Avvicinandosi nel corso degli anni novanta alla pittura di Daniel Richter (*1962) si restava affascinati dal magmatico e labirintico emergere di forme e colori che dava ai suoi grandi formati un’impressione di moto perpetuo; nel sovrapporsi continuo di tecniche sembrava possibile riconoscere una sorta di interesse eccessivo e smodato per la pittura pura e slegata da qualunque ipotesi interpretativa. Tanto maggiore la sorpresa nel vedere come a partire dal 2000 le sue tele abbiano cominciato a brulicare di figure, di architetture, di storie, pur senza allontanarsi (se non in rari momenti) da quella poetica del dispendio pittorico che sembra costituire la sua cifra stilistica più specifica.
La prima mostra di Richter in un’istituzione pubblica berlinese riserva ora una nuova
“Ho cominciato da poco a disegnare in questa maniera, all’inizio per provare posizioni che dovevano entrare in un dipinto, poi per fissare idee, per sperimentare possibilità” dice Richter “per verificare se è ancora possibile affrontare determinati temi che da sempre attraversano la storia dell’arte, come
pasquale ferrulli
mostra visitata il 9 maggio 2003
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