Nel 2002 Sol LeWitt e Mimmo Paladino si incontrano a Roma. Sollecitati dall’infaticabile gallerista Valentina Bonomo, i due artisti -pur distanti per referenti e sviluppi, interessi ed esperienze- avviano una conversazione in-progress o, come recita il titolo, decidono di percorrere insieme una serie di viaggi in forma di dialogo intimo e attraverso le opere. In questo progetto, l’idea di partenza è la realizzazione per ciascun artista di 12 gouache lasciate tuttavia incompiute per poter essere così scambiate e completate dai rispettivi interlocutori. Le tracce di questo interessante percorso sono adesso ripercorribili fino a metà giugno a Londra presso la Estorick Collection.
Di Sol LeWitt si conosce il rapporto imprescindibile con il minimalismo americano degli anni ’60, alle soglie del concettualismo, e la ricerca dell’idea ed essenza oggettiva dell’opera al di là della sua presenza fisica. Volume, materia, colore e forma sono dunque destinate ad una riduzione atta a facilitare la pura articolazione del concetto, del pensiero portante.
Il lavoro di Mimmo Paladino è stato invece da sempre interpretato come una successiva reazione a quello stesso riduttivismo minimale e concettuale di cui LeWitt è uno dei portavoce storici. Con Paladino colore, superficie, consistenza materica esprimono uno stato d’animo soggettivo ed una condizione emotiva che sembrano contraddire le posizioni di un artista appunto come LeWitt.
In apparente contrapposizione con la ripetizione geometrica di LeWitt, le figure simboliche, le maschere ed i segni arcaici di Paladino ambiscono invece con uguale intensità all’idea originaria e pura di bellezza e richiedono con simile devozione una contemplazione lenta, alla ricerca dei misteri profondi che gli enigmi segnici di entrambi gli artisti propongono.
Non sorprenderà, perciò, in questa mostra l’impressione di continuità piuttosto che attrito suggerita dalle opere. Alla sobrietà ermetica del linguaggio di colori densi e linee spesse e scure di LeWitt si giustappongono i gesti simbolici di Paladino, mani che trattengono o raccolgono, volti-maschere a confronto, il naufragare di antiche chiatte, oggetti e segni che alludono tutti al momento complesso del dialogo. Particolarmente interessanti allora, soprattutto se messi in relazione allo scambio di opinioni ed idee che il dialogo comporta, la soglia battuta dal vento sulla sommità di una collina celestiale, oppure i tagli netti operati nella pagina a distinguere territori diversi e altrove l’incastonarsi di un lavoro nell’altro.
Una mostra insolita nel contesto londinese, composta e meditativa, atta a sollecitare, come sottolinea giustamente il testo di presentazione, frustrazione ed insieme piacere nella risoluzione impossibile dei quesiti antichi di cui entrambi gli artisti sono appassionati cultori. Fino all’enigma di questa conversazione che lo spettatore può ascoltare solamente attraverso le tracce visive lasciate sulla carta.
irene amore
mostra visitata il 30 aprile 2004
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