
Eppure, proprio da questi artisti, potrebbe rinascere qualcosa di interessante, di particolarmente interessante. Consapevoli, loro, – forse più di tutte le altre categorie della crisi infinita che attanaglia questo mondo – si sono uniti ed hanno fatto squadra. Per chi conosce Roma è facile individuarli, spesso sono insieme, amici a tal punto da poter essere scambiati come un’unica entità.
Ragionando attraverso incontri, chiacchierate, cene, pare sia nata l’idea di aggregazione.  E si sono resi conto che era giunto il tempo di fare qualcosa. Qualcuno di loro, in tempi nemmeno tanto remoti e poco sospetti, già aveva espresso le proprie intenzioni ragionando a quattro mani. Se fossimo stati a San Francisco, come diceva venerdì scorso qualcuno, la tre giorni realizzata all’interno dell’ossatura di una casa da Giuseppe Pietroniro, Marco Raparelli, Stanislao di Giugno e Alessandro Cicoria, con l’aiuto di Giuliana Benassi –  “un’amazzone”, dice più volte Pietroniro – Martina Adami, Valeria Giampietro, Giulia Lopalco, il tutto corredato dalle belle foto di Davide Franceschini e di altrospazio, sarebbe stato in linea con le pratiche artistiche abituali. Ma poiché siamo a Roma va tutto riadattato.
Ma quello che è successo nella mostra “There is no place like home”, che ha chiuso domenica notte 28 settembre dopo un incredibile afflusso di pubblico che ha stupito (e reso fieri!) per primi gli stessi organizzatori, ha qualcosa di speciale.
Una tre giorni di performance, con azioni, oltre 30 artisti che vi hanno partecipato (incluso un o una “fake” che però pare abbia incantato alcuni rinomati curatori romani), con nomi importanti e mid career dell’arte italiana, come quelli di Stefano Arienti, Vedovamazzei e Flavio Favelli che, ricevuto l’invito, non ci hanno pensato sopra neanche un istante per dire di sì e rimettersi in gioco. Insomma, è stata una tre giorni carica di opere, che vuole arrivare dritta a sollecitare, possibilmente per soffocare, quel senso di smarrimento che permea le anime di molti.
Se ha un senso ripartire, in questa città e poi anche altrove, non si può che ripartire dagli artisti, e loro lo sanno bene. Sono riusciti a costruire un luogo attraverso la loro presenza e quella dei loro lavori,  ma ancora di più attraverso le loro parole. Sebbene iconograficamente del concetto di casa – citato nel titolo – non esista quasi nulla, i lavori, molti ma non tutti, cercano invece un equilibrio tra interno ed esterno, tra l’idea di casa come concetto astratto e come luogo nel quale rifugiarsi, e del quale raccontare essenza e spirito. Lo smarrimento c’è e si sente, ma è avvolto dalla speranza di risalire la china. È davvero il caso di dire che solo arrivati al fondo si riparte verso l’ascesa, e che questa modalità sia quella vincente lo prova la performance di Cesare Pietroiusti, uno degli artisti più illuminati della città, che affronta proprio il tema della perdita e del fallimento con una performance che ha messo a dura prova la resistenza del pubblico residuo: è iniziata alle 4 di notte, doveva terminare all’alba intorno alle 6, e invece Cesare, che la sua resistenza fisica l’ha messa da tempo al servizio dell’arte, è andato avanti fino alle 7.30. Stremando tutti, ma anche catturando tutti fino in fondo.
Una performance densa e poetica, molto diversa da quella cui si è prestato il curatore Antonio Grulli che, seduto a una scrivania con Mac aperto, chiavetta usb, portacenere e altri dettagli del kit del “perfetto curatore” (il tutto disegnato e costruito da Norberto & Scintilla), rifletteva pensoso e affaticato sui difficili compiti che si trova a svolgere.
Insomma, con l’ironia, la giusta serietà e prendendo consapevolezza, si può ricominciare. Questa città fatica a ripartire, è come un elastico, si allunga verso il futuro per ritrarsi in un passato ormai ostico, le energie che prendono forma evaporano in un istante, eppure per la prima volta si è avuta una sensazione diversa. Sono convinta (e non sono la sola) che tutto sia partito da una presa di coscienza dei proprio limiti, per parafrasare Serge Latouche, e che gli artisti abbiano capito molte cose. Viene da pensare a questa mostra come ad un’ultima chiamata, all’ultima possibilità che abbiamo, tutti noi, di riemergere, aggrappandoci alle opere. Proprio questo mi ha detto Pietroniro:  “vogliamo ridare pazio alle opere”. Non ci sono molti spazi per le opere a Roma, questo è vero. Allora contribuire a cambiare i connotati dei luoghi deputati può avere un senso, e portare le arti visive in luoghi simbolicamente lontani dal centro nevralgico può servire per nuove riflessioni.
Tante adesioni al progetto, che non vuole rappresentare la realtà romana né tantomeno quella italiana, ma che è semplicemente frutto di sintonie fra persone, quasi tra esseri umani. Al di là dunque di alcune mancanze, che possono sembrare piccoli iati nella costruzione di un futuro, la mostra ha dalla sua una forza di volontà che non si vedeva da un bel po’. Ogni artista ha visto lo spazio, si è scelto il posto, si è curato l’allestimento, bypassando il ruolo del curatore, considerato da alcuni poco utile. Quello che ne esce trae forza dalla sinergia che alcuni lavori creano con il luogo, con gli spettatori, con gli altri artisti. Il tema della casa viene approfondito, consumato ma anche abbandonato e non utilizzato, ognuno ha espresso insomma le proprie doti.
Due piani di una casa ancora in fieri che ripercorrono gli ultimi quindici anni di arte romana ma non solo, e che incasellano una serie di assunti in modo tale da poter ricominciare. Se a Roma lo stato dell’arte è così decadente è proprio perché il tempo ha evidenziato difetti sistemici, ed il silenzio al quale tutti ci siamo sottoposti non ha certamente aiutato. Questa mostra però potrebbe essere davvero una possibilità di ripartenza. Il primo ingranaggio è stato oleato, adesso vediamo cosa succede.

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