Non troppo comodamente adagiata in 2000 mq di spazio espositivo, merito dell’opera miracolosa del curatore Annika Gunnarsson, la debordante Africa Remix arriva al Moderna Museet di Stoccolma segnando un eccezionale successo di pubblico.
86 artisti in rappresentanza, oltre che di sé stessi, di 25 paesi africani. Con dipinti, sculture, video, installazioni, fotografie, film, performance, seminari, concerti e un festival cinematografico.
Encomiabile lo sforzo dei due ideatori, Simon Njami, camerunese di nascita e francese d’adozione e David Elliott, direttore e fondatore del Mori Art Museum di Tokyo. Se gli artisti africani sembrano evitare esposizioni -collettive e non- in cui, inevitabilmente, finirebbero per essere rappresentati come ci si aspetta che siano, stereotipati in mille sapienti prospettive storico/sociali, è cosa buona, giusta e filologicamente corretta dare a questi artisti la possibilità di rappresentarsi da soli, tutti insieme.
Inutile dire che per quanto si sia cercato di canalizzare i talenti in tre generiche aree tematiche -“Identità e Cultura”, “Città e Campagna” e “Corpo e Anima”-, rintracciare dei denominatori comuni sia cosa ardua in tanto variegato spiegamento di forze.
Un solo elemento si fa notare: la presenza prepotente della fotografia, trionfante su ogni altro mezzo espressivo, cosa che, diciamola tutta, non stupisce. Se l’arte africana può essere solo intesa come “history of approaches” (Njami), è ben naturale che il mezzo che più ha ritratto il continente dall’età coloniale ne faccia ancora oggi la storia visiva. Si fa poi immediatamente notare è una diffusa e generica tendenza ad utilizzare l’opera d’arte come esplicito strumento di denuncia sociale.
Succede, secondo modalità differenti, nelle foto di Zwelethu Mthetawa, Ananias Leki Dago, Pascale Marthine Tayou, David Goldblatt, Akindobe Akinbiy, Rui Assubuiji, Sergio Santimano, Luis Basto. Ma un simile approccio si ritrova anche nel video di Barthélémy Togo The thirsty gardner, nelle chine di Marlene Dumas, in In God we trust di Fernando Alvim, e The African bakery di Meschac Gaba. Una citazione a parte merita il cartone animato di spaventoso grigiore Johannesburg second gratest city after Paris di Wiliam Kentridge. Incantevoli le foto di Omar Daoud, straordinari dettagli di donne algerine; e sempre algerino l’ottimo lavoro di Zineb Sedira, Mother, Father and I, storia di famiglia raccontata da tre proiettori. Yinka Shonibare ricostruisce un compostissimo salotto filantropico-borghese-vittoriano, rivestendolo con tessuti indonesiani prodotti in Olanda per il mercato africano.
Due infine le incontestabili perle della rassegna. Wim Botha, che presenta la seconda di una serie di tre installazioni: Commune Onomatopoeia è un perfetto gabinetto scientifico illuminista con tanto di stucchi, incisioni e accenno di vetrate, dove tutto, dal tavolo al fregio decorativo del soffitto, ha l’aspetto sinistro della macelleria. E poi Samuel Fosso con i suoi memorabili autoritratti: Samuel stregone, ufficiale di marina, cantante soul, colorata ed emancipata donna americana, in un’unica travolgente riflessione sul concetto di identità.
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