Categorie: around

fino al 23.III.2003 | Joan Hernández Pijuan – Tornant a un lloc conegut | Barcellona, MACBA

di - 28 Gennaio 2003

L’opera di Joan Hernández Pijuan (Barcellona, 1931) è sempre resistita a qualsiasi tentazione di inquadramento storiografico dei più recenti fatti dell’arte contemporanea, caratterizzandosi piuttosto per una solitaria e ostinata ricerca all’interno delle più profonde ragioni della pittura. La mostra allestita al MACBA passa in rassegna i momenti più significativi della produzione di Pijuan, dagli anni Settanta ad oggi, presentando più di 140 opere tra dipinti di grande formato, acquarelli, gouaches, disegni ed incisioni. Gli esordi negli anni ’60 sotto la suggestione dell’espressionismo astratto americano, il costante, ma non esclusivo, interesse per superfici dipinte a monocromo avevano in un primo momento apparentato Pijuan a certi esiti della pittura minimale; in realtà già dagli anni settanta ogni riflessione sullo spazio artistico della tela, diviso orizzontalmente da metri (Regle groc, 1972) o segnato nella sua precisazione fisica da indicazioni topografiche (Paisatge amb acotació O-135, 1974), o ancora ricondotto alla rigida misurazione di un foglio di carta  millimetrata utilizzato come supporto (148-149 cm ), è stata sempre dettata dall’esigenza di investigare la materia stessa del suo lavoro tanto quanto lo spazio reale ed esistenziale su cui l’opera prendeva forma. Le superfici dipinte di Pijuan sono infatti superfici fisiche, reali, che resistono all’intervento dell’artista e lo legittimano, rettificando il senso dell’effrazione. Ciò risulta più evidente a partire dagli anni ’80 quando la consistenza della materia pittorica, stesa su più strati, contrasta con la sua flagranza le “incursioni” del pittore sulla tela su cui scava, apre solchi, traccia a carboncino, a matita, o con la spatola, immaginari sentieri alla ricerca di un luogo conosciuto . Una componente segnico-gestuale si va quindi insinuando con sempre più risolutezza nella texture dei successivi lavori del pittore catalano che ha affidato a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 ad elementi di immediata riconoscibilità figurativa un possibile riferimento che caratterizzi significativamente i paesaggi della propria memoria, luoghi reali ed astratti insieme: l’asciuttezza metafisica di un cipresso stilizzato come genius locidi una condizione esistenziale di inquieta ricerca che si esprime nel tumultuoso e quasi magmatico affastellarsi della materia che sulla superficie però finisce sempre poi per risolversi in composizioni sobrie di controllato dominio (Dos xiprers, 1984;Xiprers a Folquer,1985;Pati amb xiprer , 1986). Nella bella intervista in catalogo di Maria de Corral, non fa specie dunque leggere quanto Morandi e Fontana siano stati importanti per la formazione del pittore e la scelta di una pittura con cui dialogare a bassa voce e a cui chiedere possibili risposte, quando non solo la forza ed il coraggio di una domanda in uno spazio praticabile che è ancora di là da venire, inesplorato, e denso di incognite da sciogliere e problematizzare.

davide lacagnina


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