Le porte del museo si aprono su pareti insolitamente ricoperte di fogli di alluminio. Dopo pochi secondi di chiaro smarrimento, si passa direttamente all’azione. L’invito si palesa: i visitatori possono lasciare la loro firma, il loro segno, marchio o saluto, su questa carta argentata. Una targa indica l’artefice dell’invito: Rudolf Stingel, artista italiano (Merano, 1956) che sperimenta l’utilizzo di materiali e supporti diversificati come base per la sua arte astratta e concettuale. In un rapporto intenso tra artefice, creazione, osservatore, Stingel analizza il processo di realizzazione di un’opera, le fasi che la costituiscono, le percezioni ad essa legate. Un libro illustra alcune elaborate istruzioni pronte a guidare chiunque voglia sentirsi artista, nella creazione di un’opera. In modo ironico e dissacrante, con arguzia e cinismo, Stingel finge di insegnare a tutti come si possa diventare produttori d’arte. Il gigantesco foglio di alluminio che ricopre le pareti del museo ne è la piena dimostrazione: ricoperto di incisioni, scritte, disegni, monetine o aereoplanini di carta, esso costituisce l’opera d’arte per eccellenza, fatta da tutti e da nessuno, guidata da un deus ex machina che dirige, liberandolo, lo spirito creativo. Non l’ispirazione nascosta in ciascuno di noi, bensì quell’abilità creativa presente in potenza che solo l’artista in quanto tale può riconoscere, esplicitare e definire. In questo consiste l’abilità del creatore, nella capacità di individuare per primo e di rendere chiaro agli occhi altrui ciò che altrimenti risulterebbe sotteso o frainteso.
Stingel istiga alla discussione, al commento, alla critica sincera sulla natura dell’oggetto d’arte al giorno d’oggi. Su cosa lo renda tale, nell’esplicita dicotomia tra idea e materia. Lo scopo sembra perciò quello di spersonalizzare l’opera, depauperizzandola attraverso l’uso di materiali poveri come il polistirolo, che può essere scavato e tolto, in un procedimento contrario all’aggiunta di colore sulla tela proprio della pittura.
O come il foglio di alluminio, steso sulle pareti del museo, che forniscono allo spettatore un supporto legittimo per i suoi graffiti. O, ancora, il “tappeto”, steso sul pavimento o appeso al muro, su cui far scivolare la mano creando e cancellando all’infinito forme effimere.
Questa personale, curata da Francesco Bonami, è per Stingel è la prima negli Stati Uniti, nonostante l’artista abbia collaborato più volte con l’MCA per varie installazioni e nonostante abbia vissuto e lavorato a lungo negli States. Sono presenti anche gli ultimi lavori: autoritratti ad olio che dominano una parete, in bianco nero, così meticolosamente dipinti da sembrare fotografie, pieni del rigore e del tecnicismo della tradizionale pittura su tavola.
Attrae lo spettatore quel volto malinconico e disincantato, stanco osservatore di ciò che all’occhio dell’artista diviene vecchio e ripetuto, mentre al giovane e inesperto visitatore appare nuovo e divertente. Stingel dimostra di essere prima padrone delle tecniche e conoscitore delle regole, dissacratore e denigratore delle stesse poi. In modo ironico e intelligente. Attirare l’attenzione, far discutere e ancor di più far riflettere, nella continua oscillazione tra il dentro e fuori dell’opera, tra il crearla e il guardarla. In un gioco di specchi che diverte e illumina.
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